Breaking
La difesa europea al bivio • Il paradosso della democrazia: il coraggio che manca ai regimi “forti” • Mata Hari, la donna che divenne il volto del sospetto • L’evoluzione della guerra anti-drone nel teatro russo-ucraino. Il ritardo dell’Occidente • Hormuz, Teheran rivendica due missili contro unità navale USA: nessuna conferma da Washington • Il prezzo della pace: oggi il Donbass, domani le Hawaii? • L’Italia riceve da Rheinmetall il primo sistema di difesa aerea Skynex • Vigilanza privata, Cecconi (AISS): «Chi viola le regole tradisce un intero settore» • Mosca sotto attacco: l’eliminazione del generale Sarvarov e le ombre sui negoziati • 18 dicembre 1941: la Notte di Alessandria, un’impresa leggendaria • Il mortaio da 81mm americano cambia categoria? • KNDS e Leonardo: accordo per lo sviluppo congiunto di un nuovo programma • Accademia Aeronautica: consegnati i gradi di sottotenente agli aspiranti del Corso Drago VI • Avvicendamento al comando della brigata paracadutisti “Folgore” • La difesa europea al bivio • Il paradosso della democrazia: il coraggio che manca ai regimi “forti” • Mata Hari, la donna che divenne il volto del sospetto • L’evoluzione della guerra anti-drone nel teatro russo-ucraino. Il ritardo dell’Occidente • Hormuz, Teheran rivendica due missili contro unità navale USA: nessuna conferma da Washington • Il prezzo della pace: oggi il Donbass, domani le Hawaii? • L’Italia riceve da Rheinmetall il primo sistema di difesa aerea Skynex • Vigilanza privata, Cecconi (AISS): «Chi viola le regole tradisce un intero settore» • Mosca sotto attacco: l’eliminazione del generale Sarvarov e le ombre sui negoziati • 18 dicembre 1941: la Notte di Alessandria, un’impresa leggendaria • Il mortaio da 81mm americano cambia categoria? • KNDS e Leonardo: accordo per lo sviluppo congiunto di un nuovo programma • Accademia Aeronautica: consegnati i gradi di sottotenente agli aspiranti del Corso Drago VI • Avvicendamento al comando della brigata paracadutisti “Folgore” •
Analisi
Analisi

La difesa europea al bivio

Sabotaggi, riarmo e il divario tra narrazione e realtà

Alberto Pagani, Fausto Matteo Cereti Alberto Pagani, Fausto Matteo Cereti · · 17 min di lettura

Il pacco era pronto per essere caricato. Nel luglio del 2024, all’hub DHL dell’aeroporto di Lipsia, uno dei grandi snodi del trasporto aereo di merci in Europa, una spedizione partita dalla Lituania attendeva il proprio volo cargo. L’aereo però era in ritardo di alcune ore, e il pacco rimase a terra, in un deposito dello scalo. Lì prese fuoco. Le fiamme furono spente, nessuno si fece male, e per qualche settimana l’episodio rimase confinato nei verbali dei vigili del fuoco, uno dei tanti incidenti della logistica globale. Nello stesso mese un pacco gemello si incendiò in un magazzino di Birmingham, dopo essere arrivato in aereo. Poi, a metà ottobre, davanti alla commissione del Bundestag che vigila sui servizi, il presidente dell’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, Thomas Haldenwang, spiegò che cosa sarebbe accaduto se quel volo fosse partito in orario: l’incendio sarebbe divampato in quota, e soltanto una «fortunata coincidenza» aveva evitato che un aereo precipitasse sull’Europa.1 Un’inchiesta giornalistica avrebbe in seguito ricostruito l’intera operazione come una campagna coordinata dal GRU, il servizio d’informazione militare russo, attraverso esecutori reclutati su Telegram.2

Due anni più tardi la scena si sposta a Roma. Nel luglio 2026 il governo italiano espelle due addetti militari dell’ambasciata russa, dopo che un’inchiesta della Procura di Roma, nata da una segnalazione dell’AISI, ha portato agli arresti domiciliari due ex agenti dell’intelligence italiana, accusati di aver ceduto dietro compenso numerosi documenti a uno dei due diplomatici, ritenuto un ufficiale dei servizi di Mosca. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani denuncia una Russia che «continua a usare le sue armi ibride per attaccare l’Occidente e l’Italia».3

Tra Lipsia e Roma c’è tutta la geografia di una guerra che nessuno ha dichiarato e che l’Europa combatte ormai da anni, spesso senza accorgersene. E c’è la domanda da cui muove questa analisi: quanto stanno davvero facendo gli europei per difendersi, e quanto invece si limitano a dichiarare di farlo? Nel 2025, per la prima volta, tutti gli alleati della NATO hanno raggiunto, almeno sulla carta, la soglia del 2% del PIL destinato alla difesa.4 Ma dietro questa convergenza formale si nasconde una forte divaricazione: i Paesi del fianco orientale e nordico hanno superato il 3%, mentre le grandi economie dell’Europa meridionale e occidentale si sono attestate sul minimo, spesso grazie a interventi straordinari concentrati nell’ultimo anno e in parte a revisioni dei criteri contabili.

Aggiungi DifesaOnline come sorgente preferita su Google

Una guerra nella zona grigia

Il concetto di «zona grigia» descrive con efficacia la condizione in cui si trova oggi l’Unione: non in stato di guerra, ma neppure in pace. È all’interno di questa terra di mezzo, in cui le categorie classiche della politica internazionale perdono presa, che vanno lette le politiche di sicurezza e di riarmo dei singoli Stati europei. Il punto di partenza è il salto di qualità della campagna ibrida russa, che ha progressivamente spostato il proprio baricentro dalla manipolazione informativa al sabotaggio fisico. Uno studio congiunto di GLOBSEC e dell’International Centre for Counter-Terrorism ha censito, tra gennaio 2022 e luglio 2025, 110 tentativi di sabotaggio o attacco riconducibili alla Russia sul territorio europeo, 89 dei quali portati a termine, con la maggiore concentrazione in Polonia e in Francia.5 Se la presenza della prima non sorprende, quella della seconda dice molto: la minaccia russa non è un problema del solo fianco orientale, ma investe l’intero continente, l’Europa occidentale e quella meridionale non meno dell’orientale. Il caso romano lo conferma.

Il punto di maggiore vulnerabilità è l’interconnessione delle infrastrutture critiche: cavi sottomarini per dati ed energia, gasdotti, reti elettriche, nodi logistici. Colpirle significa travalicare il paradigma classico della difesa di un territorio, perché gli effetti si propagano simultaneamente su una pluralità di Paesi. Le comunità d’intelligence europee temono inoltre un attacco ad alto impatto con vittime civili, concepito per generare panico e pressione sull’opinione pubblica. In un sistema democratico, in cui i governi rispondono ai cittadini della loro sicurezza, una minaccia di questo tipo produce effetti politici anche senza materializzarsi: basta una percezione diffusa di insicurezza, se non contrastata, a erodere la fiducia nelle istituzioni. Occorre però distinguere, sul piano analitico, ciò che è documentato da ciò che resta ipotesi di pianificazione. Il pacco di Lipsia mostra che quella soglia è già stata sfiorata.

Il ricorso a intermediari è il tratto distintivo del modello operativo. Secondo fonti d’intelligence occidentali riportate dal Financial Times nel febbraio 2026, il GRU, con il concorso dell’FSB, utilizza le reti di reclutamento e propaganda ereditate dal gruppo Wagner per individuare agenti «usa e getta», spesso persone in difficoltà economica o con precedenti penali, contattate attraverso canali Telegram; le espulsioni di funzionari russi dopo il 2022 hanno reso questa scelta quasi obbligata.6 Lo scopo non è tanto «eludere l’articolo 5», che l’Alleanza dal 2016 considera in linea di principio attivabile anche a fronte di attacchi ibridi,7 quanto mantenere ogni azione al di sotto della soglia dell’attacco armato e rendere l’attribuzione lenta, giuridicamente incerta e politicamente costosa. La negabilità plausibile ha però un prezzo anche per Mosca: le stesse fonti osservano che l’impiego di manovalanza occasionale riduce la segretezza e l’efficacia delle operazioni.

Mappe diverse della stessa minaccia

La frammentazione della risposta europea riflette asimmetrie profonde nella percezione del rischio, che tuttavia non si lasciano ridurre a una semplice contrapposizione tra Nord-Est e Mediterraneo. Per la Polonia e gli Stati baltici la minaccia russa ha carattere esistenziale: la memoria dell’occupazione sovietica, la contiguità con la Russia e la Bielorussia e la vulnerabilità del corridoio di Suwałki rendono la deterrenza una priorità non negoziabile. Una percezione analoga, pur in assenza dell’esperienza dell’occupazione, si è affermata nei Paesi nordici, con l’adesione di Finlandia e Svezia all’Alleanza, e in Danimarca, che ha portato la spesa dall’1,3% del PIL nel 2021 a oltre il 3% nel 2025.

Nell’Europa meridionale il quadro è più articolato di quanto spesso si rappresenti. In Italia il rapporto con Mosca è stato a lungo plasmato dall’interscambio energetico (prima del 2022 circa il 40% del gas importato era di origine russa) e da una tradizione diplomatica di dialogo. La Spagna non ha mai avuto con la Russia un legame paragonabile: la sua relativa distanza dalla questione orientale deriva piuttosto dalla centralità del Maghreb, di Ceuta e Melilla e dei flussi migratori nella propria agenda di sicurezza. La Grecia è un caso a sé: i legami culturali e religiosi con il mondo ortodosso convivono con una spesa militare tra le più elevate dell’Alleanza in rapporto al PIL, motivata però dalla percezione della minaccia turca nell’Egeo e a Cipro più che da quella russa. Comune ai tre Paesi è la centralità del «fronte Sud» (Nord Africa, Sahel, Medio Oriente), insieme a vincoli di bilancio stringenti e a opinioni pubbliche presso le quali il riarmo resta impopolare. La Francia, infine, non appartiene a nessuno dei due blocchi: potenza nucleare con interessi globali, ha mantenuto una spesa vicina al 2% del PIL anche negli anni in cui gran parte degli alleati era molto al di sotto.

I numeri del riarmo

Per capire chi stia effettivamente investendo nella deterrenza bisogna scegliere con cura gli indicatori. La sola crescita percentuale della spesa, se non è affiancata dalla quota sul PIL e depurata dall’inflazione, produce classifiche fuorvianti, che premiano chi partiva da livelli molto bassi e penalizzano chi già spendeva molto. Adottiamo quindi i dati ufficiali dell’Alleanza, a prezzi e tassi di cambio costanti 2021, ultimo anno precedente all’invasione su larga scala dell’Ucraina.8

Paese% PIL 2021% PIL 2025 (stima)Var. reale 2021-25
Polonia2,194,48+129%
Lituania1,954,00+123%
Danimarca1,293,22+173%
Svezia1,432,51+83%
Paesi Bassi1,322,49+104%
Germania*1,432,00 (2024)+42% (2021-24)
Francia1,902,05+14%
Spagna1,022,00+126%
Italia1,522,01+41%
Grecia3,662,85−12%

Fonte: elaborazione degli autori su dati NATO, Defence Expenditure of NATO Countries (2014-2025), tabelle 2 e 3; variazione reale in dollari costanti 2021. * Per la Germania il dato 2025 non era disponibile alla chiusura della serie.

Il primato del fianco orientale e nordico è netto. La Polonia ha più che raddoppiato la spesa in termini reali e, secondo il rapporto annuale del Segretario generale pubblicato nel marzo 2026, ha destinato alla difesa nel 2025 circa il 4,3% del PIL, la quota più alta dell’Alleanza, seguita da Lituania, Lettonia ed Estonia; la Danimarca registra la crescita reale più rapida del gruppo. La Germania, che nel 2022 ha istituito un fondo speciale da 100 miliardi di euro e nel marzo 2025 ha modificato la Costituzione per sottrarre al freno al debito la spesa per la difesa eccedente l’1% del PIL,9 rappresenta il principale contributo in valore assoluto.

Il caso spagnolo è il più istruttivo. Madrid partiva dall’ultimo posto dell’Alleanza: nel 2024 spendeva tra l’1,3 e l’1,4% del PIL, dopo un decennio di stagnazione che aveva riportato il bilancio della difesa del 2022 ai livelli reali del 2008. Nell’aprile 2025 il governo Sánchez ha approvato un piano straordinario da oltre 10 miliardi di euro, senza nuove imposte né nuovo deficit, che ha consentito di raggiungere il 2% già nel 2025.10 In termini reali la spesa è più che raddoppiata rispetto al 2021. Ma al vertice dell’Aia del giugno 2025 Sánchez è stato l’unico leader a sottrarsi all’impegno del 3,5% entro il 2035, sostenendo che la Spagna può assolvere ai propri obblighi capacitivi con circa il 2,1% del PIL.11 Retorica e bilancio, a Madrid, coincidono più di quanto si creda: il ritardo sul vecchio obiettivo è stato colmato, quello nuovo è stato rifiutato.

Il caso italiano richiede maggiore attenzione. Sull’intero periodo la crescita reale della spesa (circa il 41%) è inferiore a quella della maggior parte dei partner, e il peso del debito pubblico e la procedura per disavanzo eccessivo aperta nel 2024 hanno inciso in modo determinante. Ma la dinamica è concentrata quasi interamente nel 2025, quando la spesa calcolata secondo i criteri NATO è aumentata di circa il 35% in termini reali in un solo anno, portando il rapporto con il PIL dall’1,52 al 2,01%. Una parte rilevante di questo balzo non deriva da nuovi stanziamenti per le Forze armate, ma dall’inclusione nel perimetro NATO di voci in precedenza escluse o contabilizzate solo in parte, secondo una strategia che il ministro dell’Economia aveva anticipato come ricorso ad aggiustamenti contabili.12 Il divario tra narrazione e realtà, nel caso italiano, non sta dunque in un freno alla spesa, ma nella distanza tra lo sforzo dichiarato e l’incremento effettivo delle capacità militari.

Anche Francia e Grecia vanno lette con cautela. La crescita reale della spesa francese tra il 2021 e il 2025 è modesta, intorno al 14%, ma Parigi partiva dall’1,9% del PIL e opera nel quadro della legge di programmazione militare 2024-2030, che prevede 413 miliardi di euro in sette anni: definirne «inerziale» la postura significa confondere il tasso di crescita con il livello dello sforzo. Quanto alla Grecia, la riduzione registrata è un effetto statistico: nel 2021 e nel 2022 la spesa ellenica era gonfiata dall’acquisto dei caccia Rafale, che l’aveva portata tra il 3,7 e il 3,9% del PIL. Con il 2,85% stimato per il 2025, Atene resta tra gli alleati che spendono di più, più di Germania, Francia, Italia e Spagna, ed è stata tra i primi Paesi a chiedere l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale per la difesa.13

Non solo quanto, ma come si spende

Per compensare la frammentazione delle scelte nazionali, l’Unione ha costruito negli ultimi anni un’architettura normativa e finanziaria che, senza sostituirsi alle competenze degli Stati, ne orienta e sostiene lo sforzo. Sul piano della resilienza, la direttiva CER sulla resilienza dei soggetti critici e la direttiva NIS2 formano un quadro integrato per la protezione fisica e per la sicurezza informatica degli operatori di servizi essenziali.14 L’attuazione è stata però disomogenea, e la Commissione ha dovuto avviare procedure d’infrazione nei confronti di numerosi Stati membri: la frammentazione riguarda anche la resilienza, non soltanto la spesa. Sui cavi sottomarini, il Piano d’azione adottato il 21 febbraio 2025 si articola nei pilastri della prevenzione, del rilevamento, della risposta e riparazione e della deterrenza, prevede una riserva europea di navi posacavi e attribuisce priorità esplicita al Baltico,15 dove dal gennaio 2025 la sorveglianza militare è affidata all’attività NATO Baltic Sentry.

Sul piano finanziario, nel quadro di ReArm Europe/Readiness 2030, la Commissione ha invitato nel marzo 2025 gli Stati membri ad attivare in modo coordinato la clausola di salvaguardia nazionale del Patto di stabilità, che consente di discostarsi dai percorsi di spesa netta fino all’1,5% del PIL annuo per un massimo di quattro anni. I primi ad aderire sono stati Germania, Polonia, Paesi baltici e Grecia; Francia, Italia e Spagna si sono tenute fuori o hanno rinviato, e Madrid ha presentato la propria richiesta solo nel 2026.16 Accanto alla clausola, il regolamento SAFE ha messo a disposizione fino a 150 miliardi di euro di prestiti per acquisti congiunti.

È qui che si tocca uno dei punti deboli della difesa europea. Secondo l’Agenzia europea per la difesa, nel 2025 solo il 24% della spesa per equipaggiamenti è passato attraverso acquisti in cooperazione, al di sotto del parametro del 35% concordato nel 2007 e lontano dall’obiettivo del 40% entro il 2027 indicato dalla Commissione.17 Oltre tre quarti degli acquisti restano nazionali: ogni Stato compra per conto proprio, in lotti più piccoli e a costi unitari più alti; si moltiplicano sistemi d’arma diversi, con ricadute su interoperabilità, logistica e munizionamento; e un’industria che riceve ordini frammentati fatica a raggiungere economie di scala e ad aumentare la produzione. La frammentazione, in altre parole, non riguarda soltanto quanto si spende ma come si spende, e riduce la quota di risorse che si traduce in capacità effettive.

Il nuovo obiettivo fissato all’Aia, il 5% del PIL entro il 2035, di cui 3,5 per la difesa in senso stretto e 1,5 per resilienza civile, infrastrutture critiche e base industriale, salda la dimensione militare a quella della protezione delle reti, facendone un unico problema. Le stime NATO per il 2026 indicano che cinque alleati supereranno già quest’anno la soglia del 3,5%, con nove anni di anticipo: Lituania (5,33%), Estonia (5,10), Lettonia (4,92), Polonia (4,68) e Grecia (3,65), mentre la Danimarca vi si avvicina (3,49).18 Quattro dei cinque confinano con la Russia e condividono la memoria dell’occupazione sovietica; la Grecia commisura il proprio sforzo alla minaccia turca, anch’essa radicata nella geografia e nella storia del Paese. Accanto allo spazio fiscale disponibile, a orientare la spesa è dunque la percezione che ciascuno Stato ha della propria minaccia prioritaria, più che una valutazione comune del rischio.

Un’Unione a due velocità

La postura di sicurezza dell’Europa non si misura nelle dichiarazioni d’intenti, ma neppure soltanto nei bilanci: si misura nelle capacità effettivamente generate, nella prontezza delle forze, nella resilienza delle reti e nella capacità di attribuire e sanzionare gli attacchi ibridi. I Paesi di confine si riarmano con un’urgenza dettata dalla storia e dalla geografia, mentre i grandi Paesi del Sud hanno raggiunto il vecchio obiettivo del 2% all’ultimo momento, con un mix di stanziamenti straordinari e revisioni contabili, e restano lontani dal nuovo traguardo del 3,5%. Secondo l’Agenzia europea per la difesa, la spesa dei Ventisette ha raggiunto nel 2025 i 418 miliardi di euro, pari al 2,2% del PIL, con un aumento del 20% sull’anno precedente; per il 2026 sono previsti 454 miliardi, il 2,4% del PIL, ma con una crescita più che dimezzata, di poco inferiore al 9%.19 Dopo la corsa del 2025, la sfida diventa la sostenibilità della traiettoria.

Torna così, in un contesto diverso, il vecchio adagio dell’Europa «a due velocità», un’Unione non ancora abbastanza matura politicamente da muoversi come attore geopolitico almeno sulle questioni esistenziali, come la sicurezza. La vera linea di faglia non passa tra «falchi» e «colombe», ma tra chi converte la spesa in capacità e chi si limita a renderla contabilmente conforme. Le direttive europee, il piano sui cavi e gli strumenti finanziari comuni non bastano da soli (la deterrenza resta affidata in primo luogo all’Alleanza e alle capacità nazionali), ma sono il terreno sul quale l’Unione può ridurre più efficacemente le asimmetrie tra i propri membri. Il pacco di Lipsia era diretto a ovest, le carte vendute a Roma riguardavano il Sud. Perché la catena regga, occorre che anche i Paesi meridionali, esposti alla minaccia ibrida non meno di quelli orientali, smettano di considerarla un problema altrui.

1Radiotelevisione svizzera (RSI), «Disastro aereo scampato, 007 tedeschi accusano Mosca», 15 ottobre 2024, https://www.rsi.ch/info/mondo/Disastro-aereo-scampato-007-tedeschi-accusano-Mosca–2282739.html; R. Ewing, «“Lucky Coincidence” Thwarts Alleged Russian Attack on DHL Flight», AirlineGeeks, 16 ottobre 2024, che riprende Der Tagesspiegel e The Guardian sull’episodio di Birmingham del 22 luglio 2024.

2M. Weiss, K. Kopaleishvili, I. Spriņģe, «Revealed: How Russia’s GRU Plotted Europe’s Parcel Explosions», VSquare/Re:Baltica, 17 settembre 2025.

3Avvenire, «Italia-Russia, il caso spie apre una mezza crisi diplomatica: espulsi due addetti militari di Mosca», 9 luglio 2026; AGI, 9 luglio 2026, https://www.agi.it/estero/news/2026-07-09/russia-spionaggio-espulsi-militari-ambasciata-37939212/.

4NATO, The Secretary General’s Annual Report 2025, 26 marzo 2026. Le stime aggiornate diffuse dall’Alleanza nel luglio 2026 hanno riportato sotto la soglia, per il 2025, Albania (1,48%), Slovenia (1,57) e Repubblica Ceca (1,86); per il 2026 Albania (2,15) e Repubblica Ceca (2,01) sono stimate di nuovo sopra il 2%, mentre la Slovenia (1,61) resterebbe l’unico alleato al di sotto, benché il nuovo governo guidato da Janez Janša si sia impegnato a raggiungere il 2% già nell’anno in corso. NATO, Defence Investment of NATO Countries (2014-2026), Bruxelles, luglio 2026, tabelle 1 e 3, https://www.nato.int/content/dam/nato/webready/documents/finance/def-exp-2026-en.pdf; Governo della Repubblica di Slovenia, comunicato del 14 settembre 2026.

5GLOBSEC – International Centre for Counter-Terrorism (ICCT), studio congiunto sull’impiego di reti criminali russofone in operazioni di sabotaggio in Europa, 2025.

6Financial Times, febbraio 2026, ripreso da Kyiv Post, «Russia Uses Wagner Network for Sabotage in Europe, Western Intel Says»; sulla successiva ondata di reclutamenti di gruppi criminali contro impianti della difesa cfr. The Telegraph, agosto 2026.

7NATO, Warsaw Summit Communiqué, 9 luglio 2016, par. 72.

8NATO, Defence Expenditure of NATO Countries (2014-2025), Bruxelles, giugno 2025, tabelle 2 e 3 (valori 2024 e 2025 stimati), https://www.nato.int/content/dam/nato/webready/documents/finance/def-exp-2025-en.pdf. Il rapporto annuale NATO del marzo 2026 ha rivisto alcune stime 2025 (Polonia 4,3%, Danimarca 3,34%).

9European Parliamentary Research Service, «EU Member State defence expenditure», maggio 2025.

10Milano Finanza, «Spagna, svolta sulla difesa: nel 2025 raggiungerà il 2% del pil», 22 aprile 2025.

11NATO, The Hague Summit Declaration, 25 giugno 2025; cfr. CEPA, «European NATO’s Warriors and Peaceniks».

12Sulle dichiarazioni del ministro Giorgetti cfr. Vulcan Consulting, «Sixteen EU countries trigger “escape clause” for defence spending», aprile 2025. La variazione reale 2025 (+35,2%) è in NATO, Defence Expenditure of NATO Countries (2014-2025), cit., tabella 3.

13NATO, Defence Expenditure of NATO Countries (2014-2025), cit., tabelle 1 e 3; MNI Markets, «EU escape clause defence boost lower than hoped», 30 aprile 2025.

14Direttiva (UE) 2022/2557 del 14 dicembre 2022 sulla resilienza dei soggetti critici; direttiva (UE) 2022/2555 del 14 dicembre 2022 (NIS2). In Italia: d.lgs. 4 settembre 2024, n. 134 (CER) e n. 138 (NIS2). Il termine di recepimento era il 17 ottobre 2024; gli Stati dovevano individuare i soggetti critici entro il 17 luglio 2026.

15Commissione europea e Alto rappresentante, EU Action Plan on Cable Security, JOIN(2025) 9, 21 febbraio 2025; nell’ottobre 2025 il Submarine Cable Infrastructures Expert Group ha pubblicato una valutazione del rischio a livello UE con linee guida per mappatura e stress test.

16Commissione europea, comunicazione del 19 marzo 2025; Consiglio dell’Unione europea, raccomandazione sull’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale per la Spagna, doc. ST 9680/2026.

17Agenzia europea per la difesa (EDA), Defence Data 2025-2026, 16 luglio 2026, p. 17; Commissione europea e Alto rappresentante, Preserving peace – Defence Readiness Roadmap 2030, JOIN(2025) 27 final, 16 ottobre 2025, p. 6. La Roadmap indica una quota di acquisti in cooperazione ancora «inferiore al 20%»: lo scarto dipende dal diverso anno di riferimento e dal perimetro, poiché il 24% comprende anche le cooperazioni con Paesi terzi; quelle tra soli partner europei valgono, secondo l’EDA, l’11% degli investimenti.

18NATO, Defence Investment of NATO Countries (2014-2026), cit., tabella 3. Tra gli altri alleati superano il 3% nel 2026 soltanto Svezia (3,22), Norvegia (3,17) e Stati Uniti (3,17).

19EDA, Defence Data 2025-2026, cit.

Sostieni il Giornalismo Indipendente

Difesa Online è libero e accessibile a tutti grazie ai lettori come te. Ogni contributo ci aiuta a continuare il nostro lavoro di informazione e analisi.

Dona ora con PayPal

Pagamento sicuro e protetto

Testo:
Ti piace quello che leggi? Sostieni Difesa Online con una donazione