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Analisi
Analisi

Elezioni in Israele: Netanyahu non vince, Eisenkot non sfonda e l’Iran resta una minaccia

Israele esce dalle urne senza una maggioranza chiara. Tra Netanyahu, Eisenkot e il peso dei partiti arabi, resta aperta la partita politica e strategica del Medio Oriente.

Gino Lanzara Gino Lanzara · · 12 min di lettura

Le elezioni costituiscono momenti particolari connotati da caratteristiche comuni a prescindere dalle latitudini. La prima è l’imprevedibilità degli esiti, tanto più scontati quanto più ribaltati in sede di scrutinio.

Nella storia d’Israele questa potrebbe essere la tornata più incerta, in bilico o sul mantenimento delle politiche perseguite negli ultimi 4 anni dal primo ministro Netanyahu, o sul ritorno al passato cercando di riallacciare le relazioni con il contesto internazionale. Posto che stando alle dichiarazioni, as usual, hanno vinto tutti, le elezioni non hanno fornito prospettive chiare sul futuro, visto che anche in sede di sondaggio è stato da subito evidente un reciproco annullamento numerico tra forze parlamentari così non in grado di assicurare alcuna stabilità garantita solo da una maggioranza definita.

Sullo sfondo rimane uno scenario cinetico, a cominciare dalla paventata reprise nei confronti dell’antagonista iraniano, un’opzione che tuttavia deve considerare le divaricazioni tra incentivi strategici e vincoli operativi. Se da un lato la dottrina del colpo decisivo alletta, dall’altro la frammentazione del quadro politico post-elettorale consiglierebbe una flemma che rischia però di provocare immediati ritorni sia verso il ginepraio di annose questioni giudiziarie sia verso il rischio di non riuscire a compattare la destra sionista. Qualsiasi segno di attività militare iraniana tra Golfo Persico e Hormuz a Tel Aviv viene percepito come una perdita di capacità deterrente tale da indurre a volgersi verso la dottrina dell’attacco preventivo, benché sia da considerare la cautela espressa sia dai vertici militari, sia dalla riluttanza di Washington, che guarda con diffidenza a nuovi attriti capaci di innescare ritorsioni asimmetriche con ulteriori e prolungati blocchi delle SLOC e con la possibilità di incorrere in insostenibili crisi logistiche. Lo spazio di manovra più percorribile resta dunque quello dell’escalation sotto-soglia, con operazioni coperte, cyber warfare, targeting di proxy e di supply chain esterne.

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È evidente come spicchi una divergenza tra strategie e calcoli elettorali ed una assennata valutazione operativa della sicurezza nazionale che si traduce nella volontà militare sia di evitare qualsiasi iniziativa che possa condurre anche solo al sentore di possibili strumentalizzazioni politiche sia di richiedere garanzie istituzionali formali e ordini scritti prima di eseguire operazioni foriere di escalation aperte con l’Iran. Nessun militare (giustamente) vuole più trovarsi alla fine della catena esecutiva con in mano il classico cerino acceso1.

Queste sono le prime elezioni post 7 ottobre, un evento che non ha potuto non condizionare tout court la campagna elettorale, visto che l’opposizione ritiene che Netanyahu non abbia saputo compiere opera di prevenzione, ragion per cui verrà costituita una commissione d’inchiesta indipendente per accertare le responsabilità, ora integralmente scaricate sullo Shin Bet2 ma contrastate da intelligence che vogliono il PM informato da EAU ed Egitto. Con 53 seggi al blocco di destra, 48 ad Eisenkot e 19 ai partiti arabi, intanto non si governa; il Likud è il partito di maggioranza relativa ma è in una situazione di stallo simile a quella che in passato ha visto tre consultazioni consecutive.

A meno di miracoli, è difficile che Netanyahu riesca a recuperare gli 8 seggi mancanti, come è complicato pensare di coagulare una coalizione salvo che Eisenkot non entri nella fascia di attrazione di Bibi, oggetto di un beauty contest elettorale che contempla la marginalizzazione dei leader radicali della destra; in caso contrario, si tornerà alle urne ma con Netanyahu che nel frattempo resterà al potere.

Attenzione a due aspetti; il primo: per una parte rilevante dell’elettorato l’attuale politica è comunque accettabile in termini economici e securitari; il secondo riguarda l’avanzata dei partiti arabi, con una significativa mobilitazione elettorale che, forte della conquista di circa 20 seggi, potrebbe diventare l’ago della bilancia.

Un esecutivo che intendesse governare potrebbe essere chiamato a negoziare concedendo aperture sulla questione palestinese e sulla Cisgiordania anche se potrebbe essere costretto a prevedere leadership a rotazione, un esperimento che, l’ultima volta, ha richiesto al governo di centro sinistra un dazio pesantissimo ma che, se funzionasse, taglierebbe le destre estreme. Forse.

Intanto ci sono da osservare parallelismi elettorali con USA e Autorità Nazionale Palestinese. A Tel Aviv e Washington la dialettica politica si è radicalizzata, trasformando il voto3 in una scelta esistenziale con il ruolo delle corti e con l’indipendenza giudiziaria al centro dell’attenzione. A ciò si aggiungono la personalizzazione della leadership, le vicende giudiziarie interessanti i vertici e vulnerabilità e disinformazione che sono state utilizzate cognitivamente da soggetti politici esogeni.

Anche la demografia gioca un suo ruolo con la mobilitazione delle minoranze votanti, tra comunità ultraortodosse e coloni in Israele e la ridefinizione degli swing/battleground states in America, determinanti per i collegi elettorali. Di Abu Mazen si può dire che, non per la prima volta, abbia optato per l’ennesimo rinvio delle elezioni palestinesi a settembre 2027.

Che succederebbe se in Israele si giungesse ad un governo di unità nazionale? Chi lo guiderebbe?

Eisenkot ha portato Netanyahu ad uno scontro diretto, sia per sottrarre voti all’altro generale Ofer Winter, simbolo di una linea dura sulla sicurezza ma presentatosi però come capace di superare le tradizionali divisioni interne alla società israeliana, sia per consolidare la propria leadership in una coalizione dove gli alleati sono sempre più spesso infastiditi dalla sua volitività. Ancora una volta però sono stati gli elettori arabi a decidere il futuro israeliano; come già visto le consultazioni hanno reso l’immagine di un paese spaccato e non in grado di generare una coalizione di maggioranza dove i partiti arabi da un lato hanno fatto valere la loro valenza demografica e dall’altro hanno indirettamente favorito il PM in carica.

Per l’opposizione la strada per il governo è percorribile solo in due modi: o in coalizione con gli arabi o col loro appoggio esterno, tuttavia difficilmente compatibile con i sostenitori di un pensiero sionista più ortodosso.

La base politica degli schieramenti più rilevanti è rimasta centrata sulla necessità di vincere la guerra, non di terminarla; Israele, quindi, continuerà sulla strada già iniziata nonostante l’affermazione araba.

Folcloristiche le dichiarazioni di POTUS che si è attribuito i meriti di una maggioranza che non c’è, con all’orizzonte incontri programmatici per verificare, da parte del presidente Herzog, la possibile formazione di un governo di unità nazionale cercando di evitare a tutti i costi nuove elezioni.

Da non sottovalutare il punto di vista di gran parte dell’analisi geopolitica israeliana, secondo cui l’uscita di scena di Netanyahu non produrrebbe svolte radicali, vista la personalizzazione dello scontro politico che oscura i fattori strutturali che limitano i margini per una discontinuità strategica e che evidenzia come l’opposizione non proponga dottrine securitarie alternative, un qualcosa che Hezbollah dovrebbe tenere a mente.

Di fatto, il proporzionale israeliano costringe al ricorso a coalizioni eterogenee che, nel caso specifico, condurrebbero a cambiamenti più nella forma istituzionale e nella diplomazia, con un depotenziamento della polarizzazione interna, ed una gestione più lineare dei rapporti con USA e alleati occidentali. Il problema, semmai, è il mantenimento dello status quo, stabilizzato dalla frammentata struttura parlamentare e dai vincoli di coalizione, posto che la vera alternativa a Netanyahu non è nelle mani della sinistra progressista ma tra quelle di ex generali e conservatori laici. Mentre sulle priorità vitali la linea di Eisenkot coincide con la dottrina del Likud, la faglia tra Netanyahu e i suoi sfidanti preme sulla difesa dello stato di diritto.

Chiunque intendesse realizzare una maggioranza stabile di centro destra, ma senza i partiti arabi, sarebbe costretto a scendere a patti con gli ultraortodossi o con i coloni, ancorati alla fruizione di benefici intoccabili. Se Bibi fosse costretto a lasciare il potere, ci si indirizzerebbe, oltre che verso un esecutivo di unità nazionale, anche verso una coalizione tecnica di transizione utile a normalizzare la cooperazione con gli USA, ma vincolata a flemmatizzare qualsiasi scelta divisiva.

Il coup de théâtre sarebbe convincere il Likud a mollare Netanyahu per dar vita a un esecutivo di coalizione istituzionale, ma si tratta di ipotesi poco credibile. Sintesi (per ora): il presidente Herzog incontrerà sia Netanyahu che Eisenkot, che godrebbe di disponibilità politica e di un potenziale asse parlamentare della Lista Araba Unita4, per testare la possibilità di un governo di unità nazionale cercando di evitare l’incubo di ulteriori elezioni anche magari accontentandosi di un (laboriosissimo) governo di minoranza.

Insomma, malgrado le raccomandazioni presidenziali, nuove tornate di consultazioni non possono essere escluse a priori, magari contando su una partecipazione elettorale via via più demotivata, esigua e disillusa anche perché, se è vero che Bibi l’immortale non ha vinto, non ha però nemmeno perso rovinosamente come ci si attendeva.

In nuce le elezioni hanno evidenziato sia il fallimento della personalizzazione del problema Netanyahu alla base dell’intransigenza israeliana da ricercare tra tendenze strutturali molto più profonde, sia la traslazione a destra dell’asse politico, sia nessuna proposta concreta di un difficilissimo rilancio del dossier palestinese e della soluzione a due stati.

Le elezioni in qualche modo ridefiniranno equilibri di potere e postura strategica di tutto il MO, data la persistenza del confronto con Teheran e con l’Asse della Resistenza, che continua ad essere interpretato a livello bipartisan come una minaccia esistenziale; rimangono poi in sospeso gli Accordi di Abramo e l’auspicata ma complessa normalizzazione con il mondo arabo, senza contare che l’estrema destra nazional religiosa può pressare sui trattati di pace con Egitto e Giordania.

Questione a parte è Gaza, ovvero verificare se Israele punterà a un’occupazione militare diretta della Striscia oppure se accetterà il coinvolgimento di una rinnovata (ma quando?) ANP. La nomina di Eisenkot5 non impedirebbe a Tel Aviv di seguire gli USA in un’ulteriore escalation. Insomma, sui temi inerenti alla sicurezza regionale esistono punti di vista condivisi, nucleare persiano compreso; di massima le divergenze tra maggioranza e opposizione riguardano strategie e tattiche, non obiettivi: un successo dell’opposizione allenterebbe le tensioni a Gaza e in Cisgiordania ma non inciderebbe più di tanto sul rischio di un nuovo scontro con Teheran, posto che la normalizzazione con Riyadh non potrà comunque avvenire senza il riconoscimento della sovranità palestinese.

Le elezioni non possono influire sulle conseguenze prodotte dal conflitto; dunque, anche la posizione sul Libano non muterà. Strutturalmente, dal 7 ottobre la postura securitaria israeliana è cambiata, e qualunque maggioranza si insedierà erediterà questa condivisione di propensioni, posto che l’ascesa di Eisenkot non impedirebbe un’escalation contro Teheran che, con i suoi proxy Hamas e Hezbollah, continua a costituire un pericolo esistenziale.

Gli esiti elettorali offrono poche prospettive per cambiamenti sostanziali nei rapporti tra il Golfo e Tel Aviv. La normalizzazione bilaterale saudita-israeliana, quale parte di un entente con gli USA, è stata oggetto di discussioni soprattutto a partire dalla firma degli Accordi di Abramo del 2020 e non ha condotto a ulteriori immediate liaison da parte di esecutivi post-elettorali. Attenzione perché l’elemento si inserisce nel programma di Eisenkot che non prevede la costituzione di uno Stato palestinese mentre molti israeliani e molti liberal statunitensi ritengono che sia pur semplici colloqui quieterebbero le ambasce di Riyadh logorata dalla minaccia Houthi, per cui Israele potrebbe palesarsi quale prezioso supporto.

Ad Amman la domanda è se Israele accetterà un accordo che stabilisca uno stato palestinese su suolo palestinese abbandonando quella che viene vista come una politica invasiva. Le elezioni israeliane non produrranno alcuna svolta nel rapporto con la Turchia, data la profondità della faglia che separa i due Paesi, alimentata da un incalzante senso di competizione e da contrastanti visioni di ordine in una regione dove attori sovrani si dibattono in una frammentazione che incentiva l’anarchia.

Un po’ di TV; Fauda, oltre che significare caos in arabo, ha toccato il modo in cui cultura pop, percezione della sicurezza e politica reale si influenzano giungendo ad essere metafora dello stato psicologico dell’elettorato israeliano e di come questo viva il tema securitario; una serie che rispecchia la percezione diffusa della necessità di interventi decisi contro il terrorismo. Per i sostenitori della destra Fauda rappresenta il realismo dell’impossibilità di una pace consolidata con Hamas, mentre per la sinistra la serie è accusata di normalizzare l’occupazione della Cisgiordania, riducendo la questione palestinese ad un problema di contro-terrorismo. Se da alcuni Fauda è citata come modello di resistenza israeliana, da altri è considerata come esempio di una società in trappola e priva di soluzioni politiche.

Dal punto di vista elettorale vulnerabilità e caos sistemico hanno generato una polarizzazione dove, da un lato insiste la spinta per chi pretende una sconfitta militare a ogni costo; dall’altro preme chi chiede commissioni d’inchiesta sui fallimenti dell’intelligence e dell’esecutivo. Mai come ora avrebbe avuto ragione Ben Gurion quando diceva: in Israele, per poter essere un realista, devi credere nei miracoli.

1 Saturazione della difesa aerea: L’IDF avverte che una risposta missilistica e di droni da parte dell’Iran metterebbe alla prova le riserve dei sistemi intercettori che richiedono rifornimenti alleati. Affaticamento delle forze: dopo mesi di mobilitazione su più fronti e il logorio dei riservisti, le IDF richiedono una pianificazione basata sulla sostenibilità a lungo termine e con una exit strategy chiara. L’IDF insiste sul fatto che colpire Teheran senza l’accordo di Washington lascerebbe Israele isolato.

2 Secondo il PM lo Shin Bet sapeva dell’attacco ma non lo avrebbe volontariamente avvertito, perché cosciente di aver sottovalutato la minaccia di Hamas e timoroso della sua reazione. L’ex capo dello Shin Bet Ronen Bar ha denunciato Netanyahu per diffamazione.

3 In Israele percentuali di affluenza elevatissime al 77,7%

4 Accusati da Netanyahu, senza fondamento, di aver rubato le elezioni

5 Uso di una forza sproporzionata; distruzione delle infrastrutture civili; concetto di “basi militari”; pressione sulla popolazione

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