Ieri sera, durante una diretta straordinaria, è accaduta una cosa apparentemente semplice ma, per noi, importante: abbiamo potuto incontrare una voce yemenita. Una sola voce, certo. Non “lo Yemen”, non la pretesa di rappresentare un intero popolo. Ma una persona che vive in un Paese che da oltre un decennio conosce bombardamenti, guerra, isolamento, povertà e un’emergenza umanitaria diventata quasi parte del paesaggio.
Dello Yemen conosciamo le dichiarazioni di Washington, Riyadh, Teheran, delle cancellerie europee, delle organizzazioni internazionali e dei diversi contendenti. Molto più raramente ascoltiamo direttamente chi in quel Paese continua semplicemente a vivere. Durante la conversazione di ieri sera un aspetto mi ha colpito più degli altri: la situazione umanitaria.
In Yemen non si muore – soltanto – sotto un bombardamento. Si muore perché manca un farmaco. Perché una struttura sanitaria non funziona. Perché una famiglia non riesce più a procurarsi ciò che serve per vivere. Perché una patologia curabile diventa mortale. Perché anni di guerra hanno progressivamente eroso economia, infrastrutture e servizi essenziali.
Gli aiuti internazionali, invece di crescere parallelamente alla disperazione della popolazione, negli ultimi anni sono stati drasticamente ridimensionati. Nell’agosto 2023 lo stesso World Food Programme denunciava una grave crisi finanziaria che lo costringeva a nuovi tagli in tutto lo Yemen. Le razioni distribuite a oltre 13 milioni di persone coprivano ormai soltanto circa il 40% del paniere alimentare standard. I programmi per prevenire la malnutrizione, inizialmente destinati a milioni di bambini e donne, erano stati ridotti a una frazione del necessario.
È importante fermarsi su questo punto. Perché quando un Paese dipende in misura enorme dalle importazioni e dall’assistenza esterna, togliere progressivamente ossigeno al sistema significa produrre conseguenze che nessuna fotografia satellitare di un obiettivo bombardato potrà mostrare.
Prima della guerra, lo Yemen importava circa il 90% del cibo, l’85% delle forniture mediche e la maggior parte del carburante. In un Paese così dipendente dall’esterno, limitare porti, voli e importazioni significa colpire direttamente la capacità della popolazione di sopravvivere.
Le Nazioni Unite hanno documentato per anni restrizioni navali e aeree imposte dalla coalizione a guida saudita, ritardi nell’ingresso delle merci, aumento dei prezzi e conseguenze pesanti sulla sanità e sulla disponibilità dei beni essenziali. In alcuni periodi si è arrivati a un vero e proprio blocco.
Non è propaganda Houthi. È nei rapporti delle Nazioni Unite.
Chi controlla i controllori?
Naturalmente anche le fonti internazionali devono essere lette criticamente. Soprattutto nello Yemen. Nel 2021 il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite non rinnovò il mandato del Gruppo di eminenti esperti sullo Yemen, l’unico meccanismo internazionale indipendente incaricato di investigare sulle violazioni commesse nel conflitto.
Secondo Human Rights Watch, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti esercitarono fortissime pressioni diplomatiche perché quel mandato fosse cancellato. Reuters ha successivamente ricordato come Riyadh avesse contribuito a far chiudere l’inchiesta.
Un precedente che dovrebbe imporre almeno prudenza ogni volta che qualcuno presenta un dato proveniente dal sistema internazionale come se fosse prodotto in un ambiente sterile, impermeabile agli interessi degli Stati.
Non significa sostenere che i numeri delle agenzie umanitarie siano falsi. Significa ricordare che anche intorno alla produzione, alla raccolta e soprattutto all’interpretazione dell’informazione esistono rapporti di forza.
Ed è esattamente per questo che ascoltare direttamente uno yemenita acquista valore. Non perché la sua testimonianza sia “la verità”. Ma perché è una delle verità che troppo raramente arrivano fino a noi.
Già nel 2021 il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo stimava che circa il 60% delle vittime provocate dal conflitto fosse riconducibile non alla violenza diretta, ma alle sue conseguenze: crisi alimentare, patologie e collasso dei servizi essenziali.
Una proporzione impressionante. Significava che, mentre noi osservavamo missili, bombe, offensive e linee del fronte, il vero massacro avveniva in larga parte altrove. Silenziosamente.
Da quasi un secolo la guerra ha progressivamente cancellato la distinzione rassicurante fra campo di battaglia e retrovia. La capacità di una società di continuare a vivere è diventata essa stessa parte dello scontro. I civili non sono più semplicemente quelli che hanno la sfortuna di trovarsi “vicino a un obiettivo militare” (senza ipocrisia, da quasi un secolo sono i civili l’obiettivo militare privilegiato…). Quando vengono compromessi acqua, energia, cibo, trasporti, ospedali ed economia, il bersaglio strategico finisce per diventare la società stessa. Nello Yemen questo processo dura da undici anni.
C’è un vecchio principio che ogni comandante dovrebbe conoscere: “a nemico che fugge, ponti d’oro”. Non nasce dalla pietà. Nasce dall’intelligenza. Perché lasciare una via d’uscita al nemico può abbreviare una guerra. Chi invece viene convinto di non avere altra alternativa che combattere avrà un motivo in più per farlo fino alla fine.
Qual è stato, in undici anni, il ponte d’oro offerto agli yemeniti che combattono? Quale futuro è stato mostrato loro? Quale prospettiva è stata offerta a chi è cresciuto conoscendo embargo, bombardamenti, miseria, malattie e una frontiera che sembra separarlo dal resto del mondo?
Lo Yemen appare ancora oggi come un Paese circondato e chiuso. Eppure, nonostante l’enorme quantità di denaro impiegata, la superiorità tecnologica e militare e il sostegno ricevuto da potenze occidentali, la coalizione guidata dall’Arabia Saudita non è riuscita a schiacciare la resistenza dei propri avversari. Anzi…
Questo dovrebbe suggerire qualche domanda. Si può spiegare tutto con l’Iran? Si può spiegare tutto con l’ideologia?
Il coraggio può derivare dall’orgoglio, dalla fede, dalla disciplina e dall’identità collettiva. Ma esiste un’altra fonte di determinazione che monarchi tutt’altro che illuminati sembrano avere sottovalutato: non avere più nulla da perdere. Ed è probabilmente una delle condizioni peggiori che si possano creare in un nemico.
Sarebbe anche il momento di liberarsi da un equivoco. Questa non è una guerra combattuta in nome dei “valori occidentali”. La coalizione che dal 2015 ha combattuto in Yemen è stata guidata dall’Arabia Saudita e sostenuta da monarchie e governi che difficilmente possono essere presentati come modelli di democrazia liberale.
Gli Stati occidentali hanno appoggiato Riyadh per ragioni strategiche, economiche e geopolitiche. Legittime o meno, sono queste. Rivestirle retroattivamente di una missione morale significa trasformare la geopolitica in propaganda. Ridicola.
Ieri sera dallo Yemen è partito anche un appello all’Italia. Tra le notizie che evidentemente riescono ad arrivare laggiù c’è anche quella che l’Italia avrebbe un “brave prime minister”. Un presidente del consiglio coraggioso.
Il nostro interlocutore ha chiesto che l’Italia possa esercitare un ruolo di mediazione per contribuire a mettere fine a un conflitto che sembra privo di uscita mentre l’ecatombe umanitaria continua.
Non sappiamo quanto spazio diplomatico esista realmente. Ma sappiamo che l’Italia dialoga con l’Arabia Saudita, con i Paesi del Golfo, con Washington e con molti degli attori che hanno un ruolo nella regione.
Non occorre essere una superpotenza per aprire una porta. Talvolta serve semplicemente qualcuno disposto a bussare.
E allora quell’aggettivo pronunciato ieri dallo Yemen – “brave” – dovrà trovare conferma. Oppure essere smentito; magari soffocato anche da chi, dentro la stessa maggioranza, ritiene più importante non disturbare certi consolidati rapporti militari e industriali.
Dopo undici anni la domanda non può essere soltanto come costringere un avversario alla resa. Dovrebbe essere anche un’altra: che cosa stiamo offrendo a chi dovrebbe scegliere la pace? Se l’alternativa alla guerra resta fame, isolamento, malattie e assenza di futuro, non stiamo costruendo le condizioni per deporre un’arma. Stiamo soltanto spiegando perché continuare a impugnarla.
Un’ultima nota riguarda noi. Durante la diretta abbiamo avuto alcuni problemi tecnici con l’audio, ma anche l’implementazione della traduzione simultanea, un add-on importante che vogliamo sviluppare proprio per poter ascoltare sempre più spesso interlocutori lontani senza costringerli a passare attraverso la mediazione linguistica di altri. Chiediamo scusa a chi ci ha seguito: dobbiamo migliorare e lo faremo.
In fondo è così che noi esseri umani progrediamo: proviamo, sbagliamo, capiamo e correggiamo. Se vale per una diretta, forse, dopo undici anni di Yemen, dovrebbe valere anche per chi prende decisioni in palazzi e reggie… dorati.

