Il governo yemenita sostenuto dall’Arabia Saudita ha annunciato il 4 ottobre l’avvio di una vasta operazione militare per riconquistare i territori controllati da Ansar Allah, il movimento Houthi che dal 2014 detiene Sana’a e gran parte dello Yemen nord-occidentale.
La notizia, riportata da Reuters, segna un passaggio importante nell’escalation delle ultime settimane. Il presidente del Consiglio presidenziale yemenita Rashad al-Alimi ha dichiarato che le forze governative proseguiranno le operazioni con l’obiettivo di ristabilire l’autorità dello Stato sull’intero territorio nazionale.
L’annuncio trasforma in operazione militare ciò che soltanto due giorni prima Reuters descriveva ancora come un piano in preparazione a Riyadh: un contrattacco affidato principalmente a forze yemenite sul terreno, sostenute dall’aviazione saudita e dall’intelligence statunitense. Secondo le fonti regionali e occidentali consultate dall’agenzia, le opzioni prese in considerazione comprendevano sia un’azione limitata per riconquistare la zona del Bab el-Mandeb sia un’offensiva coordinata su più fronti, tra Taiz, Marib, Al-Bayda e Al-Jawf.
L’obiettivo appare evidente: rovesciare i risultati della sorprendente avanzata Houthi di settembre. Nelle ultime settimane Ansar Allah ha infatti conquistato circa 150 chilometri di costa sul Mar Rosso e assunto il controllo dell’area yemenita del Bab el-Mandeb, il passaggio che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden. È un risultato ben superiore al semplice ampliamento territoriale.
Bab el-Mandeb rappresenta uno dei principali punti di passaggio tra Europa e Asia e ha acquisito ulteriore importanza nel 2026 a causa della crisi dello Stretto di Hormuz. Il controllo della costa e delle posizioni che dominano lo stretto aumenta quindi notevolmente la capacità degli Houthi di condizionare la sicurezza della navigazione regionale e, indirettamente, i traffici commerciali internazionali.
Nelle ultime 48 ore le forze di Ansar Allah hanno inoltre continuato ad avanzare nell’area di Taiz, conquistando posizioni sulle alture e avvicinandosi all’ultima arteria che collega la città con Aden. Un’eventuale interruzione della strada Taiz-Aden avrebbe conseguenze operative rilevanti e potrebbe isolare ulteriormente la terza città dello Yemen.
È in questo quadro, più che nella prospettiva immediata di una riconquista di Sana’a, che va probabilmente letta la decisione del governo yemenita e di Riyadh di passare al contrattacco.
Riyadh dall’alto, i governativi yemeniti sul terreno
La configurazione dell’operazione sembra differente rispetto all’intervento saudita iniziato nel 2015. Allora Riyadh guidò direttamente una vasta coalizione araba con l’obiettivo di ristabilire il governo yemenita estromesso da Sana’a. Dopo anni di guerra, migliaia di attacchi aerei e un costo economico e umano enorme, la coalizione non riuscì però a sconfiggere Ansar Allah.
Questa volta il peso delle operazioni terrestri dovrebbe ricadere principalmente su forze yemenite. Secondo Reuters, in funzione dell’ampiezza della campagna potrebbero essere mobilitati oltre 100.000 uomini appartenenti alle diverse formazioni anti-Houthi. L’Arabia Saudita fornirebbe soprattutto comando, supporto aereo e logistico, mentre gli Stati Uniti stanno già fornendo intelligence e informazioni utili alle operazioni saudite.
Pakistan e Turchia hanno fornito equipaggiamenti militari e consiglieri; Islamabad, tuttavia, non avrebbe deciso l’impiego di proprie truppe in combattimento nello Yemen. Anche il sostegno francese annunciato a Riyadh riguarda essenzialmente la protezione del territorio e delle infrastrutture saudite. Per ora non emerge dunque una nuova coalizione terrestre internazionale paragonabile a quella del 2015.
Il fronte che combatte Ansar Allah è composto da gruppi, unità militari e formazioni locali con storie, interessi e catene di comando differenti. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno sostenuto negli anni soggetti non sempre politicamente compatibili tra loro e le tensioni all’interno del campo anti-Houthi hanno più volte prodotto scontri e riallineamenti.
L’analista yemenita Mohammed Albasha, citato da Reuters, osserva che molte formazioni anti-Houthi non sarebbero ancora sufficientemente organizzate per sostenere una lunga offensiva contro un avversario disciplinato e capace di esercitare pressione contemporaneamente su più fronti.
La superiorità aerea saudita potrebbe quindi consentire di colpire concentrazioni di truppe, depositi, mezzi e infrastrutture, ma l’esito della campagna dipenderà soprattutto dalla capacità delle forze del governo di conquistare e mantenere il territorio.
Ed è precisamente qui che l’esperienza della guerra iniziata nel 2015 invita alla prudenza…
Il potenziale militare di Ansar Allah deve essere valutato evitando sia sottovalutazioni sia sovrastime. Il movimento dispone oggi di una combinazione di missili balistici, missili da crociera, sistemi antinave, droni d’attacco e mezzi navali senza equipaggio che non aveva nelle stesse dimensioni all’inizio dell’intervento saudita.
Le quantità effettivamente disponibili rimangono però difficili da stabilire da fonti aperte. Le stime molto dettagliate sugli stock di singoli sistemi vanno quindi trattate con cautela, soprattutto dopo anni di bombardamenti statunitensi, sauditi e israeliani.
Ansar Allah ha dimostrato di poter disperdere i propri sistemi, utilizzare lanciatori mobili, ricostituire almeno parte delle capacità perdute e continuare a lanciare missili e droni nonostante campagne aeree estremamente intense.
Nel 2025 gli Stati Uniti condussero con l’operazione Rough Rider una massiccia campagna contro le infrastrutture militari Houthi. Il 27 aprile dello stesso anno il comando centrale statunitense dichiarava di avere colpito oltre 800 obiettivi.

La campagna non eliminò comunque la capacità operativa di Ansar Allah. La questione non è quindi stabilire se una campagna aerea possa infliggere perdite ad Ansar Allah – evidentemente può farlo – ma se tali perdite possano tradursi in una sconfitta politica e militare sul terreno.
Altro elemento da trattare con cautela è il rapporto tra Ansar Allah e Teheran. Il sostegno iraniano è documentato. L’Iran ha trasferito tecnologia, componenti e sistemi d’arma e ha contribuito allo sviluppo delle capacità missilistiche e dei droni Houthi.
Una recente analisi dell’International Institute for Strategic Studies valuta che Ansar Allah abbia acquisito capacità locali soprattutto nella produzione dei sistemi più semplici, mentre per le tecnologie più sofisticate – in particolare missili a maggiore gittata, propulsori, sensori e componentistica avanzata – la dipendenza dall’Iran rimane considerevole.
Più difficile è stabilire il grado di controllo politico esercitato da Teheran sulle decisioni di Sana’a. Definire gli Houthi semplicemente come una forza indipendente dall’Iran sarebbe fuorviante; considerarli un’estensione operativa iraniana rischia però di esserlo altrettanto. Il rapporto appare più complesso, sostegno militare e convergenza strategica convivono con una leadership, una base sociale e interessi politici specificamente yemeniti.
La risposta Houthi
Ansar Allah ha accompagnato la nuova escalation terrestre con la minaccia di colpire direttamente l’Arabia Saudita. Il movimento ha dichiarato di avere lanciato missili balistici e droni contro installazioni di Saudi Aramco a Riyadh e nell’area di Khurais, sostenendo che gli attacchi rappresentassero una risposta a circa cinquanta raid sauditi compiuti nello Yemen nelle precedenti dodici ore.
Al momento dell’ultimo aggiornamento Reuters non risultava una conferma saudita dei danni rivendicati dagli Houthi.
La possibilità di una campagna missilistica contro infrastrutture energetiche, aeroporti, porti e installazioni militari saudite costituisce una delle principali variabili dell’attuale crisi. Non casualmente Riyadh ha rafforzato le proprie difese aeree e chiesto assistenza agli alleati per proteggere le infrastrutture strategiche.
Il conflitto potrebbe quindi svilupparsi contemporaneamente su tre livelli: terrestre nello Yemen, aereo e missilistico tra Yemen e Arabia Saudita, navale intorno al Bab el-Mandeb.
La nuova offensiva può modificare rapidamente la linea del fronte, soprattutto lungo la costa. Più difficile è prevedere se possa cambiare stabilmente gli equilibri politici dello Yemen.
Ansar Allah dispone oggi di maggiore esperienza militare, capacità missilistiche superiori e un territorio più ampio rispetto al 2015. I suoi avversari dispongono invece di una netta superiorità tecnologica, aerea e finanziaria, ma devono ancora dimostrare di poter trasformare queste risorse in una forza terrestre sufficientemente coesa.
Nel mezzo rimane una popolazione già duramente provata. Il World Food Programme ha segnalato che, nelle aree yemenite sotto controllo governativo monitorate dall’organizzazione, circa tre famiglie su quattro soffrono oggi di insufficiente accesso al cibo. La ripresa dei combattimenti ha inoltre provocato decine di migliaia di nuovi sfollati.
Per l’Europa il primo interesse resta la sicurezza della navigazione. L’operazione EUNAVFOR ASPIDES, prorogata fino al 28 febbraio 2027, mantiene infatti un mandato esplicitamente difensivo per la protezione delle navi e della libertà di navigazione nel Mar Rosso e nelle acque circostanti.

La domanda centrale delle prossime settimane sarà dunque meno semplice di quanto suggerisca l’annuncio di una nuova offensiva. Non riguarda soltanto chi riuscirà a controllare il Bab el-Mandeb, ma se la nuova campagna riuscirà a modificare gli equilibri militari abbastanza da riaprire uno spazio negoziale oppure finirà per riportare lo Yemen nella stessa guerra dalla quale, dopo oltre un decennio, non è mai realmente uscito.

