Taiwan e Fontana di Trevi. Tutto è Geopolitica

(di Andrea Forte)
05/05/22

Il 4 maggio si è svolto alla Fontana di Trevi a Roma un incontro tra l’ambasciatore dell’Ufficio di Rappresentanza di Taipei a Roma, Andrea Sing-Ying Lee, insieme ai vertici della comunità taiwanese con cittadinanza italiana a Roma, e la presidenza del Gruppo Interparlamentare di Amicizia Italia-Taiwan – il presidente sen. Lucio Malan, i vicepresidenti on. Marco di Maio e on. Alessandro Pagano. L’incontro è avvenuto per sollecitare il ritorno di Taiwan (Repubblica di Cina) come membro osservatore dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

L’evento, così come il comunicato stampa che ne è seguito, teso a sottolineare tutti i vantaggi che questo ingresso avrebbe, nasconde, dietro un'apparente neutralità, questioni profondamente geopolitiche.

Si parta dalla struttura in questione, ovvero l'Organizzazione Mondiale della Sanità, che è l’Agenzia delle Nazioni unite deputata all'ambito appunto del coordinamento delle questioni sanitarie di tutti i Paesi membri della medesima.

Qui va chiarito che le Nazioni Unite (ONU) non sono il governo del mondo, non hanno cioè il compito di rappresentare in modo imparziale tutti gli interessi, poiché le relazioni tra le collettività sono sempre una complessa trama di rapporti di forza più o meno disciplinati tramite equilibri geopolitici di volta in volta raggiunti. L’equilibrio di questi rapporti, rispecchiato nell’ossatura delle Nazioni Unite, è quello stabilito dalle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale. L’ONU pertanto è sicuramente un forum di discussione democratica, ma non di decisione democratica, essendo la cupola formata da un Consiglio di Sicurezza, i cui membri permanenti (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito) hanno un diritto di veto, sufficiente a impedire che le potenze suddette vengano lese da interessi altrui, singoli o collettivi che siano. Soprattutto, giusti o meno che siano tali interessi.

Tale struttura e dunque tali gerarchie si ripercuotono necessariamente nelle singole agenzie, nel momento in cui queste sono costrette a occuparsi di fenomeni, la cui portata sia vitale a livello mondiale, come appunto lo è stata la pandemia da Covid 19. Questo virus non ha creato nuovi rapporti di forza, ma ha innescato politiche e diplomazie nazionali e internazionali, che hanno sottolineato alleanze e fratture esistenti fra le potenze. Ecco allora che possiamo addentrarci ancora di più nelle questioni implicite nell’evento di Roma.

Se un Paese non fa parte di un'organizzazione, la cui articolazione, ma in fondo l'esistenza stessa, sono determinate da equilibri (o squilibri) di potenza, vuol dire che qualcuno, che quell’organizzazione è in grado di condizionare, ha fatto in modo che quel Paese non ne facesse parte. In questo caso la Cina. Quando inoltre si parla non di Ambasciata di Taiwan a Roma, ma di Ufficio di Rappresentanza di Taipei, si sottolinea che la stragrande maggioranza dei Paesi, tra cui l’Italia, che riconoscono ufficialmente la Repubblica Popolare Cinese, sono costretti ad accettare il principio cardine della medesima, secondo cui esiste una sola Cina, e Taiwan è da Pechino considerata parte integrante del proprio territorio, illegittimamente separatosi.

Dunque secondo Pechino Taiwan non è uno stato e non può far parte di un’agenzia di stati liberi e sovrani. Chiedere allora che Taiwan ne entri a far parte significa appartenere ad un campo e ad una traiettoria geopolitiche che vogliono contrastare la Cina. Che la questione sia tragicamente geopolitica lo si comprende dunque considerando che, parlando di Cina e di Taiwan, si sta parlando degli Stati Uniti.

Taiwan, isola posta di fronte alla Cina continentale, è uno dei perni del contenimento che Washington attua contro la Cina, lungo le sue coste, per impedirle l'ascesa al primato della potenza mondiale.

La partita la si approfondisce ancora di più se si considera l'opposta strategia anti-covid attuata da Pechino e da Taipei.

Taiwan è uno stato democratico e al tempo stesso, come si diceva, escluso dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. Ha cercato di unire queste sue due caratteristiche per farne un unico potente elemento di successo. Non ha mai fatto un lockdown totale e continuativo, al tempo stesso ha attuato efficaci politiche di informazione e di parallelo contrasto alla disinformazione, ha un’eccellente sistema sanitario che copre il 99% della popolazione ed ha una propria produzione di dispositivi medici, oltre infine ad essere riuscita a produrre, seppur con risultati non superlativi, un proprio vaccino, il Medigent.

A pandemia ancora in corso si può definire la strategia taiwanese di contrasto al virus una politica di successo (meno di mille morti in totale su più di 23 milioni di abitanti in due anni).

Taiwan ha cercato di sfruttarlo a questo punto per inserirsi nelle dinamiche geopolitiche mondiali, trasformandosi da caso a modello e da modello a modello alternativo a quello cinese, Il paradigma del successo taiwanese è stato quello di conciliare democrazia, dunque diritti dei cittadini, e contrasto al virus, oltre ad una diplomazia dei dispositivi medici fatta di donazioni, tese ad esportare il proprio stesso esempio e quindi la propria legittimità statuale, in competizione con una Cina che teneva a bada il virus tramite una fortissima repressione, che produceva vaccini scarsamente efficaci e che preferiva donarlo prima e principalmente all'estero, piuttosto che ai propri stessi cittadini, e tra i Paesi esteri a quelli passibili di essere ricattati per disconoscere Taiwan ufficialmente. Taiwan è riuscita così a utilizzare la propria esclusione dall'OMS, ha rafforzato la fiducia nel suo sistema democratico e nell’efficacia delle istituzioni, ed è riuscita a farlo ribadendo e rafforzando la sua appartenenza al campo americano, proprio perché questa ne garantisce l’indipendenza dalla Cina. Non solo, tutto questo ha contribuito a sua volta a consolidare il sorgere di un'identità specifica degli abitanti dell'isola, così da legittimare ancora di più agli occhi della comunità internazionale un ombrello protettivo in caso di invasione cinese, poiché sarebbe l'invasione di una collettività che si sente ormai altra rispetto a quella cinese (secondo il Centro studi elettorali dell’Università nazionale Chengchi il 62% della popolazione attualmente si sente solo taiwanese, sebbene il 98% sia di origine cinese han). Non è un caso che l’esclusione dall’OMS sia avvenuto proprio in corrispondenza con la salita al governo nel 2016 di Tsai Ing-wen, del partito Democratico progressista, ovvero di quella parte politica favorevole all'indipendenza definitiva dell'isola.

Tutto quanto fin qui delineato permette di trarre un bilancio, che si lega al conflitto fra Kiev e Mosca. L’Organizzazione mondiale della sanità e quindi le Nazioni Unite non governano il mondo, non lo decidono, al massimo lo rispecchiano e nei momenti di crisi, come quelli in Ucraina, ne rispecchiano soprattutto limiti e contraddizioni, veti e contro-veti. L’Onu non è impotente, ma solo perché non è un soggetto. Per questo non riesce ad agire efficacemente nel creare condizioni di pace in Ucraina e per questo è una struttura totalmente condizionata dalle scale della potenza attuale e dai tentativi mondiali di modificarla. Basti pensare che i missili russi sono caduti su Kiev anche nel momento della visita del segretario generale dell’ONU Guterres, che rappresenterebbe anche e proprio la Russia.

Chiedere di diventare membro osservatore dell'OMS è uno dei tanti bulloni che l'impero americano cerca direttamente o indirettamente di stringere in vista della sfida decisiva contro l'ascesa cinese. Ascesa tanto più o tanto meno performante a seconda dell'esito della disputa nell'Europa orientale, cioè a seconda se e in quale misura la Russia scivolerà nei vincoli della potenza cinese.