Putin al bivio: gli opposti centri di potere all'ombra del Cremlino

(di Andrea Gaspardo)
24/02/22

Mentre la crisi nell'Europa Orientale si aggrava di settimana in settimana, e probabilmente raggiungerà il suo picco nei prossimi giorni, tutti gli occhi sono ora puntati sull'uomo le cui decisioni imprimeranno una svolta decisiva agli eventi: il presidente della Federazione Russa, Vladimir Vladimirovich Putin.

Ex-uomo del KGB e poi direttore dell'FSB, Putin permane ai vertici del potere in Russia da ben 23 anni e nel corso di tutto questo periodo ha tentato di plasmare il paese a sua immagine e somiglianza, riuscendoci bene in alcuni ambiti e assai meno in altri.

Oggi Putin è considerato sia l'artefice dell'attuale crisi in Ucraina sia colui che detiene nelle proprie mani le leve politiche per poterla risolvere. Ma è davvero così?

Dato che, per definizione, l'onnipotenza appartiene solamente alla divinità, possiamo già dire senza ombra di dubbio che, al netto di quanto affermino i suoi numerosi “estimatori”, “Vova” non è onnipotente ed anzi, nel corso della sua pluridecennale carriera da uomo di stato, ha commesso errori ed è stato preso da tentennamenti esattamente come ogni altro leader piccolo o grande. In poche parole: ha “steccato” pure lui.

Nondimeno, in quanto leader del paese i cui interessi sono maggiormente a rischio nella crisi ucraina, e avendo egli stesso molto (se non tutto) da perdere in questa partita, Putin si trova ora ad uno scomodo bivio che sicuramente condizionerà il resto della sua carriera politica (breve o lunga che sia) così come l'immagine che egli tramanderà ai posteri.

Per cominciare è necessario capire, innanzi tutto, che tipo di posizione Putin ricopra all'interno della galassia del potere russo. Contrariamente a quanto molti possano pensare, il sistema di governo russo non è e non è mai stato di tipo veramente “monarchico”.

Indipendentemente dal titolo ufficiale adottato a seconda delle epoche storiche (“gran principe” , “zar”, “imperatore”, “segretario generale del partito” o “presidente”), il cosiddetto “leader supremo del paese” è in realtà una sorta di “maximus inter pares”, per usare un termine caro all'imperatore romano Costantino I il Grande, che occupa sì una posizione di preminenza, ma che per poterla esercitare a pieno titolo deve poter essere il “mediatore” tra le istanze dei diversi centri della galassia del potere.

Alcuni esempi di tali centri del potere sono: il ministero degli Esteri, il ministero della Difesa, l'insieme che raggruppa le varie agenzie di intelligence e di sicurezza, le grandi banche, i settori del business che vedono la maggiore presenza di oligarchi, la Gazprom, ecc...).

Per quanto sia difficile da credere per coloro che non sono ben informati, l'influenza che risiede in ciascuno di questi centri è tale da poter mettere alle corde alche il leader russo più risoluto e dispotico. Qui alcuni esempi sono necessari:

- il 13 di ottobre del 1552, l'appena ventiduenne zar Ivan IV guidò in prima linea i suoi soldati alla conquista della città tatara di Kazan ponendo fine ad oltre 300 anni di supremazia mongolo-tatara sulle terre di Russia. In riconoscimento della grande vittoria ottenuta, i suoi veterani (uomini assai più anziani di lui che avevano servito sotto suo padre Vasili III) lo sollevarono sugli scudi portandolo in trionfo alla maniera degli antichi popoli slavi e lo proclamarono “Grozny”, appellativo che in russo medievale non era tradotto “Il Terribile” come erroneamente facciamo oggi, bensì come “Il Coraggioso”. Nonostante la fama e l'indiscusso prestigio così ottenuto, Ivan IV rimase per gran parte del suo lungo regno (51 anni, formalmente) in balia delle macchinazioni dei “Boiardi” (la grande nobiltà terriera e guerriera) che, in accordo con la Chiesa Ortodossa, per un breve periodo lo obbligarono a ritirarsi in un monastero, venendo successivamente forzati a rimetterlo sul trono sotto minaccia di impalamento da parte del popolo e, soprattutto, dei mercanti che proprio in Ivan IV avevano trovato il loro “campione” che poteva proteggerli dalle angherie e dai taglieggiamenti dei “Boiardi”;

- nel 1698 l'imperatore Pietro I il Grande, che pure aveva già iniziato a godere di vasta popolarità grazie alle sue riforme progressiste, dovette affrontare una pericolosa rivolta da parte degli “Streltsy”, l'élite militare del “vecchio esercito” della Russia da oltre 150 anni. Nonostante la rivolta fosse prontamente domata, Pietro il Grande non si fidò mai più di questa istituzione e nel 1721, a conclusione della “Grande Guerra del Nord” contro la Svezia, gli “Streltsy” vennero soppressi;

- il 23 marzo 1801, il principe Alessandro Petrovich, divenne imperatore con il nome di Alessandro I proprio nel mezzo del marasma delle “Guerre Napoleoniche”. Di tendenze liberali, personalmente ostile alla Gran Bretagna ed ammiratore sincero di Napoleone Bonaparte, Alessandro avrebbe voluto nemmeno tanto segretamente che l'Impero Russo ed il neonato Impero Francese divenissero veri alleati in una sorta di “diarchia” che avrebbe potuto cambiare il destino del continente europeo. Tuttavia la stupidità di Napoleone, che volle intestardirsi a tutti i costi sulla “questione polacca”, espose Alessandro alla fronda interna della grande nobiltà e delle élite militari, che proprio nella costituzione di una nuova “Polonia Libera” (il napoleonico “Ducato di Varsavia”) vedevano una minaccia insopportabile alla sicurezza dell'Impero dei Romanov. E fu così che lo zar più liberale che la Russia abbia mai avuto fu costretto, in nome di quelli che oggi chiameremmo “ragion di stato” ed “interessi nazionali” a muovere guerra e a contribuire alla sconfitta finale proprio di colui al quale egli si era ispirato;

- nel 1904 ed ancora nel 1917 i marinai della Flotta del Baltico acquartierati nella fortezza di Kronstadt, situata sull'isola Kotlin, vicino a Pietrogrado (San Pietroburgo), fino ad allora considerati l'élite delle Forze Armate dell'Impero Russo si ribellarono più volte contro il potere costituito diventando una sorta di “avanguardia della Rivoluzione” che presto avrebbe portato al potere i Bolscevichi. Tale fu il ruolo ricoperto dai marinai di Kronstadt nel corso della “Rivoluzione d'Ottobre” che lo stesso Leon Trotsky li definì “ornamento ed orgoglio della Rivoluzione”. Eppure, nel marzo del 1921, quegli stessi marinai, ora affamati, stanchi e disillusi dalle fallimentari politiche del “Comunismo di guerra” si ribellarono proprio contro il potere sovietico chiedendo la fine di tali scellerate politiche ed il ripristino delle libertà civili. La ribellione di Kronstadt venne brutalmente repressa nel sangue, tuttavia Lenin riconobbe la fondatezza delle istanze dei rivoltosi ed aprì la strada per il periodo della NEP caratterizzato da caute aperture verso l'economia di mercato ed un miglioramento delle condizioni di vita nel paese;

- nell'agosto del 1991, l'ultimo leader dell'Unione Sovietica, Mikhail Sergeevič Gorbačëv dovette affrontare un tentativo di colpo di stato da parte dei dirigenti dell'ala più oltranzista del Partito Comunista dell'Unione Sovietica i quali, sentendosi minacciati nella gestione del potere dal programma di riforme dell'energico leader cercarono con tale atto di far deragliare il “treno della Storia” ma rimasero schiacciati dal loro stesso tentativo;

- il 31 dicembre del 1999 il primo presidente della moderna Federazione Russa, Boris Nikolayevich Eltsin, annunciò nel corso del “discorso di Nuovo Anno” la sua decisione di dimettersi e cedere le funzioni di capo di stato al suo primo ministro, l'allora oscuro Vladimir Vladimirovich Putin. La decisione di Eltsin di “abbandonare la scena” fu solo in parte dettata dalle sue condizioni di salute, come affermato nella versione ufficiale. In realtà sin dagli eventi della Guerra del Kosovo di alcuni mesi prima, ed ancora di più dopo l'invasione del Daghestan da parte dei ribelli islamisti ceceni nell'agosto dello stesso anno, all'interno dell'élite militare e delle agenzie di intelligence della Russia si era costituita una oscura quanto potente consorteria di potere che, profondamente delusa dall'incapacità del vecchio e malato presidente di difendere gli interessi della Russia nello scacchiere internazionale e di garantire la sicurezza stessa dello stato, aveva incominciato a premere con sempre maggior insistenza affinché Eltsin venisse sostituito con una figura più giovane, energica e meno supina agli interessi degli oligarchi.

Questi sono solo alcuni dei moltissimi esempi che costellano tutta la Storia della Russia che ci dimostrano come il potere a Mosca (o a San Pietroburgo) non risieda mai veramente nelle mani di un unico uomo ed alla fine, come in ogni altro paese, anche nell'ultimo “impero classico” rimasto al mondo quando giunge l'ora delle cosiddette “decisioni irrevocabili” (come diceva quel tale nel 1940) il concetto di “contemperamento degli interessi” è di casa pure laggiù.

Aggiungiamo subito però che questa realtà di fatto ci è di scarsa utilità se essa è accompagnata dalla stupidità da parte di una grande fetta sia delle élite politiche che del mondo intellettuale che qui in Occidente approccia sistematicamente la Russia come se essa sia una civiltà che, a prescindere, è inferiore e debba essere solamente e sistematicamente svillaneggiata, marginalizzata, demonizzata ed aggredita allo scopo di sottometterla o, peggio, distruggerla. Anche in questo caso la Storia dovrebbe essere per noi “magistra vitae” nel ricordarci che, sebbene la Russia non sia veramente “invincibile” come certi suoi propagandisti vogliano ritrarla (secondo i miei calcoli la Russia ha perso un buon quarto di tutte le guerre nelle quali è stata coinvolta!) è altrettanto vero che ogni qual volta che il paese sia stato attaccato nei suoi interessi fondamentali e l'assalto nemico sia riuscito a provocare nel popolo russo un'ondata di rigetto e di orgoglio patriottico nei confronti del nemico di turno, la pur apparentemente debole e decrepita Russia è riuscita sempre a sprigionare una forza di reazione che ha stupito il mondo intero.

Alla vigilia dell'Operazione Barbarossa, il tentativo di invasione dell'Unione Sovietica da parte del Terzo Reich, il dittatore tedesco Adolf Hitler, riferendosi all'Unione Sovietica, pronunciò la fatidica frase: “Basterà dare un bel calcio alla porta per far venire giù tutta la baracca ormai marcia!”. È almeno dalla “Guerra di Crimea” del 1853-1856 che l'Occidente bombarda se stesso ed il mondo intero con proclami che annunciano “l'imminente fine della Russia e la sua sparizione dalle mappe geografiche del mondo”.

Contro tutti questi pronostici, la Russia è ancora qui tra noi e, nonostante 1.160 anni di Storia sulle spalle, sono pronto a scommettere che continuerà ad esistere per altri 1.000 anni, che a noi piaccia o non piaccia.

Ciò detto, è necessario ora chiederci: nella corrente crisi geopolitica avente l'Ucraina come punto focale, come interagiscono gli interessi dei “poter forti” della Russia e come essi condizioneranno in ultima istanza le decisioni del moderno “zar”?

Per quanto riguarda Putin stesso, possiamo ipotizzare con un certo grado di correttezza che, mentre si guarda allo specchio la mattina dopo essersi lavato il viso con l'acqua fredda, della crisi ucraina egli farebbe volentieri a meno perché va ad incrinare il suo rapporto di “collaborazione” con il mondo degli “oligarchi”. Il problema principale che “Vova” e gli oligarchi russi e post-sovietici dentro e fuori la sua cerchia devono affrontare quando approcciano il “dossier Ucraina” è la paura delle sanzioni ed i danni che esse possono arrecare alle loro tasche.

Nel 2014, dopo l'annessione unilaterale della Crimea e lo scoppio del conflitto del Donbass il pacchetto di sanzioni occidentali allora approvato, e mai rimosso, colpì i patrimoni degli oligarchi in modo tutt'altro che indolore. Anche se nessuno dei nomi che contano è stato risparmiato, pare che a soffrire particolarmente siano stati i portafogli dei membri della famiglia Rotenberg, da sempre vicini al leader del Cremlino (Boris e Arkady, i due fratelli “capostipiti” della dinastia, si allenarono da giovani con Putin nella stessa scuola di arti marziali). Per venire incontro agli oligarchi, Putin fece approvare in fretta e furia un disegno di legge che dava ad essi la possibilità di essere indennizzati dallo stato russo per le perdite subite a causa delle sanzioni occidentali. Inutile a dirlo, una volta passata la sbornia collettiva per l'annessione della Crimea, il popolo russo non l'ha presa per niente bene. Tuttavia, nonostante la rabbia popolare, in quel momento storico il fatto di non dover perdere il consenso dei “super ricchi” era di vitale importanza per Putin.

Oggi Vladimir si trova in una situazione analoga ma questa volta sono altri i centri di potere che gli “tirano la giacchetta”: il ministero della Difesa ed il ministero degli Esteri. Sotto la sapiente guida dei “due Sergey” (rispettivamente Sergey Lavrov e Sergey Shoigu), il MID ed il MO (rispettivamente gli Esteri e la Difesa) hanno visto fortemente accrescere la loro importanza, specialmente alla luce della ritrovata assertività della Russia sulla scena internazionale all'indomani del coinvolgimento russo nella Guerra Civile Siriana (settembre 2015). I militari russi in particolare stanno vivendo, all'interno e all'esterno del paese, un autentico revival e godono di un ritrovato orgoglio dopo decenni di pesanti frustrazioni seguite alla caduta dell'Unione Sovietica, ai tagli degli anni Novanta e Duemila, e ai conflitti in Cecenia.

L'effetto demoralizzante che la “fine del loro mondo” ha avuto sugli “uomini in divisa mimetica” può essere compreso solamente se comparato con la traiettoria intrapresa invece dagli uomini dell'ex-KGB. Invece che sprofondare nella demoralizzazione più cupa, i “siloviki” (gli “uomini della forza”) si sono rapidamente riciclati come “faccendieri” e “uomini d'affari”, spesse volte in collusione con il mondo criminale, mettendo letteralmente mano alle risorse economiche del defunto “Impero Rosso”.

Ora la situazione si è invertita e i militari sono nuovamente un pilastro della società come era stato ai tempi dell'Unione Sovietica mentre i “siloviki” arrancano, essendo state proprio le loro manchevolezze nel vigilare sulla situazione geopolitica ad aver preparato il terreno per il disastro di Euromaidan.

Anche l'iper attivismo dei militari però ha portato in dote la sua buona dose di problemi. Attualmente le Forze Armate della Federazione Russa sono impegnate in in ben 3 conflitti contemporaneamente: in Ucraina dal 2014, in Siria dal 2015 e nella Repubblica Centrafricana dal 2018 (questo senza contare le guerre nelle quali sono coinvolti i mercenari russi appartenenti a “compagnie” più o meno legate alle strutture di potere del Cremlino, come l'ormai celebre Wagner). Pur essendo vero che, da punto di vista economico, il costo di queste guerre è relativamente basso per Mosca rispetto a quanto lo siano stati i conflitti in Afghanistan e Iraq per gli Stati Uniti, nondimeno si sta avvicinando il momento nel quale l'opinione pubblica russa inizierà a chiedere a gran voce una risoluzione chiara di ciascuno dei suddetti dossier.

Ecco in parte spiegata la ragione per cui in ciascuno di questi teatri operativi si è assistito ad un drammatico incremento delle attività militari e diplomatiche russe nei mesi recenti (a dire la verità non sempre notate dalle cancellerie occidentali).

In questo momento in Ucraina stiamo assistendo non solamente ad una battaglia tra Russia e Stati Uniti per il raggiungimento della supremazia in quella importante ma martoriata nazione, ma anche l'ennesimo capitolo della faida interna che perennemente oppone i diversi centri di potere all'ombra del “trono dello zar”.

Alla luce degli ultimi sviluppi sul terreno sembra che il tandem costituito dal ministero degli Esteri e dal ministero della Difesa sia riuscito infine ad imporre a Putin di seguire la propria linea d'azione (“preservazione degli interessi di sicurezza nazionale”) contro quella perorata dagli oligarchi ma anche dai centri di potere economico più progressisti e con una storia pregressa meno opaca (“preservazione dei legami economici con l'Occidente”).

Nel prossimo futuro sarà bene per tutti noi continuare a monitorare questi processi perché il loro esito finale sarà, nel 2024, niente di meno che la designazione del prossimo “leader supremo di tutte le Russie”.

Foto: Cremlino / web