La Turchia: un partner dell’Italia al centro di tutti i giochi di potere nel Medio Oriente

(di David Rossi)
06/07/22

Mario Draghi ha parlato della Turchia come principale partner commerciale dell’Italia nella regione che comprende Medio Oriente e Nord Africa. Le parole chiave di tutto questo sono tre: partner, commerciale e mediorientale. Voleva dire che non possiamo prescindere dalla Turchia come “socio” nella regione, tutto questo ha una valenza economico-commerciale importante per entrambi ma soprattutto che per noi la Turchia è - mi si passi il gioco di parole - la “porta” del Medio Oriente, ma come tale tutta posta in questa regione e non in Europa. In effetti, a parte la guerra di invasione della Russia in Ucraina, in questo momento il resto del “big game” eurasiatico ruota attorno alla Repubblica turca.

Lo scenario dell’ultimo decennio

L'uscita degli Stati Uniti - non di oggi: è un processo in atto da più di dieci anni - e l’indebolimento della Russia - accelerato drammaticamente dalle vicende ucraine - hanno lasciato in apparenza maggiore libertà d'azione alla Turchia, ma anche alle altre potenze regionali.

La guerra in Ucraina ha, se possibile, aumentato l'importanza strategica della Turchia e della sua posizione nella regione. Negli ultimi dieci anni, almeno fino allo scoppio della guerra in Ucraina, gli Stati Uniti hanno evitato di tenere sotto pressione Ankara, per non trovarsela dalla parte della Russia: poi, lo hanno fatto per non averla di traverso nel processo di allargamento della NATO. Tutto questo ha incoraggiato e in parte ancora incoraggia l'avventurismo turco. Il contenimento della Turchia è stata ed è la sfida dei Paesi islamici sunniti, dei Paesi europei affacciati sul Mediterraneo orientale e, ultimo ma forse il più interessato di tutti, di Israele negli ultimi anni.

La reazione dei piccoli Paesi del mediterraneo orientale

Da quando è salito al potere Recep Tayyip Erdogan e ancora di più da quando è diventato presidente turco, Cipro, Grecia e Israele hanno intensificato enormemente le loro relazioni politiche, energetiche e militari. La leadership politica dei paesi si riunisce regolarmente: coordinano le loro politiche energetiche, in particolare sui giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale e hanno fondato l'East Mediterranean Gas Forum (EMGF), che comprende Egitto, Italia, Giordania e Autorità Palestinese (quella non governata da Hamas, per intendersi) uno strumento di cooperazione regionale per lo sviluppo dei giacimenti di gas naturale nel Mediterraneo. Israele, Grecia e Cipro conducono varie esercitazioni militari di grande importanza operativa e strategica.

Fra gli obiettivi, non ufficiali, c’è anche l’adozione di un comune approccio verso gli USA, capace di sensibilizzare Washington verso la regione del Mediterraneo orientale. Un effetto è stato anche il mutato atteggiamento della Turchia verso Israele e gli Accordi di Abraham fra Israele e le monarchie sunnite del Golfo.

Grecia e Cipro - con Israele prudentemente in disparte - hanno promosso relazioni militari con l'Egitto, di fronte alle minacce alla sicurezza e per aiutare a difendere i propri interessi nel Mediterraneo orientale. Ovviamente, parliamo soprattutto - se non esclusivamente - della minaccia turca. La riluttanza dell’Egitto a trovarsi in un’alleanza con Israele pare importante ma non insuperabile, dato che la partecipazione egiziana - lo ricordiamo: una delle potenze militari della regione - potrebbe essere estremamente vantaggiosa per i quattro stati.

Di fronte a ciò, per non restare isolata, la Turchia, potenza revisionista della regione, ha dovuto moderare il suo comportamento.

La questione siriana

L'obiettivo di Ankara è utilizzare parte della Siria settentrionale - compreso un corridoio profondo circa trenta chilometri oltre il territorio già controllato dai Turchi e dai loro alleati siriani - come una sorta di nuova colonia, dove spostare con le buone o con le cattive rifugiati siriani presenti in territorio turco. L'obiettivo è una sostituzione etnica, rimuovendo Curdi, Yazidi, Cristiani assiri e altre minoranze e mettendo al loro posto per lo più sunniti arabofoni, usando gruppi estremisti filoturchi per il controllo del territorio. Parliamo delle ben note bande armate di estremisti religiosi presenti in altre parti della Siria e spesso dedite a rapimenti, stupri ed estorsioni. Alcuni di questi gruppi sono stati sanzionati dagli Stati Uniti come terroristi.

Ankara ha promesso in tempi recenti di lanciare una nuova invasione. A differenza di quanto succedeva con Trump, l'amministrazione Biden ha negato il consenso a un’ulteriore azione militare, anche considerando che gli Stati Uniti in Siria hanno alleati e clienti fra curdi, arabi sunniti, cristiani e altri gruppi.

Erdogan non ha fretta di organizzare una nuova operazione militare contro militanti curdi armati, soprattutto contro le città di Tal Rifaat e Manbij. Oltre al placet o almeno alla neutralità di Washington, alla Turchia manca anche il disco verde russo per un intervento militare contro le Unità di protezione del popolo curdo siriano (YPG), che Ankara considera un gruppo terroristico con collegamenti diretti con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) fuorilegge. Anzi, gli esperti fanno notare che il numero di truppe provenienti sia dalla Russia che dal regime siriano è aumentato nel nord della Siria dall'inizio di giugno in vista di una potenziale operazione turca.

Né si è dimostrato favorevole - o almeno benevolmente neutrale - la repubblica sciita iraniana: il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Saaed Khatibzadeh ha recentemente affermato che il fascicolo sulla Siria è oggetto di controversia tra l’Iran e la Turchia. A causa della minaccia turca e dei recenti attacchi israeliani, il ministro degli Esteri iraniano si è recato in visita a Damasco per dimostrare la posizione di Teheran nel Paese. L'Iran teme soprattutto che, se la Turchia - o le truppe sostenute dalla Turchia - controlleranno Tal Rifaat, avranno accesso ad Aleppo, dove sono presenti i miliziani sciiti filoiraniani, il che darà loro ulteriore accesso alla Siria centrale.

Se è importante il no di Teheran, strategica è la posizione della Russi che di fatto controlla lo spazio aereo nel nord della Siria: Ankara aspetta che Mosca ritiri il grosso delle forze russe per impiegarle disperatamente in Ucraina prima di approvare qualsiasi operazione. Operazione la cui portata, fino a pochi mesi fa, era molto vasta, comprendendo un’area enorme a est dell'Eufrate, Il piano originario della Turchia, come abbiamo detto all’inizio, era di stabilire una zona di sicurezza profonda 30 chilometri lungo il confine meridionale sia per respingere le YPG sia per rimpatriare circa un milione di rifugiati siriani in una zona sicura più ampia.

L’accenno di Draghi al problema dei migranti è sembrato un tentativo, purtroppo disarmato, di mettere le mani in avanti: non è che se non potete fare il vostro comodo in Siria, poi lo venite a fare a casa nostra e ci mandate un milione di disperati?

Foto: presidency of the republic of Turkey