Dissimulazioni Imperiali

(di Gino Lanzara)
23/01/19

L’Iran è un rebus: attraente ma difficile da comprendere. Un iraniano non ragiona come un occidentale o come un arabo: l’essenza della sua storia va oltre i precetti sciiti, e per lui gli occidentali sono soggetti che hanno smarrito il significato della propria. In Iran non c’è jahiliyya1 che tenga lontano il senso imperiale di una solidità statuale che vuole antica e nuova Persia proiettate sul Golfo, nulla che possa far dimenticare la distinzione tra iraniano e musulmano, con una preminenza dell’identità nazionale su quella religiosa. Qui si pratica la taqiyya, l’arte della dissimulazione per proteggere la fede, la chiave interpretativa per avvicinarsi ai Persiani. La visione del mondo che ne risulta per un occidentale è complessa, eppure è l’unica via che permette di leggere la politica estera iraniana con obiettivi meno ideologici e più realistici, attagliati alle ambizioni egemoniche regionali di una leadership che coltiva una spiccata sensibilità imperiale.

La proiezione di potenza iraniana guarda verso Herat, ad est; verso Siria ed Iraq ad ovest, dove intende colmare il vuoto politico generato dalla caduta di Saddam Hussein e dalla debolezza congenita di Al Asad; ancora più ad ovest, inaugurando una nuova fase storica, punta al Libano di Hezbollah, alla Striscia di Gaza di Hamas, alle aree Yemenite controllate dagli Huthi.

L’elemento religioso sciita è la diretta conseguenza della volitività iraniana che, pur di perseguire i propri obiettivi, non si fa scrupoli nel sostenere i sunniti di Hamas e gli eretici alawiti in Siria. Questo non può che portare ad avere nemici di spessore, come Israele, Arabia Saudita, EAU, Egitto, con l’altra erede imperiale e rivale storica, la Turchia neo ottomana, ostacolata dalle aspirazioni iraniane ma protesa a sostenerle in funzione anti americana. Proprio i “senza storia” possono determinare una variazione degli equilibri: accettando/agevolando la supremazia iraniana con rischiosi ripiegamenti dai fronti più “caldi” (Siria), spiazzando di fatto arabi ed israeliani; sfruttando le debolezze economiche e l’esasperazione sociale per propiziare un regime change, magari ad opera dell’opposizione in esilio dei Mojahedin-e Khalq e dei nostalgici della monarchia.

Tra Dio e realtà

Politica e società interne riflettono lo stato di salute del Paese. Lo scontro tra riformisti ed elementi più radicali, ha imposto al presidente Rouhani, attuale male minore necessario, di calarsi in una retorica tesa a dimostrare unità politica d’intenti ed a prevenire uno scontro tra società reale e regime. È opinione diffusa che la soluzione ai problemi sia nelle riforme strutturali piuttosto che in un regime change; è tuttavia troppo presto per capire se i riformisti abbiano la forza per imporsi come forza politica capace di accattivarsi il sostegno popolare. La crescente pressione esterna potrebbe incoraggiare la massa a sostenere comunque l’attuale regime, anche se non sempre in grado di fornire soluzioni adeguate ad una società in evoluzione, una massa che potrebbe estremizzare il suo dissenso già alle prossime elezioni del 2020 ed alle presidenziali del 2021, con il peso dei giovani (e disoccupati) laureati, e delle donne, insofferenti ai rigidi precetti islamici.

Nel 40^ anniversario della rivoluzione la fiducia nel clero risulta diminuita; Ayatollah ed Imam sono percepiti come agiati rappresentanti (non eletti) dell’establishment e responsabili del default economico sociale che, con la prossima dipartita di Ali Khamenei da Guida Suprema, potrebbe mettere in crisi il sistema del velayat al faqi2. Le proteste esplose tra dicembre 2017 e gennaio 2018 causate dal peggioramento della situazione finanziaria e retributiva, sia pur con minore intensità e prive di una leadership nazionale, sono proseguite durante tutto l’anno; dipenderà dal regime evitare che i dissenzienti diventino elemento destabilizzante anche se non ancora in grado di minare le basi teocratiche; il governo dovrà compattare la classe media, ex spina dorsale sociale ora quasi estinta e non rientrante nel sistema risarcitorio per la perdita dell’occupazione; migliorare l’organizzazione nazionale; ricorrere ancora al suo apparato repressivo.

Ancora prima che le nuove sanzioni USA entrassero in vigore, tra agosto e novembre l’inflazione è salita al 18,4% con tendenza alla crescita; gli investimenti stranieri sono stati colpiti con una disoccupazione stimata in circa 1 milione di unità. Le sanzioni USA, cui si sono aggiunte quelle olandesi per l’uccisione di due dissidenti, sono andate ad aggravare un quadro economicamente già problematico che non ha trovato utile sponda in un’Europa politicamente debole ed incapace di produrre analisi geopolitiche oggettive. In conclusione, se per molti Trump è colpevole, non lo sono da meno i chierici al potere, con il presidente Rouhani quale utile (e spendibile) capro espiatorio. Un compito difficile, anche per chi amministra in nome di Dio.

Liquidi di potere

Secondo l’Agenzia Shana, nonostante le pressioni USA, il numero di potenziali acquirenti di petrolio sembra essere aumentato. Quel che è certo è che gli “esoneri” dal rispetto delle sanzioni prevedono una dead line, e che anche parte dei Paesi esentati non mostrano il desiderio di incorrere in possibili azioni ritorsive. Quel che è certo è che l’Iran, non intendendo ridurre la sua quota giornaliera di barili, sta cercando vie istituzionali e finanziarie alternative; l’UE ha lanciato due ipotesi, rimaste al momento tali: l’utilizzo del SPV3, un sistema di baratto “oil for goods”, per cui le importazioni di greggio verrebbero pagate non direttamente all’Iran ma al SPV, con le esportazioni europee spedite senza passaggi diretti di denaro allo stato sanzionato, bypassando la valuta americana ed utilizzandone un’altra come intermedia; l’impiego del proprio istituto dello statuto di blocco – mai applicato - che garantisce la nullificazione delle sanzioni ed un regime risarcitorio. Da non dimenticare, inoltre, il minacciato blocco dello Stretto di Hormuz.

Anche l’acqua è un problema; la sua scarsità, dovuta a siccità e carenza di infrastrutture, minaccia l’autosufficienza agricola e mette alla prova le esportazioni di energia idroelettrica a lungo termine: ovvero, come mettere in crisi due settori basilari per superare le sanzioni. Le aziende dei Pasdaran hanno pressato a lungo per realizzare un numero insostenibile di (mal costruite) dighe, sottoalimentate per la carenza di precipitazioni. È stato necessario l’intervento di Rouhani, che ha puntato sia alla realizzazione di condotte sotterranee, meno soggette ad evaporazione, sia a sistemi complementari a monte ed a valle, sia a desalinizzatori lungo il Golfo Persico che però richiedono un notevole dispendio energetico.

Il problema è capzioso: le soluzioni energivore consumano gas naturale, il che obbligherebbe a ridurre le esportazioni estere (specie in Turchia, Iraq ed Oman), ed a riprendere le importazioni dal Turkmenistan; tuttavia, è impensabile non poter contare su di una produzione agricola strategicamente necessaria. Una delle prime conseguenze si è avuta nel Khuzestan, con proteste popolari in una regione peraltro socialmente e politicamente instabile. L’attentato di settembre ad Ahvaz (foto) è la punta di un iceberg, dove la parte immersa vede la presenza di una forte componente araba che da lungo tempo si oppone al governo Persiano, e che addirittura si polarizza su due tendenze: una federalista ed una indipendentista, già operante come quinta colonna durante la guerra contro l’Iraq e che, unita sotto l’Arab Struggle Movement for the Liberation of Ahwaz, organizzazione baathista, ha avallato l’opera del braccio armato, Martyr Mohye al-Din al-Nasir Brigade, responsabile dei principali attacchi condotti negli ultimi tredici anni contro gli impianti di estrazione petrolifera. Ironia della sorte: il Khuzestan, è l’area in cui si concentra circa l’80% delle riserve petrolifere on shore iraniane, e da cui dipende la capacità produttiva del Paese. Stanti l’etnia, il malcontento e le difficili condizioni economiche, è ipotizzabile un ricorso al supporto jihadista che aprirebbe un pericoloso fronte interno. Il terzo liquido, il denaro, non lo citiamo: è sempre e comunque presente.

Fede, antagonisti ed alleati inaspettati

La regione si muove secondo dinamiche indipendenti dagli USA; se EAU e Bahrein, insieme all’Egitto, hanno deciso di riaprire le ambasciate a Damasco, è possibile ritenere che abbiano ricevuto l’avallo dei sauditi, intenzionati a riprendere i contatti con Al Asad. Quel che è certo è che gli stati arabi, forti degli aiuti di cui la Siria ha bisogno, potrebbero sia tentare di allontanare Asad dall’orbita iraniana consentendogli di riestendere la sua influenza sul Libano, sia di rafforzare la presenza russa, interessata al divide et impera per contenere Teheran. In realtà le capacità arabe di contrasto all’Iran sono limitate, e tenuto conto che gli USA intendono perseguire la strada delle sanzioni, geopoliticamente possiamo giungere a due conclusioni: parte degli Stati arabi hanno trovato un nuovo nemico, l’Iran, ed un inaspettato alleato, Israele (contro cui non c’è stata nessuna risposta armata iraniana agli strikes portati in territorio siriano), anche a costo di sacrificare la causa palestinese. La rivalità con gli Israeliani si estende anche su altri teatri; l’elezione di Bolsonaro in Brasile molto probabilmente limiterà gli interessi iraniani in Sud America, delegati al rappresentante libanese di Hezbollah, anche se va considerato l’ingente volume bilaterale di scambi, aumentato dopo l’accordo nucleare del 2015. Nulla di idealistico, solo la cara vecchia realpolitik.

Crocevia Strategici

L’uscita USA dal JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action, ndr) ha posto diverse problematiche; l’abbandono del programma nucleare non porterebbe alcun vantaggio strategico all’Iran, peraltro proiettato sia verso il potenziamento delle sue capacità missilistiche a medio raggio, sia al completamento operativo del suo avanzato know how relativo all’arricchimento dell’uranio grazie anche all’aiuto russo. Tuttavia, va considerato che la politica di potenza perseguita, con le spese sostenute per le attività militari in Siria, Libano e Gaza, ha avuto il suo peso nelle proteste popolari del 2017. A ciò vanno aggiunte le difficoltà politiche incontrate nel contenimento della fortissima rilevanza dei Pasdaran, organizzazione militare parallela sia alle sempre meno significative FFAA, sia alle istituzioni governative, che nel tempo ha saputo ritagliarsi un vasto spazio economico e finanziario estremamente condizionante anche in virtù dell’appoggio ricevuto dalla Guida Suprema ma non dal Governo, fortemente osteggiato e che si vede minacciato dal possibile avvento di un leader militare (Qassem Soleimani comandante delle Forze Pasdaran Al Quds?).

Il concetto strategico iraniano, basato sul decentramento operativo e flessibile della Mosaic Defense in chiave asimmetrica oltre i confini dello Stato impone tuttavia una presenza costante in chiave anti americana. Quali scenari ipotizzare quindi per il futuro, vista anche la spiccata propensione alla conduzione della cyberwar ed al reverse engineering? Al momento non sembra imminente un’opzione militare, stante anche l’adozione americana delle sanzioni orientata a raggiungere target economici, ma rimane il fatto che la stabilità politica iraniana debba basarsi su incontrollabili variabili esogene: primi fra tutti gli Israeliani, che hanno fatto della paradossalità la forza della loro strategia (ricordate Davide e Golia?), ed i Sauditi, il vecchio secondo pilone statunitense nel Golfo Persico.

L’Iran plasma il futuro degli Stati vicini, proietta potenza, ma convive con profonde e critiche contraddizioni interne. Sarebbe però forse opportuno ricordare la taqiyya, la dissimulazione. Non è detto che debba essere limitata alla difesa della Fede.

1Stato di ignoranza prima della rivelazione del Profeta

2 Dominio della Giurisprudenza

3 Special Purpose Vehicle for trade

Foto: IRNA / Shana / Al Jazeera / The White House