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Editoriale

Il monito di Stalin sui “veri nemici”, ignorato nuovamente da Putin a Pechino

Andrea Cucco · · 3 min di lettura

La celebrazione dell’80° anniversario della fine della Seconda guerra mondiale a Pechino non è stata soltanto un imponente esercizio di potenza militare, ma soprattutto un messaggio politico: il mondo è diviso, e la Cina si propone come fulcro di un nuovo ordine globale.

Sul palcoscenico, Xi Jinping ha accolto Vladimir Putin e Kim Jong-Un come alleati di ferro, mostrando al mondo la compattezza di un fronte che non riconosce più limiti né freni.

Eppure, dietro l’immagine di coesione, c’è un insegnamento dimenticato…

Stalin ammoniva che i peggiori nemici non erano gli avversari dichiarati, ma gli opportunisti: coloro che, pur essendo “compagni di viaggio”, dall’interno – oggi di un’alleanza – approfittano delle difficoltà altrui per rafforzarsi. Nei suoi discorsi degli anni ’20 e ’30 li descriveva come più insidiosi dei nemici riconosciuti, perché minavano dall’interno la coesione del partito e della rivoluzione. Non a caso, per lui il revisionismo, il compromesso e l’attendismo politico rappresentavano un cancro da estirpare, poiché più subdoli della contrapposizione frontale. Erano i primi da abbattere, perché capaci di logorare le alleanze, di sfruttare la guerra combattuta da altri per consolidare il proprio dominio, trasformando la fedeltà proclamata in un’arma di ricatto e di debolezza strutturale.

La domanda che sorge spontanea per Putin è inevitabile: ci si può davvero fidare di chi, come nessun altro, ha approfittato del conflitto in corso per accrescere la propria influenza? La Russia combatte e paga il prezzo, la Cina osserva, raccoglie, guadagna e sorride sorniona.

Errare è umano, ma continuare a ripetere l’errore di stringere la mano di chi resta immobile ad aspettare non è solo debolezza, è manifesta e masochistica sudditanza.

I rapporti tra Russia e Cina sono sempre stati segnati più da rivalità che da alleanze, con guerre di confine, trattati imposti a Pechino nell’Ottocento, la rottura ideologica degli anni ’60 e perfino scontri armati quando i due leader portavano i pantaloni corti. Oggi si parlano da partner, ma la realtà è che Mosca – con il doppio del territorio, risorse naturali enormi e una popolazione di appena un decimo rispetto a quella cinese – assomiglia a un canarino che danza nel finto sbadiglio di un gatto.

La comunicazione non verbale di Xi Jinping tradisce spesso questa postura. Il gesto del restare fermo, attendendo che sia l’altro a muoversi è un simbolo da non sottovalutare, non è “cerimoniale”: è l’immagine di un potere che non rischia, non si espone, ma raccoglie i frutti ricoperti di sangue altrui.

I pronostici possono ingannare, certo. La storia però insegna che chi si lega agli opportunisti finisce per pagarne il prezzo. E se Stalin aveva ragione, la vera minaccia non è l’avversario frontale, ma l’alleato che sfrutta il tuo sforzo per costruire il proprio futuro.

A Pechino, questo monito avrebbe dovuto risuonare con forza nella memoria, quella russa in particolare.

Immagini: OpenAI / YouTube / TASS / RIA Novosti

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