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Mondo militare

La Cina prepara le navi madre dei super droni sottomarini: la sfida degli abissi coinvolge anche l’Italia

Due misteriose unità navali osservate a Shanghai e Guangzhou potrebbero rivoluzionare le operazioni subacquee. India e Occidente si preparano. L’Italia?

Andrea Cucco · · 5 min di lettura

Il 18 ottobre Naval News ha descritto i fotogrammi di due brevi video comparsi su Weibo. Mostrerebbero una nave rimorchiata sul fiume delle Perle, ancora circondata da impalcature. L’autenticità dei filmati non è accertata. La nave sarebbe lunga circa 150 metri, contro gli oltre 200 dell’unità osservata a Shanghai nel settembre scorso. Le due unità condividono una sovrastruttura collocata verso prua e una particolare configurazione della poppa, con un’apertura simile a quella di un bacino allagabile. La nave di Shanghai presenterebbe dodici montanti verticali di sollevamento, contro i sei di quella osservata a Guangzhou. Secondo gli analisti, potrebbero servire ad abbassare e recuperare una culla destinata a grandi droni sottomarini.

Per la nave di Shanghai è stata ipotizzata una culla utilizzabile con carichi lunghi fino a 50 metri. Le dimensioni sarebbero compatibili con i droni da 35-45 metri che, secondo alcune analisi, la Cina starebbe sperimentando. Non conosciamo però i veicoli destinati a bordo né le procedure d’impiego. Pechino non ha confermato la funzione delle unità o un programma di serie. Le due navi esistono con ogni probabilità; la loro missione resta un’ipotesi.

Una base galleggiante per la guerra invisibile

Perché costruire una nave madre quando un drone subacqueo può partire da una base costiera? Per ragioni logistiche: si riducono i trasferimenti, si recuperano i mezzi per manutenzione e nuove sortite, senza rientrare ogni volta in porto. La nave non cancella i limiti di autonomia o le difficoltà di comunicazione dei droni in immersione; rende però più sostenibile il loro impiego continuativo. I grandi droni possono raccogliere dati oceanografici, mappare i fondali, cercare sommergibili o gestire reti di sorveglianza. Alcuni impieghi militari, come l’azione contro infrastrutture o la posa di mine, rientrano fra le capacità teoricamente associabili a questa categoria di sistemi.

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Una nave madre resta però individuabile e vulnerabile. Il vantaggio si misurerà nell’integrazione tra piattaforma, droni, sensori, comunicazioni e catena di comando. Due scafi simili in cantieri differenti suggeriscono comunque un interesse industriale significativo.

L’India sceglie la flessibilità

Il 16 ottobre, nella base di Karwar, la Marina indiana ha immesso in servizio INS Samarthak, prima di due unità polivalenti. Entrata in servizio e ruolo di piattaforma per sistemi autonomi sono stati confermati dal ministero della Difesa indiano.

Samarthak è lunga 107 metri, ha un dislocamento superiore alle 3.750 tonnellate, e raggiunge una velocità massima di 15 nodi. Dispone di un sistema di posizionamento dinamico, una gru a poppa e spazi per operazioni con mezzi aerei, di superficie e subacquei senza equipaggio. Può sostenere prove di sensori e armamenti, sorveglianza, soccorso e contromisure mine, settore nel quale la Marina indiana presenta lacune.

Il confronto con la Cina è istruttivo proprio perché non si tratta dello stesso tipo di nave. Le unità cinesi sembrano avere strutture specializzate per movimentare veicoli subacquei eccezionalmente grandi. Quella indiana privilegia la modularità. Una piattaforma relativamente economica sulla quale provare e impiegare famiglie differenti di sistemi. Sono due approcci diversi, non necessariamente alternativi.

L’Occidente non parte da zero. E nemmeno l’Italia

La britannica HMS Stirling Castle, entrata formalmente in servizio nel giugno 2026, opera proprio come piattaforma per sistemi autonomi destinati soprattutto alla ricerca e neutralizzazione delle mine. Non è l’equivalente dei presunti colossi di Shanghai e Guangzhou, ma dimostra che il concetto è già operativo nella Royal Navy. Il 30 settembre Londra ha anche annunciato il lancio di un siluro dal drone sperimentale Excalibur.

In Italia il riferimento più concreto è Nave Tritone, consegnata da Fincantieri alla Marina Militare il 14 aprile 2026. È un’unità polivalente di supporto con spazi riconfigurabili per ricoverare, movimentare, alimentare e mantenere sistemi senza equipaggio aerei, di superficie e subacquei. Non una copia delle presunte navi cinesi, ma una piattaforma per sviluppare procedure e competenze.

Fincantieri indica inoltre Tritone come passaggio preparatorio per le future Unità Polivalenti per la Sorveglianza della Dimensione Subacquea, il cui ingresso in flotta è previsto a partire dal 2031. La questione, per l’Italia, è quali capacità operative saranno disponibili, dove e con quale continuità.

Dai droni ai cavi: il nodo Mediterraneo

Sul fondo del Mediterraneo passano infrastrutture essenziali per comunicazioni ed energia. Un mezzo subacqueo capace di operare a lungo può contribuire a ispezionarle e proteggerle. La stessa tecnologia, in mani ostili, potrebbe essere usata per raccogliere informazioni o interferire con esse.

La minaccia alle infrastrutture sottomarine è un problema strategico generale e l’Unione europea è intervenuta. A giugno la Commissione ha finanziato due poli regionali per la sicurezza dei cavi, nel Baltico e nel Mediterraneo, e avviato un bando da 40 milioni di euro per rafforzare la capacità di riparazione. L’Italia coordina il polo mediterraneo insieme a Grecia, Cipro e Malta. Sul piano nazionale, la legge 26 gennaio 2026, n. 9 ha istituito l’Agenzia per la sicurezza delle attività subacquee, definendo una cornice che riguarda anche le infrastrutture di interesse nazionale.

Nessuno di questi strumenti garantisce tuttavia da solo una sorveglianza permanente. Servono disponibilità dei mezzi, sensori interoperabili, conoscenza aggiornata dei fondali, capacità d’intervento e ripristino. E serve chiarire chi vede un’anomalia, chi la valuta e chi può reagire in tempo.

La novità non sono i droni subacquei (impiegati da anni…) ma che alcuni Paesi costruiscono intorno a essi navi, logistica e dottrina operativa. Se la funzione dei due scafi cinesi sarà confermata, il loro significato andrà misurato non soltanto in metri di lunghezza, ma nella possibilità di distribuire sul mare reti di veicoli e sensori capaci di restare attive a lungo.

Per l’Italia la domanda non è “abbiamo una nave madre?”. Un primo tassello esiste già. È se sapremo trasformare piattaforma, industria e istituzioni in una capacità quotidiana di conoscere e difendere ciò che si trova sotto la superficie. Il prossimo confronto navale, come amiamo ripetere spesso per tutte le dimensioni, potrebbe cominciare prima che l’avversario sia visibile all’orizzonte.

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