«Siamo uomini e donne al servizio dello Stato. Siamo eredi di storia e difensori di valori». Comincia così lo spot istituzionale per il 4 novembre 2026. Seguono le parole di rito… presenza, sorveglianza, ricerca, sviluppo, cybersicurezza, innovazione, futuro, libertà.
Belle immagini, belle uniformi, belle parole. E una domanda che resta fuori dall’inquadratura: di quale Stato stiamo parlando?
È il rispetto per chi indossa un’uniforme, per chi ha servito e per chi è caduto, a rendere insopportabile una retorica che continua a confondere il valore delle persone con quello delle istituzioni.
Lo Stato italiano esiste giuridicamente, ha una Costituzione, leggi, apparati, Forze armate. Ma uno Stato, nel significato più alto del termine, non può esaurirsi in un’organizzazione capace di riscuotere imposte, imporre obblighi e organizzare cerimonie. Deve essere una comunità fondata su regole condivise, responsabilità, giustizia, merito e fiducia reciproca.
E qui la nostra sedicente “unità nazionale” somiglia ancora troppo spesso alla cartapesta… solenne, decorata, apparentemente robusta. Fragilissima appena la si tocca.
Siamo un Paese diviso su tutto. Nord contro Sud, giovani contro anziani, dipendenti pubblici contro privati, garantiti contro precari. La politica, anziché ricomporre le fratture, spesso le alimenta per garantirsi un seguito. L’avversario non è qualcuno con cui confrontarsi, ma un nemico da screditare.
Milioni di cittadini hanno progressivamente abbandonato le urne. Alle politiche del 2022 ha votato meno dei due terzi degli aventi diritto; alle europee del 2024, in Italia, meno della metà. Non significa che ogni astenuto, come ogni votante con il naso turato, rifiuti le istituzioni, ma è difficile sostenere che un simile distacco non rappresenti un segnale eloquente.
E noi? Continuiamo a celebrare l’unità nazionale come un risultato acquisito…
Le persone ci sono. Militari, medici, insegnanti, ricercatori, magistrati, appartenenti alle forze dell’ordine, funzionari pubblici. Donne e uomini che ogni giorno svolgono il proprio dovere, spesso nonostante il sistema che dovrebbe sostenerli. È il resto che dobbiamo costruire.
Non mancano neppure i dirigenti capaci e leali. Ma bastano pochi vertici, collocati nei punti decisivi, per compromettere il lavoro di migliaia di persone. Quando la miserabile fedeltà a un partito, a una corrente o a un grande protettore prevale su quella alle istituzioni, competenze e progetti possono essere sacrificati senza alcun riguardo per l’interesse pubblico. Talvolta l’ostruzionismo diventa persino sabotaggio del lavoro altrui. Non per ragioni professionali, ma per obbedienza…
È un paradosso: chiediamo ai militari fedeltà assoluta allo Stato, mentre non sempre pretendiamo da chi occupa le posizioni più elevate la medesima disciplina istituzionale.
Ma torniamo alla data…
Perché festeggiamo il 4 novembre e non il 3?
Il 3 novembre 1918, a Villa Giusti, viene firmato l’armistizio con l’Austria-Ungheria. È l’atto che sancisce la nostra vittoria sul fronte italiano. Le ostilità terminano il giorno successivo, alle 15.
La scelta del 4 novembre ha dunque una sua ragione storica. Ma la decisione di farne una festa nazionale viene formalizzata il 23 ottobre 1922 dal governo Facta. Cinque giorni dopo arriva la Marcia su Roma e, con il decisivo rifiuto del re di firmare lo stato d’assedio, il governo liberale cede. Un simbolismo involontario: un esecutivo che celebra l’unità nazionale mentre lo Stato è prossimo a dimostrare tutta la fragilità delle proprie istituzioni.
Ma c’è una seconda data che rende la questione ancora più interessante. Il 3 settembre 1943, a Cassibile, firmiamo la resa incondizionata agli Alleati. Non un accordo tra pari. Non una pace onorevole. La capitolazione militare di un Paese sconfitto.
Eppure, nella memoria collettiva, continuiamo a parlare soprattutto dell’8 settembre e di – ops! – “armistizio”.
Anche qui le date hanno una spiegazione: l’8 settembre l’accordo entra in vigore e viene annunciato pubblicamente. E “armistizio” è il termine ufficiale del documento. Ma la sostanza è che il 3 settembre avevamo già firmato la resa incondizionata.
Quella parola, armistizio, ha finito spesso per attenuare nel racconto nazionale ciò che dovremmo avere il coraggio di chiamare con il suo nome.
C’è anche una coincidenza storica quasi crudele.
- Nel 1918, tra i firmatari italiani dell’armistizio vittorioso di Villa Giusti, figura Pietro Badoglio.
- Nel 1943, Pietro Badoglio è il capo del governo per conto del quale viene firmata la resa di Cassibile.
Lo stesso uomo. Il 3 novembre firma la vittoria, il 3 settembre, venticinque anni dopo, ne porta la responsabilità politica della sconfitta.
Due guerre, due esiti opposti. Due date che raccontano più di tanti discorsi ufficiali.
Il 4 novembre ricordiamo il momento in cui cessarono i combattimenti. L’8 settembre quello in cui gli italiani appresero della resa. Ma il 3 novembre e il 3 settembre sono i giorni delle firme, quelli in cui la storia venne messa nero su bianco.
Perché non guardare finalmente in faccia entrambe? La vittoria, senza trasformarla in una favola nazionale. La sconfitta, senza attenuarne il significato dietro una terminologia “formalmente” corretta ma sostanzialmente falsa.
Il problema è proprio questo, non soltanto non ci siamo ancora ripresi completamente dalle fratture del 1943, ma non abbiamo neppure davvero realizzato fino in fondo ciò che accadde. La fuga della monarchia e del governo, lo sbandamento delle Forze armate, i reparti abbandonati senza ordini, i militari costretti a decidere da soli se combattere, arrendersi o resistere. Non mancarono eroismo e dignità. Mancò, drammaticamente, la guida.
Badoglio è ancora al potere?
Non l’uomo, naturalmente. Il metodo… La capacità di sopravvivere ai propri errori, di trasferire le responsabilità verso il basso, di cambiare riferimenti senza cambiare comportamenti. Di pretendere lealtà senza offrirne, di servire il potere anziché lo Stato.
È una cultura che non appartiene a una sola parte politica. Attraversa governi, amministrazioni, apparati. Non rappresenta tutti, ma continua a trovare spazio proprio dove dovrebbe essere più difficile tollerarla.
Ecco perché non credo che basti riformare ciò che non funziona. Il problema potrebbe essere molto più profondo: non abbiamo mai completato la costruzione di uno Stato nel quale i cittadini possano riconoscersi prima che nelle rispettive fazioni.
Non serve un “uomo” forte. Non serve una nuova rivoluzione che sostituisca i padroni di ieri con quelli di domani. Serve una costruzione collettiva inedita. Uno Stato in cui nessuno possa considerare un incarico pubblico proprietà propria o della propria corrente. In cui il merito non debba chiedere permesso e le responsabilità non svaniscano risalendo la gerarchia.
Propongo una provocazione concreta: spostiamo al 3 novembre la Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate.
Non per cancellare il 4 novembre, che rimane nella storia. Non per diminuire il sacrificio dei caduti. Ma per ricordare il giorno in cui la vittoria fu sottoscritta e, insieme, recuperare la memoria dell’altro 3, quello del settembre 1943, quando sottoscrivemmo la sconfitta. Due date che dovrebbero insegnarci che la dignità di una nazione non consiste nel vincere sempre, ma nel saper riconoscere la verità, soprattutto quando è dolorosa.
Il prossimo 3 novembre potremmo celebrare le donne e gli uomini delle Forze armate senza fingere che l’unità nazionale sia un’opera compiuta? L’acciaio di cui abbiamo bisogno non è – soltanto – quello delle armi, ma quello delle regole, della coerenza, della responsabilità. Qualcosa che non si deformi a ogni cambio di governo.
Abbiamo già uomini e donne capaci di servire uno Stato degno di questo nome, bisogna solo realizzarlo.
E magari, finalmente, concedere a Badoglio il congedo definitivo.

