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Mata Hari, la donna che divenne il volto del sospetto

Maria Grazia Labellarte · · 3 min di lettura

Il 15 ottobre 1917: a Vincennes finisce la vita di Margaretha Zelle. Resta una domanda che riguarda ancora oggi la difesa e la sicurezza: spia o capro espiatorio?
All’alba del 15 ottobre 1917, nel forte di Vincennes alle porte di Parigi, un plotone d’esecuzione francese fucilò Mata Hari, rifiutando lei la benda.

La sua vicenda mostra come guerra, servizi segreti e pregiudizio di genere possano intrecciarsi fino a produrre una colpevole su misura.

Il suo vero nome era Margaretha Geertruida Zelle. Nacque nel 1876 a Leeuwarden, nei Paesi Bassi, e visse a Giava e Sumatra tra il 1897 e il 1902 al seguito del marito, ufficiale dell’esercito coloniale.

Tornata in Europa, si reinventò danzatrice. Raccontava di essere nata in un tempio indiano e di aver imparato le danze da una sacerdotessa, ma in realtà quel repertorio lo aveva appreso durante gli anni trascorsi a Giava.
Il nome d’arte significa, in malese, “occhio del giorno”. Era una donna che si era costruita da sola un personaggio e una libertà che l’epoca non perdonava.

Con la Grande Guerra, quelle frequentazioni diventarono un problema. Tra i suoi amanti c’erano alti ufficiali e uomini politici sia francesi sia tedeschi, e i servizi britannici passarono ai francesi i dettagli dei suoi contatti. Fu arrestata a Parigi il 13 febbraio 1917, giudicata da un tribunale militare il 24 e 25 luglio e condannata a morte.

Qui la storia si fa scomoda. Esistono indizi che abbia agito per la Germania e, per un periodo, anche per i francesi, ma i tedeschi la consideravano un’agente inefficace, le cui confidenze avevano prodotto pochissimo di utile. Dopo l’arresto ammise di aver passato a un agente tedesco soltanto informazioni ormai superate.

Lo storico Léon Schirmann, che ha studiato gli atti, sostiene che fu vittima di una “menzogna patriottica”. In un anno in cui l’esercito francese si ammutinava e gli Alleati temevano la sconfitta, serviva qualcuno a cui attribuire disastri e privazioni.

Mata Hari è diventata l’archetipo della spia seduttrice. Ma quell’immagine dice più sullo sguardo degli uomini che la giudicarono che sulla sua reale attività. Una donna autonoma, mobile, capace di muoversi tra ambienti maschili e in uniforme fu percepita come una minaccia prima ancora di essere provata come tale.

Oggi le donne lavorano nell’intelligence, nelle forze armate e nella diplomazia come professioniste, non come figure da romanzo. Ricordare il 15 ottobre significa anche ricordare quanta strada si sia fatta da quando una donna poteva essere condannata dal suo personaggio più che dai fatti.

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