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Storia

L’ex Impero italiano nella geopolitica contemporanea. La Storia come strumento di intelligence

Emanuele Di Muro Emanuele Di Muro · · 5 min di lettura

Prima di presentare le dinamiche negoziali e militari relative alla questione coloniale italiana, è necessaria una premessa metodologica: la storia non deve essere intesa nella sua accezione retorica di “maestra di vita” – un concetto spesso sterile che presuppone una ciclicità immutabile degli eventi – quanto piuttosto come un fondamentale strumento di intelligence di base.

Conoscere i processi storici significa possedere le chiavi di lettura per decodificare il presente. L’analisi dei flussi geopolitici, delle direttrici strategiche e delle linee di faglia del passato permette di mappare il terreno su cui si muovono gli attori contemporanei. Senza la comprensione del “dato storico” come asset informativo, ogni pianificazione per il futuro risulta priva di profondità prospettica e vulnerabile all’imprevisto.

Il Trattato del 1947: un’eredità contesa

Il 10 febbraio 1947, con la firma del Trattato di Pace di Parigi, l’Italia non perdeva solo territori, ma si trovava al centro di una spietata redistribuzione di sfere d’influenza. Sebbene l’Italia post-fascista di De Gasperi cercasse di presentarsi come una nazione rinnovata, le potenze vincitrici trattarono i possedimenti africani come avamposti strategici per il nuovo ordine mondiale.

Le preoccupazioni militari italiane erano sbilanciate: mentre lo Stato Maggiore guardava con apprensione al confine orientale e alla minaccia jugoslava, il destino delle colonie diventava moneta di scambio. La Libia, l’Eritrea e la Somalia non erano solo “terre perdute”, ma aree che facevano gola per la loro posizione dominante sul Mediterraneo e sulle rotte verso l’Oceano Indiano.

Il Grande Gioco delle potenze: appetiti e veti incrociati

La sorte dei territori d’oltremare fu il fulcro di interessi geostrategici divergenti, dove ogni nazione cercava di massimizzare la propria proiezione di potenza:

Stati Uniti: Agendo come i nuovi garanti dell’ordine globale, gli USA premevano per il disarmo e la smilitarizzazione, ma guardavano alla questione coloniale con pragmatismo anti-sovietico. Pur sostenendo formalmente il principio di autodeterminazione, la loro priorità era che i territori italiani non cadessero sotto l’influenza russa, appoggiando soluzioni che garantissero la stabilità del blocco occidentale.

Unione Sovietica: Mosca mirava a scardinare il monopolio anglo-americano nei “mari caldi”. Le mire sovietiche sul Dodecaneso e la richiesta di una quota di amministrazione sulle colonie africane erano finalizzate a ottenere uno sbocco strategico nel Mediterraneo centrale.

Gran Bretagna: Puntava a un controllo egemonico per blindare le rotte imperiali, tentando di trasformare la Libia in un presidio per garantire la sicurezza del passaggio verso Suez.

Francia: Preoccupata per i propri mandati, Parigi osteggiava ogni soluzione che potesse alimentare l’indipendentismo, cercando al contempo di annettere il Fezzan libico.

Turchia ed Egitto: Ankara voleva riaffermare un ruolo di influenza sui territori ex ottomani per evitare vuoti di potere ostili; il Cairo rivendicava diritti storici sulla Cirenaica e sull’Eritrea, puntando al primato nel mondo arabo e al controllo del Nilo.

La risposta tecnica: l’esigenza “Africa” e i progetti A, B, C

Mentre la politica internazionale discuteva, l’apparato militare italiano elaborava soluzioni concrete. Sotto l’impulso del ministro della Difesa, Randolfo Pacciardi, lo Stato Maggiore produsse analisi rigorose, cristallizzate nei progetti A, B e C del 31 agosto 1948.

Il “Progetto C” prevedeva, il worse case scenario, l’assunzione dell’amministrazione di tutte le ex colonie. Non si trattava di velleità imperialiste, ma di una complessa operazione di stabilizzazione tecnica: si ipotizzava l’impiego di una forza bilanciata (circa una divisione di fanteria) con unità motorizzate autonome e un forte supporto di truppe indigene. L’obiettivo era mantenere l’ordine pubblico in un quadrante che restava vitale per la nostra sicurezza nazionale, nonostante l’incertezza delle decisioni internazionali tenesse lo Stato Maggiore in uno stato di costante stallo operativo. In tali piani si evidenziava che in caso di conflitto tali territori sarebbero stati isolati dalle linee dei rifornimenti, pertanto si faceva leva alla possibilità in ambito politico di stringere alleanze difensive.

Un aspetto fondamentale nella redazione dei piani fu la rigorosa attenzione agli obiettivi strategici delle potenze interessate che venivano aggiornate grazie a personale in loco e al personale del Servizio Informazioni.

Nonostante questi piani, lo Stato Maggiore aveva ritenuto, nelle fasi di colloquio con le autorità politiche, quei territori, in caso di guerra, una palla al piede del Comandante Supremo, a causa delle necessità logistiche di cui avrebbero avuto bisogno le unità impiegate. Ciò a conferma che la minaccia percepita era rivolta verso la soglia di Gorizia.

Dal fallimento diplomatico all’Amministrazione Fiduciaria

Il naufragio del compromesso Bevin-Sforza portò la questione all’ONU. L’Italia, ormai inserita nel sistema difensivo occidentale, ottenne nel 1949 l’Amministrazione Fiduciaria della Somalia (AFIS). Fu un passaggio epocale: la presenza italiana mutava pelle, trasformandosi da occupazione coloniale in missione di accompagnamento verso l’indipendenza. Si trattava di un riconoscimento per la nuova Italia post-bellica.

L’attualità di una gola mai saziata

Analizzare oggi i piani militari tra 1945 e 1948 conferma la tesi iniziale: la storia è intelligence. Le tensioni che vediamo oggi in Libia o nel Corno d’Africa non sono casuali, ma derivano da quegli appetiti mai sopiti. Gli attori nazionali hanno mantenuto direttrici di politica estera chiare e direzionate, che superano i cambi istituzionali.

L’ex impero italiano continua a essere un baricentro; ignorarne la storia non significa liberarsene, ma restare ciechi di fronte a sfide dove, ieri come oggi, si decide il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo Allargato.

Per approfondire:

E. Di Muro, Guerra Fredda in Africa. Il ritorno dell’Italia in Somalia (1950-1960), Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2025.

FOTO:

1. Copertina libro

2. Copertina dei piani militari italiani per le colonie conservati presso l’Archivio Storico dello SME e presentati in E. Di Muro, La questione coloniale italiana tra il 1945 e il 1949. Aspetti militari e geopolitici nelle carte dello Stato Maggiore dell’Esercito, in Nuova Storia Contemporanea, Seconda serie n. 3, settembre-dicembre 2020, pp. 193-211.

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