C’è una data che ogni paracadutista porta cucita dentro, accanto al brevetto e al ricordo del primo metro di vuoto sotto i piedi. È il 30 aprile 1941, il giorno in cui dall’aeroporto di Galatina decollarono tre Savoia Marchetti SM 82 con a bordo settantacinque uomini del II battaglione paracadutisti, comandati dal maggiore Mario Zanninovich. Poche ore dopo si lanciavano sulla piana di Argostoli, sull’isola greca di Cefalonia. Disarmarono il presidio greco senza sparare un colpo, occuparono Argostoli, e nei giorni successivi raggiunsero Itaca e Zante a bordo di barchini requisiti. Era nato, in quel pomeriggio di primavera mediterranea, il primo lancio di guerra della Specialità. Era nata la leggenda della 5ª compagnia “Pipistrelli”.
Da allora, il cammino di quella compagnia non si è più fermato. È un filo rosso che attraversa ottantacinque anni di storia militare italiana, lo stesso filo che lega le sabbie egiziane di El Alamein alle valli afghane, le coste libanesi alle pianure dei Balcani, le colline di Timor alle alture del Kurdistan iracheno.
Diciassette mesi dopo Cefalonia, nell’ottobre del 1942, i Pipistrelli ritrovavano la guerra in piena depressione di El Qattara, schierati con il 187° reggimento sull’ala sinistra del dispositivo della divisione Folgore. Per quattordici giorni resistettero a tre divisioni britanniche, una corazzata e due di fanteria, infliggendo perdite gravissime ai carri di Montgomery e meritando, dal nemico stesso, l’onore delle armi. Quando le munizioni finirono e i pezzi anticarro vennero distrutti, l’ultimo messaggio dal fronte recitava che tutti i pezzi erano perduti ma i paracadutisti erano in piedi. Per quei fatti d’arme la Bandiera del 187° fu decorata di Medaglia d’Oro al Valor Militare. Pochi mesi dopo, in Tunisia, i superstiti riuniti nel 285° battaglione paracadutisti Folgore agli ordini del capitano Lombardini scrivevano l’ultima pagina africana a Medenine, Gabès, sulla linea del Mareth e nello scontro finale di Takrouna contro i neozelandesi.
Poi vennero i decenni della ricostruzione, della rinascita, della fatica silenziosa di tornare a essere reparto operativo. E quando l’Italia repubblicana ricominciò a chiamare i paracadutisti fuori dai confini nazionali, i Pipistrelli risposero presente ogni volta. Negli anni Ottanta in Libano, dentro la Forza Multinazionale di Pace di Beirut, dove il II battaglione Tarquinia conobbe il primo dispiegamento moderno della Specialità in scenario di crisi. Nel 1991 in Iraq settentrionale, per l’Operazione Airone a tutela del popolo curdo nelle montagne del Kurdistan, una delle prime missioni umanitarie armate della storia italiana. Dal 1992 al 1994 in Somalia, con Ibis 1 e Ibis 2, dove il reggimento ricostituito si meritò la Medaglia d’Argento al Valore dell’Esercito tra rastrellamenti d’armi e operazioni controguerriglia nel caos di Mogadiscio.
Vennero gli anni dei Balcani. Bosnia con Joint Endeavour, Albania con Alba nel 1997, Kosovo dentro KFOR. Vennero gli antipodi, Timor Est nel 1999 con INTERFET, in un Paese appena uscito dal sangue di un referendum. Vennero le sabbie e le pietre dell’Iraq con Antica Babilonia, e poi l’Afghanistan, le valli di Farah, la cintura di Kabul, i posti avanzati di Bala Murghab, i pattugliamenti che non finivano mai. Il 17 settembre 2009, durante la missione ISAF, l’attacco di Kabul portava via il sergente maggiore Roberto Valente, e il nome di un altro Pipistrello entrava nel Sacrario degli Eroi del reggimento. C’è poi il Libano del Sud, dove dal 2006 i paracadutisti del 187° si avvicendano sotto il cappello azzurro UNIFIL nell’Operazione Leonte, lungo la Blue Line tra il fiume Litani e il confine israeliano. E ci sono le missioni più recenti, dal Niger alla Lettonia, dal contrasto al Daesh in Iraq con Prima Parthica al fianco interno delle operazioni di sicurezza nazionale, in una continuità di servizio che non ha mai conosciuto pause vere.
In mezzo a tutto questo, due ferite che restano. La prima è la Meloria, il 9 novembre 1971, quando un intero decollo della 6ª compagnia Grifi precipitò nelle acque livornesi e si portò via quarantasei paracadutisti. La seconda è il sacrario stesso del reggimento, che a Cefalonia pesa due volte, perché su quella stessa isola, due anni dopo il lancio di guerra, nel settembre del 1943, cadeva la divisione Acqui sotto il fuoco tedesco. Cefalonia è insieme il luogo della prima vittoria e la terra che racconta quanto possa essere amara la storia per chi indossa una divisa italiana.
Eppure il filo non si è mai spezzato. Oggi, alla Caserma Vannucci di Livorno, la Bandiera di Guerra del 187° continua a custodire la memoria di Argostoli e di El Alamein, e ogni 30 aprile la 5ª compagnia Pipistrelli si schiera per ricordare. Lo fa nel modo in cui i paracadutisti sanno fare meglio, in silenzio, sull’attenti, davanti al gladio alato e al motto che dal 1942 dice tutto in tre parole, Ex Alto Fulgur, “Folgore dall’alto”.
Ottantacinque anni dopo quei tre SM 82 partiti dalla Puglia, ai Pipistrelli che hanno servito, a quelli che servono e a quelli che oggi indossano per la prima volta il basco amaranto, l’unico saluto che vale è sempre lo stesso.
Folgore!
Una nota personale, da chi quel basco lo ha portato

Mi sia consentita, alla fine di questo ricordo collettivo, una postilla personale. Da ex paracadutista della 5ª compagnia Pipistrelli, ogni 30 aprile ha per me un peso che va oltre la cerimonia ufficiale, perché in quella sigla, in quel nome, in quel reparto, ci sono i volti degli uomini con cui ho condiviso il mestiere e l’orgoglio del basco amaranto. Tra quei volti, oggi più che mai, ce n’è uno che voglio richiamare alla memoria, quello del nostro ex comandante, il generale di corpo d’armata incursore paracadutista Nicola Zanelli, che ci ha lasciati il 28 maggio 2025 ad Albinea, dopo una malattia affrontata con la stessa lucidità e lo stesso coraggio con cui aveva attraversato una vita intera in servizio.
Nel 1993, da giovane capitano, fu lui a comandare la 5ª compagnia Pipistrelli durante l’Operazione IBIS in Somalia, e fu lui a trovarsi tra gli uomini del 187° quel 2 luglio del Check Point Pasta a Mogadiscio, una delle giornate più dure mai vissute dall’Esercito Italiano nella sua storia repubblicana.
Da lì la sua strada lo portò tra gli incursori del Col Moschin, reparto che avrebbe poi comandato tra il 2006 e il 2008, e poi ancora più in alto, fino a diventare nel 2013 il primo comandante del COMFOSE, dal 2016 al 2019 comandante del COFS, dal dicembre 2020 al luglio 2021 vice comandante dell’Operazione NATO Resolute Support a Kabul nei mesi più difficili del ritiro, e infine deputy commander di LANDCOM a Smirne, dove la malattia lo ha richiamato in patria.
Chi lo ha conosciuto in caserma, sul campo, nelle riunioni di pianificazione o semplicemente a un caffè la mattina presto, sa di cosa parlo. Era uno di quei comandanti che non aveva bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare, perché parlava il linguaggio dell’esempio, del lavoro fatto bene, della preparazione studiata fino all’ultimo dettaglio. Era un ufficiale di rara intelligenza tattica, ma soprattutto era un uomo di valori solidi, marito, padre di quattro figli, soldato che metteva i suoi uomini sempre prima di sé. Nella tradizione vera della Folgore, quella che non sta nei manuali ma si trasmette a voce, da chi è venuto prima a chi viene dopo, il generale Zanelli era uno di noi, prima ancora che uno sopra di noi.
A ottantacinque anni dal lancio di Cefalonia, in questa giornata in cui i Pipistrelli si stringono ancora una volta intorno alla loro Bandiera, il mio pensiero personale va a lui e a tutti i comandanti, gli ufficiali, i sottufficiali e i paracadutisti che hanno indossato quel basco prima e dopo di me, ai vivi e ai caduti, a chi è ancora in linea e a chi adesso veglia da un’altra parte. Sono certo che se oggi potesse ascoltare il grido che chiude la cerimonia alla Vannucci, lo farebbe con quel mezzo sorriso composto che gli conoscevamo bene.
Per il generale Zanelli, per tutti i Pipistrelli che ci hanno preceduto, per la compagnia che continua, Folgore!
Claudio Verzola
paracadutista in congedo, 5ª compagnia “Pipistrelli”

