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Punti di vista

Sigonella contro Trump: quando l’Italia era alleata, non subalterna

Gianluca Celentano · · 3 min di lettura
MBDA Stratus

Le immagini di Sigonella, con un aereo statunitense circondato dai carabinieri, restano una delle fotografie politiche più potenti della Repubblica. Non raccontano antiamericanismo né rottura diplomatica, ma una cosa più rara, come la fermezza istituzionale.

Nel 1985 il presidente del consiglio Bettino Craxi rivendicò la sovranità italiana nel solco della Costituzione pur consapevole del valore dell’alleanza con Washington. Fu equilibrio, non sottomissione.

Oggi, a quarant’anni di distanza quella postura appare lontana. Non perché i rapporti con gli Stati Uniti non contino più, ma perché la politica italiana fatica a mostrarsi autorevole. Si preferisce spesso il tono dimesso, l’adattamento preventivo, l’idea che “non convenga” alzare la voce. Ma la storia insegna che la credibilità nasce dalla coerenza, non dalla deferenza.

Il linguaggio della forza e la politica della pancia

Negli Stati Uniti il clima politico degli ultimi anni ha sdoganato un linguaggio che parla alla pancia più che alla ragione. Le uscite di Donald Trump – l’uso sistematico del nemico, l’ostentazione di una morale personale elevata a regola, la retorica dell’“annientamento” dell’avversario – hanno prodotto un dissenso interno ampio e documentato, fatto di proteste civili, prese di posizione di giuristi e fratture evidenti tra Stati e amministrazione federale. In questo quadro si inserisce la centralità dell’ICE, l’apparato chiamato a far rispettare le politiche migratorie con strumenti rapidi e spesso controversi, come le espulsioni di lavoratori in regola ma privi di cittadinanza, detenzioni amministrative, margini operativi molto ampi, il tutto legittimato dall’alto.

La democrazia non scompare in un giorno, ma si assottiglia quando il contrappeso istituzionale viene progressivamente delegittimato a colpi di slogan. In Iran, invece, si amputano le mani ai ladri e si reprime il dissenso con arresti e uccisioni di manifestanti con una violenza sistemica e dichiarata.
L’imbarazzo, però, nasce altrove, nell’atteggiamento oscillante dell’Occidente.

Negli Stati Uniti Trump ha pubblicamente incoraggiato i manifestanti iraniani, salvo poi sostenere che “la situazione stava rientrando” e che non fosse il caso di intervenire. Un dietrofront che rivela tutta l’ambiguità del momento, e dove il dissenso viene difeso a parole all’estero, ma contenuto in casa, svuotando la democrazia di coerenza e credibilità.

La Groenlandia è l’ennesimo caso imbarazzante di Trump che ha più volte rivendicato con toni perentori la volontà di mettere le mani su un territorio che non gli appartiene. E mentre l’Italia resta in silenzio, salvaguardando – almeno per ora – il tema dei dazi, appare incapace persino di una presa di posizione simbolica. Un vuoto politico che somiglia a sottomissione.

Europa: l’occasione che rischiamo di perdere

Il problema non è “importare” modelli, ma normalizzare atteggiamenti. In Italia la debolezza politica si vede nella gestione dei problemi reali: delinquenza minorile, mancata integrazione, periferie lasciate sole. Qui la rabbia cresce e qualcuno sa incanalarla a proprio beneficio, semplificando tutto in parole d’ordine. Parlare alla pancia rende consenso rapido, governare la complessità no.

Di fronte a questi segnali di degenerazione, l’Europa resta oggi lo spazio politico più democratico e civile e, per questo, deve adeguarsi senza snaturarsi con cooperazione sulla sicurezza, politiche di integrazione esigenti ma giuste e fermezza diplomatica quando serve.

Essere alleati non significa essere subalterni. Quindi la lezione di Sigonella non è nostalgia ma un metodo. Autorevolezza, chiarezza, rispetto delle regole, quindi anche una politica che sappia dire dei no motivati e dei sì responsabili. Senza questo, il rischio può essere dietro l’angolo e, un giorno tocca ad altri, il giorno dopo a noi.

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