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Punti di vista

Bidet e rimozione: storia non elaborata di un Paese

Andrea Sapori Andrea Sapori · · 4 min di lettura

Essendomi inoltrato nel sesto di secolo da qualche giorno, ho trovato lo spirito per fare alcune considerazioni che forse, tra qualche anno, qualcuno assocerà a questo nostro tempo strano, caratterizzato come spesso accade dall’inconsapevolezza.

Un’inconsapevolezza italica, che parla di noi. Perché se non l’avessimo, forse potremmo capire chi siamo stati e perché lo siamo stati. Se partissimo da qui, da questo punto elementare e riscontrabile, forse riusciremmo a leggere meglio il presente: una confusione a volte furba e voluta, ma più spesso figlia di ignoranza profonda, che si trasforma naturalmente in arroganza.

Ho parlato fin troppo di storia, me ne rendo conto. Ovunque mi capiti di discutere il presente, dopo pochi minuti la logica mi riporta sempre indietro. È probabilmente un mio limite. Mea culpa. Ma così il contesto diventa chiaro: davanti a me si srotola il filo rosso che porta, almeno, al 25 luglio 1943.

Potrei andare più indietro, certo. Sarebbero altri gomitoli, dello stesso tessuto. Ma io riparto da lì. E da lì, quasi tutto torna. Ogni contesto trova una circostanza, ogni discussione un nesso. Persino fatti apparentemente irrazionali acquisiscono una loro logica.

A volte penso di esagerare. Che questo modo di ragionare sia solo un espediente per cavarmi d’impaccio nelle discussioni politiche, economiche, militari, geostrategiche da bar o da circolo semi-colto. Però, così, le scelte dei governi appaiono coerenti, anche quando sembrano folli. Le promesse elettorali puntualmente smentite una volta seduti sulle poltrone ministeriali. Gli investimenti industriali pubblici che diventano mercati di carne umana, fatti di cassa integrazione, licenziamenti minacciati, trasferimenti, cambi di produzione assurdi. Le ristrutturazioni societarie studiate per giustificare l’elusione fiscale in un Paese che dell’evasione fa un vanto.

A quel punto la nebbia si dirada. Tutto appare per ciò che è sempre stato: una grande furbata.

Furbi sono stati e sono quelli che ci raccontano che siamo stati liberati dagli alleati e dai partigiani. Ma quelli sbarcati in Sicilia non erano nostri “alleati”. E i partigiani impiegarono anni per diventarlo, quando ormai era chiaro a chiunque che la guerra era persa.

Poi, autoproclamatisi padri della patria, i costituenti saltarono il passaggio decisivo: fare davvero i conti con la storia. Così la nostra equazione non è mai stata risolta. È rimasta sospesa, propedeutica a tutto ciò che è venuto dopo.

Questo è il punto di partenza. Senza di esso, tutto si sbriciola come una torta per celiaci. La nostra pasta politica è priva di glutine culturale. Magari non si digerisce, ma tiene insieme un amalgama fragile chiamato “storia condivisa”.

Ci torniamo sopra continuamente, e i conti non tornano mai. Non per caso. Lo si è fatto consapevolmente.

Oggi sono al governo i neo… pardon, i post-fascisti. Speravo affrontassero il nodo. Alcuni lo hanno fatto, ma con una scorciatoia logica: se oggi sono al potere, allora aveva ragione LUI. Così si giustifica tutto. Anche l’impossibilità di risolvere l’equazione italiana.

Si dimenticano i Savoia, i gerarchi da farsa, gli industriali collusi, le follie di regime. Si dimentica un capo che si credeva Cesare, che prometteva vittorie facili, che trascinò il Paese nel disastro. E ancora oggi c’è chi racconta di non essere mai stato sconfitto.

La storia la fa chi vince, si dice. Ma chi ha vinto davvero? Un pareggio all’italiana, grigio come lo stellone.

Sarebbe bastato ammettere i fatti, piangerci sopra un paio d’anni, fare pulizia e ripartire. Ma nel torbido si pesca meglio.

Ci prendiamo gioco di chi non usa il bidet, ma da anni ci brucia lo stesso. Non per scarsa igiene, ma per altro. E speriamo solo che non ci tolgano l’acqua, nell’appartamento in affitto. In affitto, appunto.

In fondo possiamo sempre contare sui magazzini governativi di vasellina. Usata regolarmente da 83 anni. A scadenza elettorale.

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