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Editoriale

Il pragmatismo del Cremlino e la vera domanda: la stretta di mano quando è avvenuta?

Andrea Cucco Andrea Cucco · · 3 min di lettura

Ieri Vladimir Putin ha ricevuto al Cremlino il presidente siriano Ahmed al-Sharaa, in visita ufficiale a Mosca. L’incontro, pubblicato sul portale del Cremlino, “segnerebbe” il punto di svolta nella politica russa verso la Siria post-Assad.

Dopo anni di guerra combattuta per difendere il regime di Damasco e contrastare gruppi come quello di Abū Muḥammad al-Jawlānī (il suo nome di battaglia), Mosca sembra quindi “ora” (…) abbracciare una nuova linea: il pragmatismo.

Per quasi un decennio la Russia ha tuttavia garantito la sopravvivenza del regime di Bashar al-Assad, fornendo copertura aerea, intelligence e supporto logistico in nome della stabilità e della lotta al terrorismo. Oggi, lo stesso Cremlino accoglie con tutti gli onori il successore del rais fuggito, aprendo un canale di cooperazione con le nuove autorità siriane.

Una virata netta e improvvisata?

Il pragmatismo nella politica estera russa è una costante. Putin ha più volte dimostrato di saper voltare pagina quando la convenienza strategica lo impone.

Dopo l’11 settembre, Putin scelse di cooperare con la NATO e gli Stati Uniti nella guerra in Afghanistan, trasformando un potenziale nemico in interlocutore tattico. Nel 2010 siglò con l’Ucraina l’accordo di Kharkiv, garantendo alla flotta russa di Sebastopoli altri 25 anni di permanenza in cambio di sconti sul gas, e nel 2015 intervenne in Siria con un investimento minimo che restituì a Mosca il ruolo di potenza mediterranea. Lo stesso approccio si ritrova nella capacità di dialogare contemporaneamente con Israele e Iran, rivali sul terreno, mantenendo aperti canali con entrambi per controllare gli equilibri regionali. La gestione ambigua del Donbass, sostenuto senza riconoscerlo formalmente fino al 2022, e la decisione di continuare a fornire gas all’Europa anche dopo le sanzioni del 2014, rientrano nella stessa logica di flessibilità tattica. Persino la riconciliazione con Erdoğan, dopo l’abbattimento del Su-24 nel 2015, e la mediazione nella guerra caucasica tra Armenia e Azerbaigian nel 2020, testimoniano la priorità data da Mosca al calcolo degli interessi rispetto alla coerenza ideologica.

La Siria odierna non fa eccezione e l’interesse di Mosca, dopo tante “ipotesi di sfratto”, resta invariato: mantenere le basi di Tartus e Khmeimim, pilastri della proiezione militare russa nel Mediterraneo.

La visita di al-Sharaa potrebbe essere come la “formalizzazione” di un negoziato (avvenuto lo scorso anno), più che come un semplice gesto di cortesia, per preservare la propria influenza e i contratti firmati durante l’era Assad.

E Assad?

Il destino dell’ex presidente, ora rifugiato in Russia, resta un tema sospeso. Lavrov ha parlato di “motivi umanitari” per giustificare la sua presenza a Mosca, ma la realtà è più complessa: Assad è oggi una quasi inutile pedina se non un fardello. Conservarlo significa poterlo utilizzare come strumento di pressione o di contrattazione ma, al tempo stesso, rappresenta un problema d’immagine.

Il vertice di oggi è una fotografia di ambiguità. Dopo aver combattuto sul campo contro i gruppi di al-Jawlānī e i nemici storici del regime, Putin riceve ora chi, politicamente, ne rappresenta la fine?

La domanda chiave, dunque, non è soltanto perché questa stretta di mano sia avvenuta, ma quando.

Foto: Cremlino

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