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Opinione

Il mondo al contrario, ovvero come si nega l’evidenza

Sabotaggi, agenti sacrificabili, propaganda e guerra cognitiva: le vecchie ‘misure attive’ sovietiche tornano nella strategia russa contro l’Europa.

Nicola Cristadoro Nicola Cristadoro · · 7 min di lettura

Nel pieno degli attacchi ibridi condotti da Mosca contro l’Europa, giorno dopo giorno assistiamo ad un “innalzamento dell’asticella” in una sfida sfrontata e sempre meno attenta al rispetto del principio della “negabilità plausibile”, fondamento della guerra ibrida stessa. Negabilità che, sebbene appaia sempre più inverosimile, tuttavia consente di mantenere il conflitto sotto la soglia dell’aggressione conclamata e di replicare sul piano di una diplomatica indignazione.

La “guerra ibrida” condotta oggi da Mosca, soprattutto attraverso i propri servizi segreti, fonde sabotaggio, terrorismo e manipolazione psicologica in un progetto a lungo termine di destabilizzazione dell’Occidente. Queste procedure affondano le loro radici nelle tradizionali operazioni risalenti al periodo della Guerra Fredda, note come “misure attive”. Si tratta di attività clandestine sostanzialmente volte a influenzare la vita politica di un paese-obiettivo, la sua politica estera e la soluzione di problemi internazionali, per fuorviare l’avversario, minare e indebolire le sue posizioni, interrompere i suoi piani ostili e, in tal modo, raggiungere i propri scopi politico-economico-militari.

Nello scenario attuale, sebbene formatosi in epoca sovietica, Putin si propone come emulo dello Zar, recuperando i valori nazionalisti e religiosi del periodo pre-bolscevico per la coesione interna e come baluardo contro un esterno indicato come fascista, anti-russo, debole e corrotto.

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Il primo aspetto che vogliamo prendere in esame, riguarda le azioni di sabotaggio e la realizzazione di attentati. Assunto che i droni individuati presso l’aeroporto di Lipsia siano riconducibili a una responsabilità del Cremlino, si tratterebbe dell’ennesimo episodio di conflittualità ibrida condotta dai russi sul territorio europeo con la modalità della “tokenizzazione”. La “tokenizzazione”, per capirci, è il processo di sostituzione di dati sensibili (come numeri di carte di credito o informazioni personali) con un equivalente non sensibile, chiamato token. Nella strategia russa consiste nell’esternalizzazione di compiti tattici a individui poco visibili e il cui impiego prevede costi molto contenuti. In pratica, per compiere sabotaggi fisici, come incendi dolosi di magazzini e attentati a infrastrutture, o attività preparatorie ad azioni successive, come ricognizioni con droni, si reclutano agenti, consapevoli o meno e, comunque, sacrificabili.

Invece di impiegare agenti addestrati, i servizi segreti russi “tokenizzano” il lavoro per infliggere dei danni all’avversario, ponendo le premesse per la suddetta “negazione plausibile”. Gli agenti proxy svolgono la funzione di token al posto di assetti che, altrimenti, consentirebbero di individuare facilmente i mandanti delle aggressioni. Ricordiamo che, ad esempio, tra la fine del 2023 e la metà del 2024, Polonia, Regno Unito e Germania hanno registrato una serie di incendi dolosi e sabotaggi inizialmente attribuiti a controversie locali o rivalità criminali. In tale quadro potrebbe essere ricondotta l’esplosione verificatasi il 13 agosto 2026 nello stabilimento della KNDS Ammo Italy a Colleferro, noto per la produzione di munizioni destinate anche alle forze ucraine. Nel caso specifico, le autorità italiane hanno escluso una responsabilità di Mosca, sebbene l’episodio si inserisca in un contesto di attenzione europea per incidenti analoghi in siti di produzione bellica.

In definitiva, individuare questi personaggi che operano per conto del Cremlino può essere relativamente semplice, se consideriamo il livello di indifferenza con cui ormai la Russia opera spudoratamente. Tuttavia, richiede un lavoro costante, paziente e capillare, soprattutto se, in un’ottica propria dell’intelligence, si vuole svolgere un’azione preventiva. Quando si arriva all’individuazione a scopo sanzionatorio è troppo tardi.

La seconda tipologia di azioni eredità delle “misure attive” riguarda le procedure della martellante “guerra cognitiva” condotta dal Cremlino contro l’Occidente, attraverso propaganda ed operazioni psicologiche, talvolta decisamente grossolane. Per trattare questo argomento, vogliamo focalizzare l’attenzione su quanto si sta verificando proprio in Italia, entrando nel merito delle dinamiche di infiltrazione del tessuto sociale nazionale, evidenziando l’efficacia delle narrazioni confezionate dagli esperti di Mosca e, dunque, la minaccia che rappresentano per la stabilità e la sicurezza del nostro Paese. Contestualmente si vogliono far emergere le contraddizioni in cui cadono le “casse di risonanza” russofile nella loro strenua attività divulgativa del messaggio putiniano.

I proclami del Cremlino sono indirizzati alla “pancia” degli obiettivi, siano essi la classe politica o la popolazione, per condizionare la “mente” degli stessi. Tra le casse di risonanza degli agenti di influenza russi troviamo una schiera di intellettuali, accademici, giornalisti, militari e influencer permeabili a questa propaganda, che con le loro interviste, articoli e interventi in ambito pubblico a vario titolo inducono confusione culturale e vera e propria disinformazione, spesso attraverso documentari assolutamente privi di argomentazioni valide. Gli effetti sortiti da questa tipologia di operazioni si manifestano in affermazioni perentorie, divulgate soprattutto sul web, da parte di ferventi russofili, in genere fortemente anti-europeisti, latori di sentimenti anti-Nato e genericamente pseudo-pacifisti. Si varia dalle opinioni di figure come quelle dei foreign fighters che si arruolano come combattenti tra le file russe, a quelle dei detrattori tout-court della guerra, anche quando si tratta di difendere la propria nazione da un’invasione.

L’aspetto più doloroso e offensivo, però, per chi ha servito per una vita la Patria in armi, facendolo con convinzione e nel rispetto dei dettami costituzionali, è constatare con che facilità, superficialità e, talvolta, opportunismo, alcune figure di rango elevato delle nostre forze armate giustificano le ragioni di quella che è un’invasione a tutti gli effetti di uno Stato sovrano e inneggiano alla sua sconfitta e resa incondizionata ad un autocrate senza scrupoli che non disdegna di stringere alleanze con leadership politiche alquanto discutibili a livello planetario: dalla dittatura nordcoreana, alla compagine governativa iraniana, al governo comunista cinese.

Dalla “negazione plausibile” all’“implausibile negazionismo” il passo è breve. Affermazioni come “L’Ucraina non è stata aggredita, ha fomentato la guerra alla Russia dal 2014” pronunciata in un’intervista da un anziano generale e un tempo vivace politologo, desta non poche perplessità. Non perdiamo di vista il fatto che assistiamo ad una guerra scatenata da un impero che è crollato e che si sforza di trattenere una nazione che vuole affermare la propria indipendenza. Affermazioni come “Me ne frego!” pronunciata da un giovane generale e attualmente scaltro politicante, in risposta alle accuse di essere un sostenitore delle politiche putiniane in relazione ad un’iconografia che lo ritrae con tanto di colbacco e bottiglia di vodka, desta un sensibile imbarazzo. Tra l’altro un personaggio che vanta un’affinità elettiva con l’ideologia fascista e ricorre ad espressioni tipiche di quel regime, dovrebbe confrontarsi con la narrazione anti-nazista di Putin. Diamogli il beneficio che il presidente russo ha ampiamente sdoganato il modello della narrazione incoerente e, dunque, il generale nostrano si colloca a pieno titolo nella scia di tale modello.

Non si vuole entrare nel merito delle idee personali degli individui, peraltro esprimibili in quanto non soggetti agli interventi degli apparati repressivi degli OMON inquadrati nella Rosgvardija, ma è lecito domandarsi quanto siano sane e solide le forze armate di una nazione in cui sussistono componenti che ne minano i fondamenti di unitarietà e coesione, per interesse personale o, peggio, mosse da ideali che contrastano con il giuramento prestato.

D’altra parte le “quinte colonne” sono sempre esistite e su queste fanno un forte affidamento i propagandisti russi. Diventa, allora, estremamente preoccupante tutta l’acredine espressa in primis nei confronti della Nato, ma anche dell’Unione Europea, uniche realtà in atto l’una e in potenza l’altra, di difendere la sovranità territoriale di Paesi di cui, a molti nostri concittadini, pare importi poco o nulla.

Come ha detto qualcuno, siamo in presenza del “Mondo a rovescio”. Ma non per le ragioni da lui addotte.

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