Per decenni la donna al comando dei servizi segreti britannici è esistita solo sullo schermo: nel 1995, in GoldenEye, Judi Dench vestiva per la prima volta i panni di “M”. Nella realtà, però, il capo del Secret Intelligence Service non si chiama M ma “C”, dall’iniziale di sir Mansfield Smith-Cumming, primo direttore dell’agenzia, che firmava i documenti con inchiostro verde: una tradizione mantenuta fino a oggi.
Il 1° ottobre 2025 la lettera C è passata a una donna. Blaise Metreweli ha assunto la guida dell’MI6, diventandone il diciottesimo capo e la prima donna in oltre un secolo di storia, dalla fondazione nel 1909.
Dalle operazioni sul campo alla sfida tecnologica
Nata nel 1977, laureata in antropologia a Cambridge, Metreweli è entrata nel servizio nel 1999 e ha trascorso gran parte della prima parte della carriera in Medio Oriente, negli anni degli interventi britannici in Afghanistan e in Iraq, fino a dirigere una stazione dell’agenzia nell’area. È poi passata al controspionaggio sugli Stati ostili, con un incarico di vertice distaccata presso l’MI5, il servizio di sicurezza interna.
Prima della nomina guidava la direzione generale Tecnologia e Innovazione, la funzione che nell’immaginario bondiano corrisponde al “Q”. Un percorso che unisce l’esperienza operativa e la sfida tecnologica.
Annunciando la scelta, nel giugno 2025, il premier Keir Starmer ha parlato di minacce “su scala senza precedenti”, dalla Russia alla Cina, dall’Iran alla Corea del Nord. Il suo predecessore, sir Richard Moore, aveva auspicato che a succedergli fosse una donna.
Una strada aperta da altre
Metreweli non è la prima donna a guidare un servizio britannico. Stella Rimington fu alla testa dell’MI5 dal 1992 al 1996, seguita da Eliza Manningham-Buller dal 2002 al 2007. Nel 2023 Anne Keast-Butler è diventata la prima donna a dirigere il GCHQ, l’agenzia dell’intelligence elettronica e cibernetica.
Con la nomina all’MI6 il cerchio si è chiuso, tutte e tre le principali agenzie del Regno Unito hanno avuto una guida femminile.
Il quadro internazionale
Il fenomeno non è solo britannico. Negli Stati Uniti Gina Haspel è stata nel 2018 la prima donna alla guida della CIA, mentre nel 2021 Avril Haines è diventata la prima director of National Intelligence, cioè al vertice del coordinamento dell’intera comunità d’intelligence americana, dopo essere stata vicedirettrice della CIA.
In Australia Kathy Klugman è in carica dal 19 dicembre 2025 come direttrice generale dell’Office of National Intelligence, prima donna a guidarlo dalla sua origine, nel suo predecessore, l’Office of National Assessments.
Nei Paesi Bassi Simone Smit, vicedirettrice dal 2021, è stata nominata alla guida dell’AIVD, il servizio generale di informazione e sicurezza, con decorrenza dal 1° marzo 2026: i media olandesi la indicano come prima donna a ricoprire l’incarico.
E in Italia?
Il precedente italiano porta un nome preciso: Elisabetta Belloni. Prima donna a diventare segretario generale della Farnesina (2016), nel maggio 2021 è stata nominata dal governo Draghi alla guida del DIS, il Dipartimento che coordina AISE e AISI, ed è stata la prima donna in Italia a ricoprire l’incarico. Si è dimessa con effetto dal 15 gennaio 2025. Il suo percorso, dalla diplomazia ai servizi, indica una via d’accesso diversa dalla carriera interna: quella di chi arriva al vertice dopo aver costruito credibilità istituzionale e rapporti internazionali.
Che cosa cambia davvero
Sarebbe ingenuo ridurre tutto a una questione di rappresentanza. L’intelligence vive di fiducia, competenza e capacità di leggere ambienti complessi, e il valore di una leadership si misura sui risultati, non sul genere. Ma ogni nomina di questo tipo ha un effetto concreto: allarga il bacino da cui i servizi possono attingere talenti, proprio mentre la competizione si sposta su cyber, intelligenza artificiale e tecnologie emergenti.
È il terreno su cui Metreweli ha impostato il suo primo discorso pubblico da capo dell’MI6. “La padronanza della tecnologia deve permeare tutto ciò che facciamo”, ha detto, aggiungendo che gli operatori devono essere a proprio agio “con le righe di codice quanto con le fonti umane”. Ha inoltre insistito sull’importanza dell’azione umana: contano le tecnologie, ma conta soprattutto chi le guida “con la maggiore saggezza”. L’algoritmo può accelerare l’analisi, ma reclutare una fonte, capirne il contesto culturale, le motivazioni e l’affidabilità resta un mestiere profondamente umano. La doppia formazione di Metreweli, antropologia e tecnologia, incarna questa sintesi.
La storia, del resto, lo insegna… durante la Seconda guerra mondiale donne come Virginia Hall, prima nell’SOE e poi nell’OSS, dimostrarono sul campo ciò che le gerarchie dell’epoca si rifiutavano di riconoscere.
Il percorso di Blaise Metreweli, dall’attività operativa alla guida dell’innovazione tecnologica, dimostra come l’intelligence possa evolvere senza perdere la propria componente essenziale: la capacità umana di comprendere persone, intenzioni e contesti. La sua nomina rappresenta anche un cambiamento culturale e istituzionale. Il soffitto di cristallo dell’intelligence non è ancora infranto ovunque, ma le crepe sono ormai evidenti. La vera sfida, per le democrazie occidentali, sarà trasformare queste nomine da eccezioni storiche in normalità istituzionale. Fino al giorno in cui una donna alla guida di un servizio segreto non farà più notizia.

