Il generale Giuseppe Govone, ufficiale di grande rilevanza per la storia del nostro Esercito, è considerato il pioniere dell’intelligence militare italiana. Nel 1856, infatti, egli fondò il Servizio Segreto Militare Piemontese, ponendo le basi per i futuri servizi informativi del neonato Stato unitario.
Govone comprese appieno la valenza strategica dell’attività informativa a premessa di ogni operazione militare e che la vittoria in battaglia non dipendeva solo dalla forza schierata sul campo, ma dalla capacità di mappare il territorio, raccogliere dati informativi e interpretarli per effettuare delle previsioni su come la battaglia stessa avrebbe potuto evolvere.
Negli anni della sua carriera svolse delicate missioni di spionaggio e osservazione nei Balcani, in Crimea e in Europa centrale, unendo le doti dello stratega a quelle dell’agente operativo. Ma il valore intrinseco della sua opera è stata la capacità di innovazione, introducendo metodi sistematici di raccolta e analisi per la produzione di informazioni all’interno dello stato maggiore piemontese, prima dell’Unità d’Italia. In anticipo sulle moderne procedure d’intelligence, Govone comprese che vincere una guerra implicava anche conoscere il terreno, interpretare i dati e trasformarli in informazioni da utilizzare in tutte le decisioni operative.
Oggi, quando parliamo di “intelligence militare”, sotto il profilo procedurale facciamo sistematicamente riferimento all’Intelligence Preparation of the Operational Environment (IPOE). Si tratta di un processo logico-metodologico con cui il personale delle cellule intelligence di ogni comando ai vari livelli procede in modo sistematico e senza soluzione di continuità all’esame di tutti gli aspetti relativi all’ambiente in cui un’unità è chiamata ad operare e alle forze nemiche con cui deve confrontarsi. Lo scopo è fornire risposte alle esigenze informative formulate dai comandanti (decisori) e da altri elementi dello staff, in relazione ai compiti loro assegnati, per pianificare, organizzare e condurre un’operazione. Nella nostra dottrina nazionale, l’IPOE è articolata in quattro passi.
Il 1° passo è la “Definizione dell’Ambiente Operativo”. Questo passaggio esamina i fattori rilevanti relativi ai seguenti aspetti:
- geografia, terreno e condizioni meteorologiche dell’area di operazioni;
- demografia;
- fattori socio-economici;
- infrastrutture;
- regole di ingaggio (ROE);
- forze nemiche e loro capacità.
In particolare, in riferimento alle forze nemiche, in questa fase si tratta semplicemente di individuare quali siano e dove siano dislocate al momento ricezione della missione da assolvere, non di uno studio approfondito, che sarà svolto al 3° passo detto, appunto, “Valutazione della minaccia”.
Il 2° passo riguarda la “Descrizione degli Effetti dell’Ambiente Operativo sulle Operazioni”. Questo passaggio esamina i parametri ambientali raccolti al 1° passo per valutare gli effetti che questi possono esercitare sulle operazioni condotte da tutte le forze in campo, amiche e nemiche. I fattori rilevanti sono relativi a terreno, popolazione, condizioni meteorologiche e forze avversarie presenti nell’area delle operazioni.
In particolare, per quanto riguarda il terreno, vengono sviluppati una serie di lucidi che riguardano i seguenti elementi:
- orografia;
- idrografia;
- vegetazione;
- viabilità;
- abitati e manufatti.
Sulla base dei lucidi realizzati, si studiano gli aspetti relativi a:
- ostacoli;
- copertura e occultamento;
- osservazione campi di vista e tiro;
- elementi-chiave del terreno (key-terrain);
- vie tattiche (avenues of approach).
Il 3° passo dell’IPOE, come detto denominato “Valutazione della minaccia”, identifica e valuta i centri di gravità, le vulnerabilità, le capacità, i limiti, le procedure tecnico-tattiche dell’avversario, su base dottrinale, cioè senza tenere conto dei vincoli che possono essere imposti dall’ambiente operativo studiato nei passi precedenti. Lo scopo di questo passaggio è identificare le linee di azione dottrinali del nemico, ovvero come il nemico combatte secondo la sua dottrina tattica e la sua esperienza di combattimento maturata nel passato.
Per comprendere il quadro nemico, rispondiamo a tre domande fondamentali:
- Qual è la sua composizione? Qual’è la tipologia delle sue forze? Quali sono i suoi equipaggiamenti? Qual’è il livello di addestramento delle sue truppe? Com’è il morale?
- Qual è la sua disposizione? Come si schiera sul campo di battaglia? Dove sono dislocate le sue unità?
- Qual è la sua forza? Qual’è il numerico delle sue truppe? Di quanti mezzi dispone? Qual’è il suo sostegno logistico?
Tutti questi elementi sono desumibili dall’Ordine di Battaglia nemico (ORBAT), documento di basic intelligence, da approntare e tenere aggiornato già in tempo di pace. Per definire il modello di minaccia bisogna disporre di informazioni sugli elementi di seguito elencati:
- – composizione ed articolazione delle forze;
- – disposizione;
- – forza effettiva in termini di personale ed equipaggiamenti;
- – principali sistemi d’arma in dotazione;
- – dottrina/TTPs;
- – livello di addestramento/approntamento;
- – logistica;
- – sistemi C2;
- – organizzazione Intelligence;
- – tipo di reclutamento (volontari/coscritti);
- – supporto intero ed esterno all’AoR;
- – finanziamento;
- – comandanti & key leaders;
- – morale.
Nel 4° passo, “Definizione delle linee d’azione nemiche” (Enemy Course of Actions – ECOAs), i risultati della valutazione dell’area delle operazioni ottenuti nei primi due passi vengono combinati con le ECOAs dottrinali sviluppate al 3° passo, allo scopo di vedere in che modo il terreno potrà influire sul dispositivo nemico. In pratica si cerca di individuare quale sia l’intento del nemico; ci si chiede: considerate le sue attuali composizione, dislocazione e forza, cosa farà il nemico in presenza di determinate limitazioni imposte dal terreno e dalle condizioni meteorologiche?
A questo punto, si dovranno formulare delle ipotesi sulle probabili azioni che il nemico potrà intraprendere. Si possono individuare diverse ECOAs, ma se ne devono sempre considerare almeno due: la più probabile (most likely) e la più pericolosa (most dangerous).
Veniamo, allora all’attualità del pensiero di Govone. A metà dell’Ottocento, mentre il territorio italiano si trasformava in un campo di battaglia con l’epopea risorgimentale che porterà all’unificazione del nostro Paese, il modo stesso di concepire il conflitto fu sottoposto ad una significativa trasformazione. Il coraggio e la disciplina nella condotta dei combattimenti non erano più sufficienti per garantire la vittoria. Era necessario un approccio scientifico, metodologico alla pianificazione e alla condotta della guerra. Divenne imperativo saper padroneggiare nuovi strumenti: carte topografiche sempre più dettagliate, collegamenti telegrafici, ricognizioni sistematiche e un’organizzazione capace di raccogliere e interpretare le notizie provenienti dal fronte. In questo scenario si colloca la figura di Giuseppe Govone.
Govone nacque a Isola d’Asti il 19 novembre 1825, quando il Regno di Sardegna stava già riorganizzando il proprio esercito, aderendo ai modelli militari europei più avanzati. Con la Guerra di Crimea, ad esempio, gli ufficiali piemontesi entrarono in contatto con eserciti quali quelli francese e britannico, che attribuivano alla raccolta delle informazioni un ruolo di primo piano. La Reale Accademia Militare di Torino formava ormai ufficiali destinati non soltanto al comando, ma anche allo studio e alla pianificazione delle operazioni. Ufficiale di stato maggiore, generale, diplomatico e infine ministro della guerra, egli visse da protagonista tutte le principali vicende militari dell’unificazione italiana. Il suo grande merito fu quello di comprendere l’importanza della conoscenza del territorio e dell’avversario, quali fattori determinanti per l’esito di una battaglia, al di là del valore dei combattenti e della modernità delle armi:
“Per lui la guerra non iniziava con il primo colpo di cannone. Cominciava molto prima, attraverso la conoscenza del territorio e la preparazione delle operazioni.”1
L’importanza della scienza e della “sistematizzazione” nella pianificazione operativa videro affermarsi discipline quali la matematica, la geodesia, la topografia, la cartografia e l’ingegneria delle fortificazioni campali, che divennero il fondamento della preparazione tecnica degli ufficiali di stato maggiore. In tale contesto, Govone sviluppò la sensibilità per l’affinazione della “conoscenza” a scopo predittivo: parliamo della capacità di raccogliere, assemblare, confrontare e interpretare dati frammentari riferiti all’ambiente e all’avversario, per poterne intuire le capacità, le potenzialità in rapporto alle proprie forze e, dunque, cercare di delineare come la battaglia avrebbe potuto svilupparsi e cosa fare per prevalere.
Govone comprese che il compito dello stato maggiore non consisteva soltanto nel trasmettere ordini, ma soprattutto nel fornire ai comandanti gli elementi necessari per decidere. La conoscenza diventava parte integrante dell’azione militare. Non si tratta, allora, di quanto viene fatto oggi attraverso i passi dell’IPOE sinteticamente illustrati?
Nel periodo delle guerre d’indipendenza questo approccio alle operazioni divenne progressivamente sistemico. La vulgata storiografica relativa agli aspetti di cui stiamo trattando, è arrivata a parlare di un “codice Govone”, per indicare l’embrionale impianto procedurale dell’intelligence militare nella costituenda Italia. Ad ogni buon conto, non si tratta di un corpus dottrinale promulgato dall’esercito sabaudo, ma di una sintesi del metodo operativo che Govone contribuì ad affermare all’interno dello stato maggiore. In pratica, i dati raccolti dalle unità esploranti incaricate delle ricognizioni, dalle guide locali, dalle autorità civili e dall’osservazione diretta del territorio – in buona sostanza dalla humint dell’epoca – venivano confrontate, verificate e sintetizzate prima di essere utilizzate nella pianificazione delle operazioni.
Lo scopo non era accumulare notizie, ma valutarne la veridicità, eliminare le contraddizioni e costruire un quadro coerente della situazione. Stiamo parlando di quella che oggi definiamo situational awareness. Il valore di questa procedura consisteva, pertanto, nella valutazione e nell’interpretazione dei dati raccolti e messi a confronto in un quadro unitario e suscettibile di valore revisionale.
In definitiva, stiamo parlando dell’“elaborazione”, fase cruciale del ciclo intelligence. Si trattava di un approccio innovativo per un esercito che stava progressivamente sostituendo l’iniziativa individuale con procedure condivise e una pianificazione sempre più accurata.
A questo punto, vogliamo soffermarci sulla figura di Govone come fondatore dello spionaggio piemontese, ascrivibile al periodo 1856-1859. I risultati ottenuti in Crimea indussero Alfonso La Marmora a istituire per Govone un ufficio particolare che, primo nella storia del Regno di Sardegna, fosse espressamente dedicato alle attività di spionaggio. Nel 1856, dunque, Govone diventò il fondatore e primo direttore del Servizio Segreto Militare Piemontese.
Il territorio da tenere sotto osservazione, ovviamente, era l’area del Lombardo-Veneto austriaco. Govone organizzò una fitta rete di informatori che riferissero alla sede di Milano tutto ciò di cui venivano a conoscenza relativamente a consistenti movimenti delle truppe austriache, a spostamenti di guarnigioni, alla consistenza delle unità in movimento e alla loro denominazione, ai pezzi d’artiglieria al loro seguito e a chi fossero i comandanti delle unità individuate. Tra le fonti principali da sfruttare era opportuno che ci fossero informatori dislocati presso i due comandi di corpo d’armata austriaci, quello del generale Ferenc Gyulay e quello di Heinrich von Hess.
Per essere disseminate, le informazioni erano “occultate” con metodi come l’inchiostro simpatico e inviate tramite piccioni viaggiatori o attraverso messaggeri e, aspetto interessante, anche sfruttando i contrabbandieri; questi ultimi, passato il confine con il Piemonte, le dovevano consegnare ai carabinieri2. Per inciso, vale la pena sottolineare che tale soluzione rimanda tout-court a certe mansioni attribuite ad elementi della criminalità organizzata, che caratterizzano le procedure della guerra ibrida contemporanea. A questo scopo Govone aveva ideato un sistema di cifratura basato sul mondo dell’opera lirica.
“I messaggi a Milano dovevano essere inviati a un maestro di canto e i vari personaggi austriaci apparivano sotto il nome di famosi cantanti: quando si parlava del “tenore Giuglini” si intendeva in realtà Gyulai, quando della “prima donna Hennet” si intendeva Hess, quando del “baritono Walter” del generale austriaco Karl von Wallmoden-Gimborn (1792-1883), quando del “tenore Stecchi” del generale Philipp von Stadion, e quando del “tenore Urbano” del generale Karl von Urban. Analogamente, quando nei dispacci si parlava di “soprano” si doveva intendere la fanteria, quando di “contralto” della cavalleria, quando il “basso” dell’artiglieria, eccetera. “L’impresario” era il generale e “1.000 franchi” corrispondevano a 1.000 soldati; “andare avanti” significava truppe austriache verso il Piemonte e “rompere le trattative”: allontanamento di truppe austriache dal Piemonte.”3
Grazie a questi sistemi, alla vigilia della seconda guerra d’indipendenza, Govone ricevette notizie sui movimenti delle truppe austriache presso varie località del Lombardo-Veneto. Talvolta si recava di persona a Milano, giustificando la propria presenza in loco con la copertura di essere lì per migliorare le comunicazioni ferroviarie fra Piemonte, Svizzera e Austria. In tali occasioni, nel marzo 1859 redasse vari rapporti per il presidente del consiglio Cavour che possono essere considerati le principali informazioni disponibili per il Piemonte e la Francia allo scoppio della guerra con l’Austria.
In questi rapporti segnalò il costante aumento dell’armata austriaca in Lombardia, il rafforzamento delle difese e l’avvicinamento di truppe austriache ai confini del Piemonte. Uno di questi rapporti colse l’attenzione di Cavour che lo trasmise al suo ambasciatore a Parigi, Costantino Nigra che, a sua volta, lo rivelò a Napoleone III. Le informazioni furono considerate preziose e il 16 marzo 1859 gli valsero la promozione al grado di tenente colonnello4.
In conclusione, il contributo del generale Govone non consiste tanto nell’aver creato un servizio d’informazione nel senso moderno del termine, quanto nell’avere consolidato un metodo di lavoro fondato sull’osservazione sistematica, sulla verifica delle fonti, sull’impiego della cartografia e sulla pianificazione delle operazioni. In una stagione in cui la guerra stava diventando sempre più complessa, egli comprese che il successo non dipendeva soltanto dalla forza delle armi, ma anche dalla qualità delle conoscenze sulle quali venivano prese le decisioni. Fu questa la sua intuizione più originale e, insieme, uno dei contributi meno appariscenti, ma più significativi alla modernizzazione dell’esercito italiano nel periodo risorgimentale.
1 M. Pizzorno, Giuseppe Govone. L’ufficiale che trasformò l’informazione in uno strumento di guerra, Storica National Geographic, 30/06/2026. https://www.storicang.it/a/giuseppe-govone-lufficiale-che-trasformo-linformazione-strumento-guerra_18390.
2 F. Contaretti, Al servizio dello Stato. Giuseppe Govone (1825-1872), Centro Studi Piemontesi, Torino, 2015, p. 68.
3 Ibid., p. 69.
4 Ibid., pp. 71-73.

