Mi paiono fuori target le discussioni che vedono il conflitto in atto tra Israele e Iran incentrato esclusivamente sulla distruzione delle potenziali capacità nucleari degli Ayatollah.
Certo, per lo Stato della Stella di Davide, la disponibilità dell’ordigno nucleare nelle mani di un regime dittatoriale e fanatico, che ha posto da sempre la distruzione fisica di Israele quale suo obiettivo irrinunciabile, rappresenta un’insopportabile spada di Damocle. Ritengo, però, che il problema sia più immediato e non dipenda soltanto dalle diverse valutazioni sulle tempistiche necessarie a Teheran per dotarsi di testate nucleari realmente impiegabili e dei vettori per farle giungere sugli obiettivi.
L’attacco israeliano contro la Repubblica Islamica, iniziato nella notte tra giovedì e venerdì scorsi, è l’inevitabile sviluppo del conflitto avviato con il massacro del 7 ottobre 2023. Dopo essersi concentrato per 20 mesi contro i nemici più prossimi ed evidenti (Hamas, Hezbollah, Houthi), Benjamin Netanyahu si è ora rivolto direttamente al “grande burattinaio” dell’attacco concentrico contro Israele: il regime teocratico di Teheran.
Insomma, dopo aver curato i sintomi della malattia, ora si è inteso intervenire anche sulle sue cause per estirparle definitivamente. Credo, infatti, che il vero obiettivo dell’operazione “Rising Lion” sia portare a un “regime change” a Teheran. Regime change che tutti – anche Israele – hanno interesse che avvenga nel modo più indolore possibile.
Ma perché Israele avrebbe aspettato così a lungo prima di affrontare il suo nemico principale, disperdendosi nel frattempo in costose campagne militari terrestri sia nella Striscia di Gaza sia in Sud Libano? Campagne militari che hanno comportato significative perdite umane per Tsahal, imposto consistenti richiami di riservisti (con severe implicazioni sul sistema economico e produttivo del Paese) e che, tra l’altro, gli hanno alienato il supporto di larga parte dell’opinione pubblica occidentale. Opinione pubblica occidentale – peraltro molto permeabile alla propaganda pro-pal – che sembra non riuscire a comprendere che c’è chi, in altre parti del mondo, è costretto a combattere per garantire la sopravvivenza di sé stesso e delle proprie istituzioni. Sopravvivenza non solo fisica, ma anche culturale.
Perché ora? Alcuni dicono che “Rising Lion” sia stata lanciata ora per far dimenticare cosa succede a Gaza o per garantire a Bibi la sopravvivenza politica.
Non credo che questi siano i veri motivi (anche se possono essere certamente effetti collaterali dell’azione israeliana).
È chiaro, innanzitutto, che ci si dovesse muovere prima contro i nemici più vicini e minacciosi, e si dovesse fare, almeno all’inizio, tutto il possibile per giungere il più presto possibile alla liberazione del maggior numero di ostaggi. Operazione estremamente complessa, che non ha avuto l’esito che Gerusalemme auspicava. Inoltre, vi erano – a mio modesto avviso – complessi aspetti geopolitici e tecnico-militari che dovevano essere affrontati e risolti prima di lanciarsi in un’operazione che potrebbe apparire disperata e che, se fosse fallita, avrebbe (questa sì) potuto segnare la fine dello Stato Ebraico.
Occorreva lavorare incessantemente nella preparazione dell’attacco, ma anche aspettare il verificarsi di particolari condizioni favorevoli, non sempre e non tutte dipendenti da Israele.
In merito agli aspetti militari dell’operazione, è chiaro che questa abbia richiesto una lunga e meticolosa pianificazione, anche con il ricorso a una ramificata rete informativa e operativa all’interno dell’Iran. Non qualcosa che si organizza in poco tempo.
Inoltre, l’aspetto demografico non può mai essere ignorato quando si lancia una guerra (e questa è una guerra che può terminare solo con il cambio di governo a Teheran o con la resa di Gerusalemme). Un attacco in fondo convenzionale da parte di un Paese di meno di 8 milioni di abitanti contro uno di 90 milioni non si era mai visto.
Oltre agli aspetti prettamente militari, bisognava considerare il contesto internazionale. È ovvio che sarebbe stato un azzardo al limite del suicidio lanciare un’operazione così ardita senza almeno il tacito benestare dell’Alleato statunitense e senza la sicurezza del suo supporto in caso dell’inevitabile reazione iraniana. Se alla Casa Bianca ci fossero stati Biden o la Harris, molto difficilmente avrebbero dato luce verde a Netanyahu per questa operazione.
Con Trump è diverso, e non solo perché lui e la sua amministrazione sono molto più sbilanciati a favore di Israele rispetto all’amministrazione precedente.
Andare a smuovere delicati equilibri in una regione estremamente sensibile e fragile come il Medio Oriente non può essere fatto senza coinvolgere tutti i grandi attori che in quella regione hanno interessi. Ovviamente Cina e Russia in primis, ma anche Arabia Saudita e Turchia.
Ognuno di questi attori deve avere delle garanzie per i propri interessi o delle promesse di concessioni in altri settori.
Si pensi agli interessi della Cina in Iran, sia in relazione all’esigenza di Pechino di non veder minacciate le sue forniture di oro nero iraniano, sia per la posizione geografica dell’Iran, elemento imprescindibile della Belt and Road Initiative.
Si consideri la Russia, per la quale l’Iran rappresenta un alleato fondamentale in Medio Oriente, soprattutto dopo aver perso le sue basi in Siria con la recente caduta di Assad.
Ma devono essere state coinvolte discretamente anche la Turchia e l’Arabia Saudita, che adesso monitorano per poter trarre vantaggio da qualsiasi eventuale vuoto di potere si venisse a creare.
Garanzie e concessioni che Israele non potrebbe fornire, ma gli USA sì.
Lavoro fatto senza apparire militarmente al fianco di Israele (anche per potersene dissociare ove ciò risultasse in seguito conveniente), che probabilmente l’amministrazione Trump ha condotto con discrezione e pelo sullo stomaco (determinate concessioni riguarderanno verosimilmente il conflitto in Ucraina o gli interessi di altri “alleati”, che probabilmente Washington si è ben guardata dall’informare).
L’amministrazione Trump, anche nel corso del suo primo mandato, non sembra restia a mercanteggiare in maniera non troppo consona allo stile diplomatico cui noi europei siamo abituati (anche per questo il POTUS non sembra aver dato molta retta al G7, che senza di lui, in effetti, conta ben poco). Infatti, ad oggi, a parte le prevedibili dichiarazioni di condanna formale nei confronti di Israele, né Cina né Russia né le potenze regionali sono intervenute in maniera sostanziale a favore degli Ayatollah.
Ovviamente, sia Israele sia gli USA si augurano che gli Ayatollah siano messi in disparte. Il problema – che può mettere in contrapposizione tra loro Washington e Gerusalemme – e in merito al quale ci sono sicuramente visioni contrapposte sia con le altre grandi potenze sia con quelle regionali, è cosa può accadere dopo…
Certamente né USA, né Cina, né Russia si augurano uno sfaldamento della compagine statuale iraniana e l’inizio di guerre intestine, come si è visto in Afghanistan dopo la caduta di Najibullah nel 1992, in Iraq con la caduta di Saddam nel 2003 e in Libia con la caduta di Gheddafi nel 2011.
Sulla carta, almeno, la situazione iraniana apparirebbe un po’ più solida di quella di altre nazioni in cui i “regime change” sono risultati in bagni di sangue e interminabili lotte intestine.
A differenza di altri paesi, l’Iran ha strutture burocratiche che paiono articolate e radicate sull’intero territorio, vi è una sostanziale uniformità religiosa (tra il 90 e il 95% della popolazione è di religione sciita), e se il gruppo etnico iranico rappresenta poco più della metà della popolazione, l’unico gruppo etnico minoritario che potrebbe aspirare all’autonomia (quello curdo) rappresenta solo il 7-8%.
Inoltre, non vi è una tradizione di grossi scontri interetnici nel Paese.
Molti in Occidente confidano nell’opposizione al regime teocratico. Peraltro, dopo 46 anni di dittatura feroce e di incessante propaganda, sarà difficile stimare quale sia – soprattutto nelle aree rurali – il reale supporto popolare a un’opposizione spesso cresciuta all’estero o radicata essenzialmente nelle grandi città.
Verosimili, pertanto, le pressioni di Washington su Israele perché l’azione militare sia calibrata per ottenere possibilmente la fuga di Khamenei (verosimilmente in Russia), ma non la sua uccisione (che potrebbe farne un martire), e un passaggio di potere abbastanza indolore a istituzioni già presenti nel Paese (anche se inevitabilmente compromesse con il precedente regime).
Imporre dall’alto leadership attingendo all’opposizione in esilio raramente dà buoni risultati (si veda il caso di Karzai in Afghanistan).
Foto: U.S. Air Force
