Negli ultimi anni, il concetto di “leadership” è stato oggetto di un’attenzione quasi ossessiva, spesso travisata da un’applicazione forzata di modelli aziendali al mondo militare. Ma cosa significa davvero essere un capo in battaglia? È corretto parlare di “manager” o di “leader” quando si tratta di guidare uomini in condizioni estreme, dove la posta in gioco è la vita stessa?
Molto è stato scritto sul concetto di leadership, tanto in ambito civile quanto militare. Negli ultimi decenni, si è affermata la tendenza a utilizzare termini anglosassoni, spesso mutuati dal linguaggio aziendale, con l’idea che conferiscano maggiore autorevolezza. Tuttavia, se da un lato l’uso di termini come “leadership” può rispondere a esigenze tecniche o dottrinali, dall’altro rischia di oscurare concetti già presenti nella nostra cultura militare, come quelli di “capo” o “condottiero”.
In passato si è discusso se il comandante militare dovesse essere più vicino alla figura del leader o del manager. Questo approccio ha contribuito ad allontanare l’attenzione dalle caratteristiche proprie del capo militare, come il carisma, il senso del dovere, l’onore, la responsabilità. Il rischio è quello di ridurre il comandante a un gestore di risorse umane, come se comandare un battaglione fosse equivalente a dirigere una fabbrica.
Comandare richiede doti innate, ma anche un processo di formazione, esperienza e consolidamento professionale. Alcune competenze si possono acquisire; altre, come l’autorevolezza, devono emergere dalla personalità e dalla coerenza etica e morale. L’autorità formale non basta: va riconosciuta e accettata attraverso un sistema di valori condivisi. La capacità di comando è paragonabile al talento atletico: richiede una base naturale, su cui costruire attraverso l’allenamento.
Un comandante, a ogni livello, deve affrontare decisioni difficili, spesso in tempi ristretti e in condizioni di incertezza. L’esperienza storica dimostra che nessuna pianificazione resiste completamente al contatto con la realtà della battaglia. In questi casi, contano la preparazione, ma anche il coraggio e l’intuito. La solitudine del comando è reale: anche con il supporto di uno staff, la responsabilità ultima ricade sempre sul capo.
Tra le qualità non addestrabili che definiscono un grande comandante vi sono il coraggio, l’intuito tattico-operativo e, paradossalmente, la fortuna. Già Napoleone riconosceva l’importanza della buona sorte nella scelta dei suoi generali. Questi elementi fanno la differenza nei momenti in cui la teoria si scontra con l’imprevedibile.
Il concetto di leadership cambia a seconda del contesto. Comandare una nave non è lo stesso che guidare unità distribuite su ampi territori. Anche realtà come gruppi criminali esercitano forme di leadership, basate però su “valori” e “principi” completamente diversi. La leadership militare occidentale deve quindi essere contestualizzata, formata e ispirata a principi etici e istituzionali solidi.
Ogni epoca ha i suoi miti e le sue mode. Oggi, la leadership è spesso ridotta a formule di marketing e corsi online zeppi di neologismi. Eppure, quando si tratta di guerra, ciò che conta è ben altro: il comando non è un esercizio teorico, ma una responsabilità reale, che implica sacrificio, decisione e coraggio. Come disse ironicamente un ufficiale durante un simposio a Karlskrona: applicando certi principi moderni di leadership, gli eserciti occidentali non durerebbero più di una settimana.

