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Analisi
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Francia in rivolta: la crisi di Macron tra disordini, debito e rischio di contagio europeo

Gino Lanzara · · 8 min di lettura

La situazione francese, negli ultimi decenni, è stata per definizione cinetica; quel che interessa è il suo essere potenziale paradigma, ovvero un modello replicabile plasticamente e altrove, a prescindere da basi ideologiche diversamente declinabili a seconda delle realtà entro cui si innestano. Nelle banlieues i disordini nella loro periodicità hanno contemplato background migratori da considerare in simbiosi con realtà complesse caratterizzate da fratture interne ad una cittadinanza segnata da disoccupazione, abbandono scolastico e precarietà.

Di fatto il modello istituzionale francese si basa su un universalismo che rifiuta il riconoscimento di minoranze etniche o religiose e proibisce la raccolta di statistiche su base razziale; inevitabile giungere allo scontro politico tra radicalismi opposti, collegando le rivolte all’insuccesso delle politiche migratorie, alla perdita dell’autorità statale, a responsabilità sistemiche.

L’ultima protesta, innescata il 21 settembre scorso presso il liceo Saint Exupéry, in una banlieue parigina, dallo sciopero congiunto docenti-studenti contro la mancanza di personale e risorse, malgrado l’arrivo di docenti e fondi, è giunta ad estendere le fiammate delle rivendicazioni a livello nazionale. In questo ambito, le promesse del primo ministro Lecornu sono nate con lo stigma dell’impossibilità, destinate come sono a scontrarsi con la realtà del bilancio 2027 che prevede un piano di austerity foriero di tagli ammontanti a 54 miliardi di euro, necessari alla riduzione del deficit.

La contestazione francese è multidimensionale, tocca società, economia, politica: una tempesta perfetta che monta all’orizzonte delle elezioni presidenziali del prossimo aprile. Le manifestazioni altro non sono che l’ulteriore e definitivo tassello che si aggiunge al carovita, catalizzato dall’aumento dei costi energetici: it’all election fodder, in una società dove l’età anagrafica è elemento elettorale predittivo marcato, con la sinistra di Melenchon che raccoglie la quota più alta di consensi nella fascia 18-24 anni; la destra di Marine Le Pen nel blocco 35–59 dei lavoratori nel pieno della vita professionale e familiare; il centro di Édouard Philippe, ovvero la roccaforte dei pensionati over 65.

Attenzione all’elettorato cattolico, praticante e conservatore, trasformatosi negli ultimi 10 anni ed ora diviso su due correnti, quella di Édouard Philippe e quella di Marine Le Pen, in leggero vantaggio. Se Melenchon evoca la rabbia popolare, in Parlamento il governo deve temere la destra nazionale, con l’ascesa di proprio della Le Pen.

La crisi è dunque politica, poiché deflagra nel pieno della campagna elettorale, ma è anche sistemica perché snuda la debolezza di uno Stato indebitato e impossibilitato a garantire le abituali protezioni sociali; è una crisi emblematica di una congiuntura europea entro cui si agitano populismo estremista e fragilità governativa.

I disordini hanno fatto emergere una rete di responsabilità che colpisce schieramento parlamentare e vertici istituzionali, nessuno escluso: Presidenza della Repubblica e governo nel pieno del caos economico con carenze nell’intelligence preventiva a fronte di forme di strategie di conflittualità permanenti idonee a strumentalizzare la paura, con l’ulteriore crisi dei tradizionali canali di rappresentanza; partiti e sindacati, entro un sistema frammentato già in crisi dove le forze politiche utilizzano lo squilibrio dell’ordine pubblico come mezzo di scontro. È in questo contesto che va inserito il discorso presidenziale, in cui si ammonisce chi ha cercato di far cadere la Repubblica perché ne risponderà. L’appello è chiaro: a fronte di incontri tra governo, partiti, sindacati e rappresentanti studenteschi, o si sta dalla parte della Repubblica oppure si sta con i vandali.

In molti centri le proteste sono degenerate in conflitti e saccheggi di cui si sono poi avuti ritorni qualche giorno dopo sui siti specializzati nelle vendite dell’usato on line; a Limoges, il palazzo ottocentesco del comune è stato dato alle fiamme. Mentre il governo prometteva trasparenza sulle modalità con cui è stato gestito l’ordine pubblico, Lecornu attaccava France Insoumis. I prefetti saranno dunque autorizzati ad assumere tutte le decisioni necessarie per proteggere le città, fino a proibire alcune manifestazioni, mentre il presidente ha esortato tutte le forze politiche a condannare senza ambiguità le violenze e a collaborare per ritrovare una parvenza di calma indispensabile alle prossime elezioni, motivo per cui l’Eliseo ha respinto le dimissioni del ministro dell’Interno, Laurent Nuñez, unico politico (spendibile) al momento capace di soddisfare la necessità di un comando ininterrotto delle forze dell’ordine, e nella capacità di prevenzione e di raccolta di informazioni ponendo restrizioni alle manifestazioni.

Interessante sarà constatare se il presidente sarà uomo da discorsi da ora più buia cui però associare azioni concrete e volitive, riaffermando l’autorità dello Stato e superando il bipolarismo sì da mantenere compatto il centrismo moderato e garantendo, soprattutto all’estero, puissance d’équilibre. Le opposizioni hanno bocciato il discorso presidenziale da prospettive diametralmente opposte, acuendo lo scontro a sei mesi dalle consultazioni elettorali.

Mentre la destra imputa all’esecutivo il fallimento delle politiche securitarie, la sinistra radicale contrattacca facendo sue le istanze sociali scatenanti; mentre la destra storica critica la scarsa capacità di intelligence, i sindacati sintetizzano dichiarando che Macron non ha capito nulla di ciò che accade nel Paese. Inevitabile l’immediato irrigidimento dei fronti, con il governo che della difesa istituzionale fa la sua bandiera elettorale, mentre le opposizioni adoperano gli scontri per contestare la legittimità della presidenza.

Dal punto di vista economico finanziario, le proposte di ambedue gli schieramenti di opposizione suscitano più di una perplessità; se le ideologie consentono rari pilastri della terra, la realtà della tecnica, refrattaria a qualsiasi colore politico, li abbatte senza alcuna chance prospettando solo il rischio fondato della capitolazione finanziaria in stile anglo-ellenico 2015-2022 e l’impossibilità di evitare la forca caudina dell’UE a meno che non si giunga ad una Frexit potenzialmente disastrosa.

L’unica via d’uscita, al netto di bacchette magiche, sta nel mantenere la crescita reale della spesa al di sotto della crescita del PIL per almeno 5 – 7 anni, razionalizzando la burocrazia. Anche qui il rischio può diventare paradigmatico, visto che l’appartenenza all’area euro crea le condizioni per una crisi esplosiva del debito ripercorrendo, in peggio, le traiettorie di Grecia, Portogallo, Spagna e Italia tra il 2009 e il 2012. Visto che Parigi si sta allontanando dalla responsabilità di bilancio, un suo salvataggio incontrerebbe prima l’opposizione dei Paesi creditori, e poi quella dei reprobi, condannati a loro tempo ad un’austerità draconiana, una cura tale da uccidere il malato.

Attenzione, dunque ad un principio che, vista la situazione, si presta ad una doppia interpretazione. Se la Francia è troppo grande per fallire, potrebbe esserlo anche per essere salvata: la crisi francese è una minaccia alla torpida coscienza geopolitica della UE, messa a rischio dal populismo, a prescindere da quale versante arrivi, un insperato, imprevedibile suicidio corredato dal ringraziamento di Russia, Cina e USA, attori politici appassionati di frammentazioni tali da trascinare l’Occidente verso lo scarico di un acquaio senza fondo mentre si continua a combattere ai confini orientali d’Europa. E qui, tanto per rincarare la dose, tornano di scena anche i gilets jaunes, che si propongono barricaderamente per il coordinamento delle puntate a venire della protesta.

Intanto il primo ministro Lecornu, che si è detto disponibile alla proclamazione dello stato di emergenza laddove necessario, ha annunciato di aver chiesto ai prefetti di disporre una serie di coprifuoco, misure parziali e localizzate, con l’obiettivo di proteggere gli esercizi commerciali, come a Lille, un provvedimento esteso anche alle città di Douai, Wattignies e Denain, nel nord. Il coprifuoco parigino interesserà Place de la Republique e le vie circostanti Les Halles. Il quadro è comunque composito e spazia, stando alle principali testate nazionali, dal rischio della deriva insurrezionale al malessere sociale fino alla crisi di legittimità del potere esecutivo.

La Francia può dirsi prigioniera di una sua forma propria di immobilismo e di una spesa inefficiente; non si tratterebbe dunque di incidenti di percorso attribuibili solo a Macron, ma di problemi quanto meno quarantennali: di fatto, più che il populismo ora potrebbero prevalere panne istituzionali con la possibile vittoria elettorale da parte di un leader radicale, probabilmente Marine Le Pen, politicamente più quadrata di Bardella e, soprattutto, verosimilmente non più obiettivo di plurigeneralizzate coalizioni avverse, unite su quello e parcellizzate sul resto. Da vedere, tuttavia come interverrà sulle dinamiche parlamentari la frammentazione politica in tre blocchi, potenziale generatrice di costanti crisi di governabilità.

Macron si sta avviando verso un Sunset Boulevard particolarmente malinconico, con un Paese diviso, indebitato e globalmente debole, ammaliato da populismi e demagogie che promettono soluzioni di una facilità impossibile, e un ceto moderato depotenziato e non più in grado di attuare alcuna riforma, se non prendere atto sia dell’erosione del fronte repubblicano sia della polarizzazione indotta dai moti dell’ultimo fine settimana. Che alle elezioni gli ultimi eventi eserciteranno un peso è evidente, specie se l’agenda continuerà ad essere dominata dalle violenze urbane e dai saccheggi, favorendo la destra identitaria; se prevarrà il tema economico, la sinistra potrà ampliare la propria forchetta di consensi.

Attenzione però: se il blocco centrista non troverà un candidato accettabile, e se la sinistra rimarrà lacerata tra massimalismo e riformismo, al ballottaggio Marine Le Pen non potrà che partire da una posizione di vantaggio. Da ricordare in proposito Charles Péguy che, Sulla degenerazione dei partiti, affermava che ogni partito vive della sua mistica e muore della sua politica. In fondo più che attuale.

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