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Storia

Quando l’Italia si fece rispettare dagli Stati Uniti… con un incrociatore!

Andrea Cucco · · 4 min di lettura

Nel marzo del 1891, a New Orleans, si consumò una delle pagine più oscure nella storia degli Stati Uniti: undici immigrati italiani furono linciati da una folla inferocita che fece irruzione nella prigione locale dopo che la giustizia aveva assolto o non perseguito formalmente i detenuti per insufficienza di prove.

Gli uomini erano stati accusati dell’assassinio del capo della polizia David Hennessy, in un clima di pregiudizio etnico, xenofobia e odio razziale che permeava l’opinione pubblica americana dell’epoca.

Nessuno degli autori del massacro fu mai condannato, mentre la stampa americana e la stessa amministrazione locale giustificarono l’episodio come una sorta di “atto di giustizia popolare”.

La reazione italiana fu immediata e durissima. L’ambasciatore del Regno d’Italia a Washington, Francesco Saverio Fava, fu richiamato a Roma, mentre il governo del marchese di Rudinì inviò una nota formale di protesta e pretese scuse, indagini e risarcimenti.

La risposta del presidente Benjamin Harrison fu ambigua: condannò moralmente i fatti, ma dichiarò che la giustizia spettava ai singoli Stati e che il governo federale non aveva il potere di intervenire direttamente. Una posizione comoda, ma inaccettabile per l’Italia, che si vide di fatto negare tutela per i propri cittadini massacrati in tempo di pace.

Fu in quel momento che l’Italia affiancò alla diplomazia una silenziosa ma eloquente dimostrazione di forza. Un incrociatore della Regia Marina, verosimilmente il Giovanni Bausan (foto) o una delle unità simili di stanza a Cuba o nelle Antille, fu spostata in prossimità delle acque statunitensi.

Non si trattò di una minaccia esplicita, né di un’azione bellica, ma di un gesto calcolato: mostrare che il Regno d’Italia era perfettamente in grado di proiettare potenza navale fino alle coste degli Stati Uniti, in tempi rapidi e senza ostacoli.

La presenza della nave fu recepita dalla stampa americana come un segnale politico forte, al punto che si parlò apertamente di pressione navale italiana e di diplomazia delle cannoniere.

All’epoca, il confronto tra le due marine non lasciava dubbi. La Regia Marina italiana era considerata una delle più avanzate e moderne al mondo, seconda solo a quelle britannica e francese. L’Italia aveva investito in corazzate, incrociatori, unità leggere e una dottrina operativa solida, con personale ben addestrato. Gli Stati Uniti, invece, erano ancora in piena fase di ricostruzione postbellica: la loro marina era formata in gran parte da navi obsolete, in parte a vela, e solo recentemente era stata varata la prima squadra navale moderna. Le vere corazzate americane sarebbero entrate in servizio solo a metà degli anni ’90.

In un eventuale scontro navale limitato, l’Italia avrebbe avuto la superiorità tattica e avrebbe potuto colpire infrastrutture costiere o navali statunitensi con impunità. Questo sbilanciamento strategico contribuì ad aumentare la pressione su Washington.

L’effetto fu immediato. Gli Stati Uniti, pur mantenendo la linea giuridica della non ingerenza federale, decisero di chiudere la crisi accettando di versare, nel 1892, un risarcimento alle famiglie delle vittime italiane. Fu una concessione politica, non un’ammissione di colpa, ma sufficiente per permettere all’Italia di salvare la faccia e al governo americano di disinnescare un’escalation imbarazzante. Le relazioni diplomatiche vennero ripristinate e l’ambasciatore Fava tornò a Washington. Lincrociatore, nel frattempo, si allontanò silenziosamente dalle coste americane.

Paradossalmente, la lezione fu recepita più dagli Stati Uniti che dall’Italia. Washington comprese la propria vulnerabilità navale e accelerò il programma di costruzione di una vera marina da guerra. La guerra ispano-americana del 1898 e la creazione della Great White Fleet furono dirette conseguenze di quel momento di debolezza, che aveva mostrato quanto la superiorità economica non bastasse a garantire il rispetto sul piano internazionale. Per l’Italia, invece, fu una delle rare occasioni in cui la giovane monarchia unitaria seppe usare in modo efficace la forza militare come leva diplomatica.

Una pagina dimenticata, ma emblematica, di come il tricolore, in un’epoca in cui i diritti degli italiani emigrati contavano poco, poté imporsi anche a migliaia di chilometri da casa, parlando un linguaggio universale: quello delle navi da guerra.

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