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Mondo militare

Tecnologia contro realtà: la guerra che non vogliamo vedere

Filippo Del Monte Filippo Del Monte · · 4 min di lettura

L’incontro tra la teoria militare della revolution in military affairs e quella storiografica della “rivoluzione militare”, ha portato il fattore tecnologico al centro delle riflessioni e delle analisi sull’evoluzione degli eserciti e delle guerre.

Il primato della tecnologia e la spinta faustiana al raggiungimento del vantaggio assoluto – sia in termini di deterrenza che sul campo di battaglia – sul nemico grazie all’impiego di sistemi d’arma più avanzati, sono due degli elementi centrali nella moderna riflessione militare occidentale.

Il professor Nicola Zotti qualche anno fa scrisse che “la tecnologia significa troppo per noi, siamo abituati ad attribuirle così tanto valore, forza e capacità risolutiva” da determinarne il primato anche sulle questioni militari ma che essa, di fatto, altro non era che una “infinita illusione” sulla capacità di governare l’imprevedibilità della e nella guerra.

Questo perché “persino quando una tecnologia militare è disponibile in abbondanza, impiegata da unità appositamente addestrate e assistita dalla dottrina più coerente con essa, non abbiamo garanzie di successo”. A determinare lo svolgersi degli eventi sono, infatti, “la caotica imprevedibilità degli avvenimenti, la capacità reattiva del nemico e l’ineliminabile tributo da pagare all’attrito”, che possono cancellare qualsiasi vantaggio tecnologico, anche in un periodo molto breve.

Un teorico militare del calibro di George Francis Robert Henderson scrisse, a proposito della Guerra civile americana, che l’attrito e lo stallo tattico non erano stati determinati dall’impiego massiccio delle più nuove tecnologie disponibili (come, al contrario, sostengono molti dei teorici odierni della “dronizzazione” nella Guerra d’Ucraina) ma dalle deficienze di organizzazione e leadership causate dal problema organico e di inquadramento degli eserciti di massa di coscritti una volta esauritesi le risorse degli eserciti professionali.

Confrontandosi con il pensiero di Henderson, Marco Mostarda ha scritto che “come già accaduto alle forze ucraine e russe a partire dal 2022, i professionisti del tempo di pace sosterranno il peso dei primi 9-10 mesi di operazioni; i resti, dissanguati, dovranno quindi dissolversi nel più ampio serbatoio fornito da un qualche sistema di coscrizione, conferendo a questa massa un inquadramento purchessia”. Il problema organico emerge in modo chiaro, abbattendo il muro d’illusioni che il “primato della tecnologia” ha costruito attorno alla reale questione della costruzione di una deterrenza occidentale credibile.

Nonostante la diffusione radicale e radicata delle nuove tecnologie, il soldato in trincea non può ancora essere sostituito da un drone e il deficit organico – che è il problema di una guerra convenzionale ad alta intensità, che sempre assume la forma della Materialschlacht, dove l’uomo è esso stesso “materiale di consumo” – non può essere ripianato con l’impiego massiccio di armi e sistemi considerate “game changer” come, ad esempio, quelli unmanned.

Da qui, risulta essere evidente che il problema organico è importante tanto quanto di quello sull’avanzamento tecnologico dello strumento militare nel suo complesso. Tanto più che a dover risolvere l’intricata matassa sono forze armate che hanno combattuto per un ventennio small wars lontane concettualmente dalla guerra ad alta intensità che si combatte in Ucraina.

Ecco perché, alla luce dei recenti sviluppi, affrontare anche il discorso legato al “fattore uomo” delle forze armate del vecchio continente si è reso necessario ed urgente. Quello organico è, infatti, un problema all’ordine del giorno, in particolare nei Paesi dell’Europa occidentale, specie in una fase in cui la visione economico-produttivistica che anima il piano ReArm Europe potrebbe “falsare” l’interpretazione dei problemi reali.

La guerra convenzionale d’Ucraina ha mostrato quanto ancora conti la capability degli eserciti, elemento che in Europa si pensava superato e che ha spinto numerosi Paesi – compresa l’Italia – a sospendere o abolire la leva obbligatoria.

Non che il ritorno alla leva – di cui, ad esempio in Germania, comunque, si parla – possa costituire la risposta naturale a questa fase emergenziale; ma la questione è molto più profonda e impone di accelerare i progetti in campo per la costituzione di forze di riserva che siano prontamente mobilitabili in caso di necessità.

L’impatto delle nuove tecnologie sui campi di battaglia ucraini e mediorientali, con la conseguente espansione del loro impiego, affiancato a tattiche e strategie militari “classiche”, sono fattori che contribuiscono ad accelerare i progetti per una riforma dello strumento militare nazionale che incida anche su conoscenze e prontezza del personale, non solo in servizio permanente, ma anche in riserva.

Per fare l’esempio dell’Italia, ad oggi, le Forze di Completamento, per come strutturate, non possono garantire quel bacino organico necessario ad affrontare emergenze che precedano la guerra ad alta intensità. Ecco perché anche la riforma incompleta sulla Riserva Ausiliaria dello Stato – invero nata già “zoppa” – deve essere superata in favore di uno strumento modulare.

Foto: X (ministry of Defense of Ukraine)

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