Il 28 aprile 1952 terminò formalmente l’occupazione alleata del Giappone con l’entrata in vigore del Trattato di pace di San Francisco (sottoscritto l’8 settembre 1951). Tokyo riacquistò la propria sovranità dopo sette anni di controllo guidato dagli Stati Uniti.
Fu però una sovranità diversa da quella dell’impero sconfitto nel 1945. Il Giappone usciva dalla guerra con una nuova Costituzione, un sistema democratico parlamentare e l’articolo 9, che sanciva la rinuncia alla guerra come strumento della politica nazionale.
La fine dell’occupazione non significò tuttavia la fine dell’influenza americana. Al contrario, la trasformò. Gli Stati Uniti passarono dal controllo diretto all’alleanza strategica. Il Trattato di mutua cooperazione e sicurezza tra Stati Uniti d’America e Giappone, poi rinnovato nel 1960, permise la permanenza di basi U.S. sul territorio giapponese e fece del Giappone uno dei pilastri della presenza americana in Asia.
Da quel momento nacque il “paradosso giapponese”: un Paese pacifista nella forma, ma centrale nell’architettura militare dell’Indo-Pacifico.
Per decenni Tokyo poté concentrarsi sulla crescita economica, affidando gran parte della propria sicurezza all’ombrello statunitense.
Oggi quell’eredità è tornata centrale. La pressione cinese, la minaccia nordcoreana, la questione di Taiwan e il ritorno della competizione tra grandi potenze stanno spingendo il Giappone a rafforzare le proprie capacità di difesa. Tokyo non rinnega il pacifismo del dopoguerra, ma lo interpreta in modo sempre più operativo.
Il 28 aprile 1952, dunque, non fu solo la fine di un’occupazione. Fu l’inizio di un’altra sovranità condizionata dall’alleanza con gli Stati Uniti.

