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Editoriale

Venerdì 17: il delirio monumentale di Trump e il regalo potenziale per un’Italia adulta

Tra crisi globali, vanità presidenziale e alleanze fragili, il progetto simbolico di Trump può diventare per l’Italia un’occasione di maturazione strategica.

Andrea Cucco Andrea Cucco · · 4 min di lettura

In un venerdì 17 che già di suo inviterebbe alla prudenza – e magari a qualche scongiuro – arriva invece l’ennesimo segnale di una stagione politica che sembra voler sostituire il senso della misura con l’estetica della potenza.

Mentre il mondo scivola lungo faglie sempre più pericolose, tra guerre aperte, escalation potenziali e crisi che potrebbero sfuggire di mano in qualsiasi momento, il presidente Donald Trump ha pensato bene di celebrare l’approvazione del concept di quello che, nelle sue parole, dovrebbe diventare il “più grande” e il “più bello” arco di trionfo del mondo, nell’area di Washington D.C.

Il contrasto è quasi grottesco. Da una parte uno scenario internazionale in cui la responsabilità di chi guida la maggiore potenza occidentale dovrebbe tradursi in lucidità, sobrietà, capacità di deterrenza e di governo delle crisi. Dall’altra, il richiamo plastico a un immaginario imperiale, monumentale, celebrativo, da potenza che non vuole semplicemente essere forte, ma adorare la propria forza e scolpirla nel marmo.

Non è solo una questione architettonica, né un dettaglio folcloristico. I simboli contano, soprattutto quando vengono evocati da chi dovrebbe avere piena consapevolezza del momento storico. Un arco di trionfo richiama vittorie, dominio, autocelebrazione, centralità assoluta del capo e della nazione come teatro della propria rappresentazione. È il contrario della gravitas che ci si attenderebbe mentre il pianeta attraversa una fase in cui basterebbe un errore di calcolo, una provocazione di troppo o una crisi mal gestita per precipitare verso qualcosa di ben peggiore.

La sensazione è che, più che guidare gli eventi, certa leadership li trasformi in sfondo scenografico per il proprio ego. E allora il monumento non appare come un’iniziativa urbanistica, ma come un sintomo. Il sintomo di un potere che sente il bisogno di monumentalizzarsi mentre il mondo brucia. Il sintomo di una presidenza che confonde la storia con la propria immagine riflessa. Il sintomo, soprattutto, di un’America che rischia di smarrire il confine tra autorevolezza e caricatura imperiale.

Per gli europei – e per gli italiani in particolare – il punto non è irridere un progetto discutibile. Il punto è prenderne atto per ciò che rivela: un alleato che, almeno sul piano politico, continua a mandare segnali di ripiegamento, unilateralismo, ricatto emotivo e progressiva estraneità rispetto alla logica delle alleanze così come le abbiamo conosciute nel secondo dopoguerra.

E allora vale la pena dirlo con franchezza. Se davvero oggi l’Italia “non c’è stata” per lui, e se da questo dovesse derivare la minaccia più o meno esplicita che domani gli Stati Uniti “non ci saranno” per l’Italia, ce ne faremo una ragione.

Ce ne faremo una ragione perché un’alleanza non può essere ridotta al capriccio di un uomo, alla suscettibilità di un leader o alla contabilità rancorosa della fedeltà personale. Ce ne faremo una ragione perché la dignità di un Paese serio non consiste nel mendicare protezione, ma nel costruire sovranità, credibilità, capacità e visione. Ce ne faremo una ragione perché da troppo tempo l’Europa, e con essa l’Italia, rimanda la domanda fondamentale: quanto ancora intendiamo restare psicologicamente subordinate all’assetto nato dalla sconfitta del secolo scorso?

Forse il paradosso è proprio questo. Nella sua brutalità politica, Trump sta facendo all’Europa un favore che molti europei non hanno avuto il coraggio di farsi da soli: ricordarci che la dipendenza strategica è una gabbia, anche quando è comoda; che la protezione eterna non esiste; che nessuna nazione adulta può fondare il proprio futuro sulla benevolenza variabile di un altro elettorato e di un altro presidente.

Grazie a Trump saremo presto ‘liberi’? Sarebbe prematuro dirlo. Ma di certo, grazie a Trump, diventa ogni giorno più difficile continuare a fingere che il problema non esista. Come accade a ogni condizione servile protratta nel tempo, il primo scoglio non è l’emancipazione materiale, ma la comprensione stessa della libertà.

Per il popolo degli Stati Uniti, per la sua parte migliore, per i suoi cittadini, per chi crede davvero in amicizia, libertà, democrazia e rispetto reciproco, l’Italia ci sarà sempre. Per tiranni, ducetti o under-dux, invece, no.

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