L’Europa ha cominciato a misurare la propria prontezza militare. Il 28 settembre i ministri della Difesa dell’Unione, riuniti nel Comitato direttivo dell’Agenzia europea per la difesa (EDA), hanno accolto il primo Rapporto annuale sulla prontezza della difesa, redatto dall’Agenzia con il contributo della Commissione europea e del Servizio europeo per l’azione esterna, compreso lo Stato maggiore dell’Unione. Il meccanismo era previsto dalla Roadmap sulla prontezza 2030, che ha fissato l’obiettivo di colmare entro la fine del decennio le principali lacune capacitive europee. Il documento è riservato all’uso governativo e non sarà pubblicato, ma sarà al centro del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre.
Dalle informazioni rese note emerge un quadro che si può riassumere in un paradosso: l’Europa non ha mai speso tanto per la difesa dalla fine della Guerra fredda, eppure non è ancora pronta.
Una spesa senza precedenti
I numeri sono impressionanti. Nel 2025 la spesa per la difesa dei ventisette Stati membri ha raggiunto 418 miliardi di euro, pari al 2,2% del PIL dell’Unione: il livello più alto degli ultimi trent’anni, con un aumento del 20% rispetto all’anno precedente. Le proiezioni indicano 454 miliardi nel 2026 e fino a 547 miliardi nel 2029. Ventitré Stati membri su ventisette hanno speso almeno il 2% del PIL, la soglia storica dell’Alleanza atlantica, e gli acquisti di equipaggiamenti hanno toccato da soli 115 miliardi in un anno. Dopo decenni di dividendi della pace, il riarmo europeo è una realtà contabile.
Il paradosso della prontezza
Ma la prontezza non si compra con un bonifico. Presentando il rapporto, l’alto rappresentante Kaja Kallas ha riconosciuto che gli investimenti sono cresciuti ma che restano lacune capacitive significative, e che l’Europa deve riarmarsi più rapidamente e in modo più efficace. Il denaro stanziato oggi diventa capacità operativa domani, e spesso dopodomani: occorrono anni per costruire linee produttive, addestrare personale, integrare sistemi complessi. La catena di approvvigionamento europea fatica a stare al passo, e i colli di bottiglia su munizioni, difesa aerea e componenti critici sono noti.
C’è poi un problema più profondo, che i dati dell’EDA mettono in luce con chiarezza: la spesa continua a privilegiare le lacune materiali più urgenti rispetto alla costruzione di capacità strutturali. Gli Stati comprano ciò che serve subito, spesso sul mercato extraeuropeo e spesso ciascuno per conto proprio, mentre la ricerca e sviluppo resta ferma al 4% della spesa complessiva. La frammentazione della domanda alimenta quella dell’offerta: ventisette mercati nazionali, decine di sistemi diversi per la stessa funzione, scarsa interoperabilità. Il risultato è che l’Europa spende quasi quanto una grande potenza, ma non ne esprime la forza.
Due binari che devono correre insieme
È qui che entra in gioco l’altra notizia della stessa giornata. Il 28 settembre il Consiglio ha approvato anche i primi cinque Progetti europei di difesa di interesse comune (EDPCI), introdotti dal Programma per l’industria europea della difesa. La coincidenza aiuta a capire il rapporto tra riarmo nazionale e difesa comune, che troppo spesso vengono presentati come alternative. Non lo sono: sono due binari che devono correre paralleli, e che da soli non portano da nessuna parte.
Il riarmo dei singoli Stati è indispensabile. Sono i bilanci nazionali a pagare i soldati, a ricostituire le scorte, a mantenere in efficienza le forze e a colmare le lacune immediate. Nessun progetto europeo può sostituire questo sforzo. Ma il riarmo nazionale, lasciato a se stesso, riproduce la frammentazione, moltiplica i doppioni e lascia scoperte proprio le capacità che nessuno Stato è in grado di costruire da solo: i satelliti di allerta precoce, la difesa missilistica integrata, il controllo dei fondali, la produzione di massa dei droni. Sono gli abilitanti strategici che finora gli europei hanno delegato agli Stati Uniti.
I progetti comuni, a loro volta, senza il riarmo nazionale sarebbero gusci vuoti. Il finanziamento europeo diretto destinato agli EDPCI è di appena 325 milioni di euro, a fronte di un’ambizione complessiva stimata dal commissario Kubilius in circa 190 miliardi entro il 2036. Il resto dovrà venire dai bilanci nazionali. La funzione dei progetti comuni è dunque quella di dare una direzione alla spesa nazionale: far convergere una parte dei 418 miliardi su obiettivi condivisi, acquisti congiunti e standard comuni, trasformando ventisette sforzi paralleli in una capacità europea. Il riarmo nazionale fornisce la massa; i progetti comuni la orientano verso un disegno.
I cinque mattoni
I cinque progetti corrispondono alle lacune che la guerra in Ucraina ha reso evidenti. DECODER, il più partecipato con ventisei Stati membri, Norvegia e Ucraina, punta a sviluppare e produrre su larga scala droni e sistemi per contrastarli, perché la difesa con missili costosi contro droni economici è insostenibile. IMSD riunisce diciassette Paesi per difendere il dominio marittimo e i fondali, dove passano i cavi e le condotte da cui dipendono comunicazioni ed energia. SPACE, con sedici Paesi, riguarda l’allerta precoce dallo spazio, le comunicazioni satellitari sicure, l’intelligence e la navigazione resistente al disturbo elettronico. EU-FIAMD, anch’esso con sedici Paesi, mira a federare le difese aeree e missilistiche nazionali in un’architettura comune. Eastern Flank Watch, il più costoso, rafforza la deterrenza lungo il confine orientale dal Baltico al Mar Nero. L’Italia partecipa a tutti tranne l’ultimo.
Non è un caso che il rapporto dell’EDA registri i progressi più significativi proprio nei droni e nel dominio marittimo: sono gli ambiti in cui la cooperazione era già più avanzata, e sono anche quelli in cui gli EDPCI hanno raccolto le coalizioni più ampie. È la conferma che dove la domanda si aggrega, la capacità cresce più in fretta.
Duplicazione o ridondanza
L’obiettivo di questo doppio sforzo è politico prima che militare: l’autonomia strategica. Ed è proprio su questo punto che il dibattito europeo resta ambiguo. Lo ha mostrato di recente un confronto nella sottocommissione Sicurezza e difesa del Parlamento europeo con il generale Alexus Grynkewich, comandante supremo alleato in Europa. All’europarlamentare Lucia Annunziata, che gli chiedeva quale spazio resti all’Unione per costruire una propria capacità di difesa se la forza militare resta soprattutto nell’Alleanza, il generale ha risposto, secondo il resoconto della stessa Annunziata, che non avrebbe senso duplicare in pochi anni ciò che la NATO ha costruito in decenni, e che l’Europa deve piuttosto rafforzare l’esistente e coordinarsi con l’Alleanza. Annunziata ha concluso che su questo va chiarito il punto politico. Ha ragione.
La risposta del generale è comprensibile dal punto di vista di chi guida l’Alleanza, ma confonde due concetti diversi: duplicazione e ridondanza. Duplicare strutture di comando, catene decisionali e quartier generali sarebbe uno spreco, e nessuno lo propone seriamente. Dotarsi di abilitanti strategici propri è un’altra cosa. L’allerta precoce dallo spazio, l’intelligence satellitare, la difesa aerea e missilistica integrata, il controllo dei fondali sono oggi, all’interno dell’Alleanza, capacità quasi esclusivamente americane. In qualsiasi sistema critico la ridondanza non è un costo superfluo ma una garanzia di resilienza: vale per le reti elettriche e per i centri di calcolo, e vale a maggior ragione per la difesa. Un’Alleanza in cui un solo membro controlla gli occhi e le orecchie di tutti è più vulnerabile, non più forte, perché resta esposta alle oscillazioni politiche di una sola capitale. Lo si è visto nel marzo 2025, quando una decisione presa alla Casa Bianca sospese per alcuni giorni la condivisione di intelligence con l’Ucraina.
C’è poi una contraddizione da sciogliere. Washington chiede da anni agli europei di farsi carico di una quota maggiore della propria sicurezza. Ma non si può chiedere all’Europa di assumersi più responsabilità e, nello stesso tempo, di non sviluppare le capacità necessarie per esercitarle.
Il punto politico
Il punto politico da esplicitare è dunque questo: l’Unione deve dichiarare con chiarezza di voler essere il pilastro europeo della NATO, parte fondamentale dell’Alleanza e insieme capace di autonomia strategica. Non un’alternativa all’Alleanza né un suo doppione, ma un alleato in grado di provvedere a una parte assai più ampia della propria sicurezza e di agire anche quando Washington guarda altrove o pone condizioni. I cinque progetti approvati il 28 settembre vanno in questa direzione, perché riguardano proprio quegli abilitanti, a partire dallo spazio e dalla difesa aerea, e sono costruiti in coerenza con gli obiettivi capacitivi dell’Alleanza. Ogni capacità costruita in comune dagli europei è una capacità in più per la NATO e una dipendenza in meno per l’Europa.
La forza al servizio della pace
In un mondo nel quale le relazioni internazionali degenerano in forme sempre più conflittuali, l’Europa può svolgere una funzione diplomatica reale soltanto se è credibile. Una diplomazia priva di capacità di deterrenza viene ascoltata con cortesia e ignorata nei fatti. La vocazione dell’Europa resta quella di una potenza civile, promotrice di pace, sicurezza e stabilità; ma per esercitarla deve poter difendere se stessa e i propri interessi. La forza militare non è il fine della politica estera europea: è la condizione che le permette di sedersi al tavolo dove si decide la pace, invece di subirne gli esiti.
Il Consiglio europeo di metà ottobre dirà se i leader hanno colto la lezione del rapporto. I soldi ci sono, la direzione comincia a esserci. Manca ancora la volontà di trasformare la somma delle difese nazionali in una difesa europea. È lì che si misura la differenza tra un continente che si riarma e un’Unione che diventa un soggetto politico.

