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Mondo militare
Opinione

Bluff USA nello “sminamento” dello Stretto di Hormuz?

Due Arleigh Burke vengono presentati come protagonisti dello “sminamento” di Hormuz, ma il messaggio americano sembra soprattutto una copertura narrativa pre-attacco.

Andrea Cucco Andrea Cucco · · 3 min di lettura
MBDA Stratus

Un comunicato odierno del Pentagono parla di inizio di operazioni di “sminamento” nello Stretto di Hormuz. C’è un problema: i due cacciatorpediniere – USS Frank E. Peterson (foto) e USS Michael Murphy – citati come protagonisti della missione non sono unità pensate per la bonifica mine vera e propria. Il testo aggiunge che “nei prossimi giorni” si uniranno anche droni subacquei: segno che la capacità specialistica non è quella oggi indicata, ma semmai quella che si promette di integrare dopo.

Il punto è politico e militare insieme. In ambito NATO, la guerra di mine è da sempre una funzione specialistica affidata a gruppi dedicati, come gli Standing NATO Mine Countermeasures Groups, non il marchio di fabbrica della potenza navale americana in senso stretto. La stessa U.S. Navy distingue infatti chiaramente tra destroyer Arleigh Burke e navi MCM Avenger, progettate invece proprio per “finding, classifying and destroying” mine.

Lo “sminamento” annunciato oggi somiglia molto più a un racconto di copertura che una bonifica reale già in atto.

Quando una superpotenza si ritrova a combattere sola, dopo essersi inimicata larga parte dell’Alleanza che detiene la capacità specialistica che servirebbe, il bluff diventa quasi obbligato?

Il quadro sembra confermare quanto preventivato da Difesa Online già il 30 marzo, nell’articolo Operation Epic Fury: quando scatterà l’ora X per l’operazione terrestre?, e ripreso poi il 9 aprile con l’analisi sulla “tregua” come possibile conto alla rovescia già avviato. In quell’analisi si indicava infatti una finestra plausibile tra la seconda e la terza settimana di aprile, con particolare attenzione ai giorni attorno al 17 aprile, come momento più favorevole per un possibile salto di qualità operativo.

Lo “sminamento” annunciato oggi si inserisce perfettamente in quella logica: non come segnale di de-escalation, ma come possibile “copertura narrativa” e preparatoria in vista del passo successivo.

Il problema è dunque che la superpotenza americana appare oggi meno solida di quanto voglia far credere. L’operazione Epic Fury, al netto della superiorità distruttiva esercitata contro l’Iran, non ha restituito l’immagine di una macchina bellica onnipotente e priva di attrito. Difesa Online ha già documentato come l’abbattimento di un F-15E, la perdita di un A-10 durante la copertura CSAR, i danni subiti da elicotteri di soccorso e la massa di assetti necessari per recuperare un solo WSO abbiano messo in luce costi, vulnerabilità e impronta logistica tutt’altro che trascurabili.

Ecco allora il senso del comunicato odierno: non descrivere una bonifica mine compiuta, ma costruire il quadro psicologico e mediatico utile al passo successivo. Non una dimostrazione di forza tranquilla, ma il sintomo di un isolamento crescente e di difficoltà che non sono più solo politiche, bensì anche militari. Finora Washington ha colpito duramente l’Iran, ma ha anche spaccato l’Occidente senza ancora dimostrare di poter chiudere davvero la partita.

In questo quadro, il bluff dello “sminamento” non rassicura: inquieta. Perché suggerisce che la Casa Bianca stia preparando la giustificazione del prossimo passaggio…

Quando una leadership arriva a coprire con la propaganda ciò che non riesce ancora a garantire sul piano operativo, resta solo da chiedersi se a Donald Trump – vista la cronaca – non rimanga ormai che prendersela con il Santo Padre per nascondere i propri errori e… perseveranze.

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