La sera del 1° aprile, dal podio della Casa Bianca, il presidente Trump dichiarava in diretta nazionale che le difese aeree iraniane erano state completamente annientate e che i sistemi radar della Repubblica Islamica risultavano distrutti al cento per cento. Quarantotto ore dopo, un F-15E Strike Eagle del 494th Expeditionary Fighter Squadron, unità d’élite del 48th Fighter Wing di stanza a RAF Lakenheath, precipitava nel cuore dell’Iran centro-meridionale, nella provincia di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, colpito da quella che Teheran ha definito una “nuova samamanea di difesa avanzata”. Un secondo velivolo, un A-10 Thunderbolt II, veniva abbattuto quasi simultaneamente nei pressi dello Stretto di Hormuz, con il pilota costretto all’eiezione prima dello schianto nel Golfo Persico. Due elicotteri Black Hawk impegnati nelle operazioni di ricerca e soccorso venivano a loro volta colpiti dal fuoco iraniano, riuscendo a rientrare alla base con gli equipaggi feriti. La televisione di Stato iraniana, nel frattempo, esortava i civili a sparare contro qualsiasi aeromobile americano avvistato in volo e il governatore della provincia offriva una taglia di 10 miliardi di toman, circa 60.000 dollari, per la cattura dei piloti statunitensi.
Il deputato democratico Seth Moulton, veterano dei Marines e membro della Commissione Difesa della Camera, non ha usato giri di parole: “Il comandante in capo non sa di cosa sta parlando. Queste dichiarazioni mettono le nostre truppe a rischio gravissimo.” La contraddizione tra la retorica presidenziale e la realtà operativa non potrebbe essere più stridente, e al centro di questa frattura si colloca un sistema d’arma che costa una frazione infinitesimale degli aerei che sta abbattendo.
Majid: anatomia di un sistema che non esiste (per i radar)
Ciclo di ingaggio: SAM Radar vs Majid AD-08
Clicca su ogni fase per i dettagli tecnici
Il protagonista di questa rivoluzione dottrinale si chiama Majid, designazione tecnica AD-08, dal nome del “difensore dei santuari” Majid Ghorbankhani. Si tratta di un sistema di difesa aerea a corto raggio e bassa quota, sviluppato dall’Organizzazione dell’Industria della Difesa delle Forze Armate iraniane e presentato per la prima volta durante le esercitazioni “Difensori del Cielo di Velayat 1400” nell’aprile del 2021. Il sistema si compone di quattro elementi fondamentali: un apparato elettro-ottico per l’identificazione e il tracciamento del bersaglio, un sistema di comando e controllo del fuoco, un lanciatore quadruplo montato su un autocarro leggero 4×4 e i missili AD-08 a guida infrarossa con seeker a immagine termica.
Le specifiche tecniche, nella loro apparente modestia, raccontano una storia di astuzia ingegneristica: raggio d’ingaggio compreso tra 700 metri e 8 chilometri, quota massima di 6 chilometri, missile dal calibro di 156 millimetri, lungo 2.670 millimetri e pesante 75 chilogrammi, propulso da un motore a propellente solido. Non è un sistema pensato per la difesa d’area, bensì per la difesa di punto, per l’imboscata aerea, per il colpo singolo che cambia il corso di una giornata operativa. Ma la caratteristica che lo rende davvero rivoluzionario è un’altra: il Majid è un sistema interamente passivo. Non emette alcun segnale radar, non produce alcuna firma elettromagnetica, non esiste nell’universo sensoriale dei caccia che è progettato per colpire.
Il bersaglio viene acquisito attraverso sensori IRST, acronimo di Infrared Search and Track, che scansionano silenziosamente l’ambiente alla ricerca delle firme termiche generate dagli scarichi dei motori a reazione. Una volta agganciato il bersaglio, il missile viene lanciato con un seeker a immagine termica che segue autonomamente la sorgente di calore fino all’impatto. L’intero ciclo di ingaggio, dalla rilevazione al lancio, si completa in tre secondi. In quei tre secondi, il ricevitore di allarme radar del caccia bersaglio non registra alcuna anomalia, il sistema di contromisure elettroniche resta inerte, il pilota continua a volare su una rotta rettilinea, ignaro della minaccia in avvicinamento. La fisica, come hanno osservato diversi analisti, vince sempre alla fine.
Il paradigma infranto: perché lo stealth non basta più
Perdite aeree coalizione — Operation Epic Fury
Per comprendere la portata di quanto sta accadendo nei cieli iraniani bisogna fare un passo indietro e considerare il presupposto fondamentale su cui poggia l’intera architettura della supremazia aerea occidentale. Il programma F-35 Lightning II, il più costoso nella storia delle armi con un investimento complessivo che supera i 1.700 miliardi di dollari, è stato costruito interamente attorno al concetto di bassa osservabilità radar. La forma dell’aeromobile, i materiali radar-assorbenti, l’architettura dei sensori, tutto è stato ottimizzato per ridurre la sezione radar equivalente a dimensioni paragonabili a quelle di un piccolo oggetto metallico. In condizioni ideali, l’F-35 è effettivamente quasi invisibile ai radar convenzionali.
Ma la tecnologia stealth opera esclusivamente nello spettro delle radiofrequenze. Non fa nulla per mascherare la firma termica dell’aeromobile, e qui risiede la vulnerabilità strutturale che l’Iran ha saputo sfruttare. Il motore Pratt & Whitney F135 dell’F-35 è un singolo propulsore estremamente potente che opera a temperature elevatissime durante il volo. Per una telecamera termica, questo concentrato di energia calorifica appare come un faro brillante sullo sfondo freddo dell’atmosfera superiore. La riduzione della sezione radar dell’F-35 è enormemente superiore a quella della sua firma infrarossa, una asimmetria che era stata identificata come potenziale vulnerabilità fin dalle fasi iniziali del programma.
Il 19 marzo 2026 questa vulnerabilità teorica si è trasformata in realtà operativa quando un F-35A è stato colpito da quello che diversi analisti hanno identificato come un missile Majid durante una missione di combattimento sull’Iran. Il pilota ha riportato ferite da schegge ma è riuscito a effettuare un atterraggio d’emergenza presso una base aerea statunitense nella regione, con il velivolo gravemente danneggiato e dichiarato fuori servizio per un lungo periodo. Il filmato rilasciato dall’IRGC mostrava il caccia in volo rettilineo, senza alcuna manovra evasiva né rilascio di contromisure, a conferma che il sistema di protezione dell’aeromobile non aveva rilevato la minaccia.
Wang Yanan, caporedattore della rivista Aerospace Knowledge di Pechino, ha offerto un’analisi particolarmente lucida al Global Times: sotto attacchi aerei sostenuti, l’Iran avrebbe difficoltà a schierare i grandi radar di allerta precoce, troppo ingombranti, poco mobili e altamente vulnerabili alla rilevazione e alla soppressione. L’Iran potrebbe invece aver fatto affidamento su metodi di rilevamento dispersi, mobili e non basati su radar, in particolare capacità di ricerca a infrarossi, formando probabilmente una rete di sorveglianza IR a bassa e media quota. Il rilevamento all’infrarosso è relativamente efficace alle quote più basse: sebbene la sua portata sia limitata e insufficiente per la rilevazione a lunga distanza, può essere abbinato a sistemi di difesa aerea a corto raggio come missili a guida infrarossa portatili o veicolari, caratterizzati da elevata mobilità e occultamento e impiegati tipicamente con la tattica del “rileva, spara e riposizionati”.
La difesa a mosaico: tunnel, montagne e autonomia provinciale
Il successo del Majid non è un fatto isolato, bensì l’espressione tattica di una dottrina strategica che l’Iran sviluppa e perfeziona da decenni. La Repubblica Islamica ha costruito il proprio apparato difensivo attorno al concetto di “difesa passiva”, un programma nazionale che comprende mimetizzazione, occultamento, dispersione delle forze, infrastrutture sotterranee e dispiegamento strategico di unità altamente mobili. Le catene montuose dello Zagros e dell’Alborz, che attraversano un territorio di 1,65 milioni di chilometri quadrati, forniscono una barriera naturale che un aggressore deve superare per raggiungere l’altopiano centrale. All’interno di questo granito, l’Iran ha scavato per decenni: le “città missilistiche” e i centri di comando sono profondamente interrati nella roccia, in alcuni casi a profondità di centinaia di metri, ben oltre la capacità di penetrazione anche della GBU-57 Massive Ordnance Penetrator americana.
L’IRGC ha ristrutturato la propria architettura di comando in 31 comandi autonomi, uno per Teheran e uno per ciascuna delle 30 province iraniane, secondo la dottrina della “difesa a mosaico”. Questa decentralizzazione garantisce che anche la neutralizzazione della leadership centrale a Teheran non paralizzi la capacità di risposta delle forze disperse sul territorio. Ogni comando provinciale dispone dell’autorità operativa per combattere in modo indipendente, una resilienza organizzativa che la supremazia aerea non può scalfire.
Sul piano della sorveglianza, l’Iran opera una rete integrata composta da sensori elettro-ottici, sistemi radar di diverso tipo, array acustici e una flotta crescente di droni con portata dichiarata di 2.000 chilometri, sempre più potenziati da capacità di intelligenza artificiale. Ma l’elemento decisivo della rete difensiva iraniana è la sua natura stratificata. Lo strato superiore è coperto dai sistemi a lungo raggio come il Bavar-373 con il suo radar phased array e i missili Sayyad-4. Lo strato intermedio è presidiato dai sistemi a medio raggio come il Khordad-15 e il Sevvom Khordad (3 Khordad), capaci di tracciare bersagli multipli simultaneamente. Lo strato inferiore, quello che si sta rivelando il più letale, è affidato ai sistemi a corto raggio e difesa di punto come il Majid, il Tor-M1 e le piattaforme mobili con missili a guida infrarossa.
Questa configurazione consente ai diversi livelli di restare funzionali anche quando altri sono degradati. La rete difensiva iraniana opera come un sistema integrato piuttosto che come unità isolate, e la sua resilienza è ulteriormente rafforzata dall’uso di lanciatori dispersi e mobili che riducono la vulnerabilità ai contrattacchi e consentono l’ingaggio da posizioni multiple.
L’offensiva contro gli occhi dell’avversario
L’Iran non si è limitato a una postura difensiva passiva. Fin dal primo giorno del conflitto, il 28 febbraio 2026, le forze iraniane hanno colpito sistematicamente l’infrastruttura radar e di difesa missilistica alleata nella regione, con l’obiettivo di accecare la rete di sorveglianza su cui poggia l’intera architettura operativa della coalizione. Il primo bersaglio è stato il radar di allerta precoce AN/FPS-132 situato in Qatar, colpito da un attacco missilistico che ha danneggiato il settore nord dell’installazione, quello responsabile del monitoraggio dello spazio aereo in direzione dell’Iran. Successivamente, le batterie THAAD schierate in Giordania, con i relativi radar AN/TPY-2, sono diventate obiettivi prioritari di attacchi coordinati che combinavano missili balistici e munizioni circuitanti.
Questa strategia rivela una comprensione sofisticata dell’architettura avversaria: colpire i sensori che alimentano la rete di difesa integrata sotto il Comando Centrale statunitense equivale a degradare l’intera capacità di intercettazione regionale, anche senza distruggere i singoli sistemi d’arma. Un approccio asimmetrico che massimizza l’effetto strategico con un investimento operativo relativamente contenuto.
Le implicazioni per la dottrina NATO e il dibattito industriale
L’efficacia del Majid pone interrogativi che trascendono il teatro mediorientale e investono direttamente la pianificazione strategica dell’Alleanza Atlantica. Se un missile a guida infrarossa montato su un autocarro, dal costo unitario presumibilmente di poche decine di migliaia di dollari, può abbattere o danneggiare gravemente un aeromobile da oltre 100 milioni di dollari, quanto della dottrina di superiorità aerea occidentale è costruita sull’assunto, ormai dimostrato fallace, che l’avversario combatterà sempre e solo con difese basate su radar attivi?
Il precedente storico più pertinente risale al 1999, quando la Serbia abbatté un F-117 Nighthawk con un datato S-125 sovietico sfruttando tattiche di rilevamento non convenzionali. Quell’episodio stimolò un adattamento dottrinale senza provocare un collasso della dottrina stealth. Ma il contesto attuale è qualitativamente diverso: non si tratta di un singolo episodio fortunoso, bensì di un pattern operativo che l’Iran sta replicando con crescente efficacia contro piattaforme di quinta generazione.
Gli Stati Uniti non hanno pubblicamente riconosciuto il Majid né ammesso l’esistenza di una specifica capacità iraniana, e questo silenzio ha un suo peso strategico. Una conferma formale che un sistema a guida infrarossa passiva ha sconfitto le difese dell’F-35 imporrebbe una resa dei conti pubblica sulla vulnerabilità fondamentale del programma più costoso della storia militare, con conseguenze immediate sulle politiche di acquisizione degli alleati NATO e dei partner dell’Indo-Pacifico.
La Cina sta osservando con estrema attenzione. Gli analisti del PLA, citati dal Global Times e dal South China Morning Post, hanno già tracciato le implicazioni: i caccia di quarta generazione cinesi e russi, come il J-16 e il Su-35, sono sempre più equipaggiati con sistemi IRST avanzati che possono passivamente rilevare e tracciare le fonti di calore degli aerei stealth. Un J-16 collegato in rete con un radar VHF a terra potrebbe essere guidato passivamente nelle vicinanze di un F-35 prima di utilizzare il proprio IRST per ottenere l’aggancio, il tutto senza emettere un singolo impulso radar. Questa “catena di uccisione silenziosa” è esattamente la minaccia che l’ingaggio iraniano ha ora validato sul campo.
L’Italia e lo Stretto: la dimensione economica del conflitto
Mentre i cieli iraniani rivelano le crepe nella corazza della supremazia aerea occidentale, lo Stretto di Hormuz resta il vero moltiplicatore strategico nelle mani di Teheran. I prezzi spot del Brent si attestano intorno ai 109 dollari al barile, in aumento di oltre il 50% dall’inizio della guerra, e la stretta iraniana sul passaggio attraverso il quale transita un quinto del petrolio e del gas naturale mondiale in tempo di pace ha prodotto onde d’urto che si propagano dall’economia energetica a quella alimentare.
La premier Meloni si è recata venerdì in visita non annunciata in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar per rafforzare la sicurezza energetica nazionale, mentre tre Paesi visitati erano contemporaneamente sotto attacco iraniano con droni e missili. Un Reaper dell’Aeronautica Militare italiana è stato distrutto a terra presso la base di Ali Al Salem in Kuwait il 15 marzo, e due Eurofighter Typhoon sono rimasti danneggiati da schegge e dichiarati non operativi: perdite materiali che rendono plasticamente evidente come la guerra in Iran non sia un conflitto distante, ma una realtà che sta già intaccando le capacità operative italiane nel teatro.
Al giorno 36 dell’Operation Epic Fury, il bilancio parla di oltre 2.076 morti e 26.500 feriti in Iran secondo le autorità iraniane, 1.300 morti in Libano, 19 caduti israeliani, 13 militari americani uccisi in combattimento e 365 feriti. L’Iran ha respinto una proposta statunitense di cessate il fuoco di 48 ore. Trump ha chiesto al Congresso un bilancio della difesa da 1.500 miliardi di dollari per l’anno fiscale 2027, il più alto nella storia moderna americana, incluso l’avvio della costruzione del sistema di difesa missilistica “Golden Dome”.
Ma al di là dei numeri, è la lezione tecnologica e dottrinale a risultare più duratura. Un Paese sotto embargo da quarant’anni, con un PIL pro capite che è una frazione di quello dei suoi avversari, ha dimostrato che la supremazia aerea non è un diritto naturale delle potenze tecnologicamente avanzate, ma una condizione contingente che può essere contestata con ingegno, dispersione e una comprensione profonda della fisica fondamentale. Il calore non si può nascondere. E un missile che non emette alcun segnale è, per definizione, un missile che non può essere rilevato dai sistemi progettati per ascoltare segnali.
La domanda che i pianificatori di Pentagono, NATO e Stato Maggiore della Difesa dovrebbero porsi non è se il Majid funziona, perché i rottami dell’F-15E nella provincia di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad e le schegge estratte dal pilota dell’F-35 il 19 marzo hanno già risposto. La domanda è quanto della guerra aerea futura sarà definito non dalla capacità di non essere visti dai radar, ma dalla capacità di non essere visti dalla fisica.

