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Storia

23 febbraio 1945: la costruzione di un simbolo

redazione · · 3 min di lettura
MBDA Stratus

Il 23 febbraio 1945, al quarto giorno della battaglia di Iwo Jima, un gruppo di Marines degli United States Marine Corps raggiunse la cima del Monte Suribachi, il cono vulcanico che dominava l’estremità meridionale dell’isola. La conquista di quella altura non concludeva la battaglia – che sarebbe proseguita ancora per settimane in un inferno di bunker, gallerie e combattimenti ravvicinati – ma rappresentava un passaggio tattico decisivo: dal Suribachi si controllava a vista una parte rilevante del campo di battaglia.

In tarda mattinata venne issata una prima bandiera statunitense, più piccola. Il gesto fu accolto da grida e sirene delle navi al largo, un’esplosione emotiva in mezzo a un’operazione che stava costando migliaia di vite. Poco dopo, su disposizione dei comandanti, si decise di sostituirla con un vessillo più grande, visibile anche dalle unità ancora impegnate nei settori settentrionali dell’isola. Fu durante questa seconda alzata che il fotografo dell’Associated Press Joe Rosenthal scattò l’immagine destinata a diventare una delle fotografie più celebri della storia militare.

Nello scatto si vedono sei uomini curvi nello sforzo, il palo inclinato, la bandiera che si apre nel vento. Non c’è un volto riconoscibile, non c’è eroismo individuale ostentato. È una composizione quasi scultorea, fatta di linee oblique e tensione collettiva. Proprio questa impersonalità contribuì alla sua forza simbolica: non il singolo eroe, ma il gesto condiviso. L’immagine venne trasmessa negli Stati Uniti in tempi rapidissimi e pubblicata sui giornali due giorni dopo, diventando immediatamente un’icona nazionale. Nello stesso anno avrebbe valso a Rosenthal il Premio Pulitzer.

Col tempo, la fotografia superò il contesto specifico della battaglia di Iwo Jima per trasformarsi in una rappresentazione della determinazione americana nella guerra del Pacifico. Tre dei sei Marines ritratti morirono nei giorni successivi, mentre gli altri tre vennero riportati in patria e coinvolti in campagne di raccolta fondi per lo sforzo bellico. Anche l’identificazione degli uomini nella foto fu oggetto di revisioni e inchieste ufficiali decenni dopo, a dimostrazione di quanto la memoria pubblica possa cristallizzarsi prima ancora che i fatti siano definitivamente accertati.

La potenza dell’immagine fu tale da ispirare il Marine Corps War Memorial ad Arlington, monumento che riproduce in bronzo la scena fissata dall’obiettivo. Eppure, il 23 febbraio 1945 non segnò la fine della battaglia né un’immediata vittoria strategica: Iwo Jima sarebbe costata agli Stati Uniti oltre 6.800 caduti e ai difensori giapponesi perdite ancora più elevate. La bandiera sul Suribachi non rappresentava la conclusione, ma un momento in cui la guerra, per un istante, assunse la forma di un simbolo.

In quella fotografia convivono realtà e costruzione narrativa: un’azione concreta compiuta sotto il fuoco nemico e, al tempo stesso, la nascita di un mito visivo capace di attraversare generazioni.

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