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7 ottobre, tre anni dopo: la domanda che Israele non vuole ancora porsi
DIFESA

7 ottobre, tre anni dopo: la domanda che Israele non vuole ancora porsi

Claudio Verzola Claudio Verzola · · 12 min di lettura

L’11 ottobre 2023, a quattro giorni dal massacro, su queste pagine sostenevo una tesi scomoda: qualcuno sapeva, e molti, troppi, auspicavano uno scontro su larga scala. Tre anni dopo quella tesi non è stata smentita. È stata, semmai, rimossa.

Ripartiamo da quel sabato. Hamas sfondò la barriera di Gaza all’alba, travolse kibbutz, basi militari e il festival Nova di Re’im. Secondo il conteggio AFP basato sui dati ufficiali israeliani, i morti furono 1.221, circa 250 gli ostaggi. Fu il giorno più sanguinoso nella storia dello Stato ebraico.

Nel 2023 il quadro era sotto gli occhi di tutti. Un governo spaccato sulla riforma giudiziaria. Riservisti, piloti compresi, che annunciavano il rifiuto del servizio volontario. Un ministro della Difesa, Yoav Gallant, prima destituito e poi reintegrato per aver detto pubblicamente che la frattura interna era diventata un rischio per la sicurezza. Una coalizione tenuta in piedi da Ben-Gvir e dai partiti ultraortodossi, che chiedeva il pugno duro su Gaza e in Cisgiordania. E sullo sfondo la normalizzazione con l’Arabia Saudita, il tavolo che Teheran aveva ogni interesse a far saltare.

Ogni attore, per ragioni opposte, aveva qualcosa da guadagnare da un’esplosione. Questo era il punto. Non un complotto, ma una convergenza di interessi che rendeva l’allarme scomodo per chiunque dovesse lanciarlo.

Quello che è emerso dopo

Nei mesi successivi la realtà ha superato l’analisi. Si è saputo che l’intelligence israeliana disponeva da oltre un anno del piano d’attacco di Hamas, archiviato come irrealistico. Si è saputo che le osservatrici di confine avevano segnalato per settimane addestramenti e movimenti anomali, senza essere ascoltate. Il capo dell’intelligence militare Aharon Haliva si è dimesso nel 2024, il capo di stato maggiore Herzi Halevi nel 2025. Le inchieste interne dell’IDF hanno ammesso un fallimento sistemico, fondato sulla convinzione che Hamas fosse contenuto, dissuaso e, in fondo, comprato.

Era la “concezione”, la stessa parola che gli israeliani usarono dopo lo Yom Kippur del 1973. Una gabbia cognitiva in cui i segnali che contraddicono la dottrina vengono filtrati prima di arrivare a chi decide. Chi si occupa di guerra cognitiva sa che il primo bersaglio di un inganno riuscito è sempre l’autoinganno.

Il vertice militare ha pagato. Il vertice politico no.

La commissione che non arriva

Dopo lo Yom Kippur Israele istituì la Commissione Agranat. Dopo la seconda guerra del Libano, la Commissione Winograd. Dopo il 7 ottobre, a tre anni di distanza, non esiste ancora una commissione statale d’inchiesta.

Ad aprile la Corte Suprema ha concesso al governo altri due mesi per decidere. A luglio, a mille giorni dal massacro, migliaia di israeliani sono scesi in piazza per chiedere una commissione statale d’inchiesta. Pochi giorni dopo la Knesset ha approvato in prima lettura, con 59 voti favorevoli, un disegno di legge per una commissione diversa, mentre l’opposizione boicottava il voto. Il nodo è chi nomina i commissari: in una commissione statale li sceglie il presidente della Corte Suprema, da tempo in conflitto con il governo Netanyahu.

Tradotto: chi guidava il paese il 7 ottobre vuole scegliere chi lo giudicherà. Le famiglie delle vittime, riunite nel Consiglio di Ottobre, lo hanno capito benissimo.

Tre anni di guerra permanente

Nel frattempo la guerra non si è mai davvero fermata, ha solo cambiato fronte. Il cessate il fuoco a Gaza è in vigore dal 10 ottobre 2025, e la prima fase ha riportato a casa tutti gli ostaggi vivi. La seconda fase però è impantanata: Israele chiede che Hamas avvii il disarmo entro il 7 ottobre come condizione per proseguire, e lega ogni ritiro al disarmo completo. A luglio le forze israeliane controllavano quasi il 70% della Striscia.

Sul piano regionale, alla Guerra dei Dodici Giorni del giugno 2025 è seguita una nuova guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio 2026, e da marzo si è riaperto il fronte libanese con Hezbollah. Le tregue con Beirut e Teheran sono state, nei fatti, imposte da Washington.

È la “super-Sparta” evocata dallo stesso Netanyahu: uno stato in armi permanenti, dove l’emergenza continua sospende ogni resa dei conti.

Il governo dei coloni

Per capire perché Israele non ha voluto vedere il 7 ottobre, bisogna guardare a dove era rivolto lo sguardo del governo. Era rivolto a est, verso la Cisgiordania.

La coalizione nata alla fine del 2022 è la più a destra nella storia del paese, e il suo baricentro non è il Likud. Sono i due partiti del sionismo religioso. Bezalel Smotrich guida le Finanze e, con un incarico ad hoc dentro il ministero della Difesa, controlla l’amministrazione civile dei Territori. Itamar Ben-Gvir guida la Sicurezza Nazionale e quindi la polizia. Per la prima volta il movimento dei coloni non deve più fare pressione sul governo: è il governo.

Il dato militare del 7 ottobre è noto. Quella mattina diversi battaglioni erano stati spostati in Cisgiordania a protezione degli insediamenti e delle cerimonie religiose dei coloni, mentre il confine con Gaza era presidiato al minimo. Non è un dettaglio tecnico. È la fotografia di una scala di priorità.

Tre anni dopo quella scala non è cambiata, si è anzi accentuata. A maggio 2025 il gabinetto di sicurezza ha approvato 22 nuovi insediamenti, e Smotrich ha indicato come passo successivo la sovranità. A settembre dello stesso anno ha presentato le mappe per estendere la legge israeliana all’82% della Cisgiordania, lasciando il restante 18% ai palestinesi. Il principio lo ha enunciato lui stesso, senza giri di parole: il massimo della terra con il minimo della popolazione. Gli Emirati hanno avvertito che un’annessione sarebbe una linea rossa capace di compromettere gli Accordi di Abramo. Gli stessi accordi che, nel 2023, Teheran aveva interesse a far saltare.

E l’appetito non si ferma alla Cisgiordania. A giugno di quest’anno Smotrich si è detto pronto a fondare subito tre insediamenti nel nord della Striscia di Gaza, appena Netanyahu darà il via libera.

Sul terreno, i numeri dell’ONU raccontano il metodo. Gli attacchi dei coloni sono aumentati ogni anno dal 2023, fino a 1.835 nel 2025. Nei primi quattro mesi del 2026 viaggiavano a circa 190 al mese, avviando l’anno verso quota duemila. A settembre l’OCHA contava oltre 2.500 palestinesi sfollati nel solo 2026 e più di 6.400 in 130 comunità dal 2023. L’Alto Commissariato per i diritti umani parla di violenza dei coloni sostenuta dallo Stato, con la partecipazione delle forze di sicurezza, che sta svuotando l’Area C e la Valle del Giordano. E ricorda che il trasferimento forzato è un crimine di guerra.

C’è un elemento che chi viene dalla professione militare non può ignorare. Una parte dell’apparato di sicurezza israeliano considera la violenza dei coloni un problema di ordine pubblico e di sicurezza nazionale, perché alimenta il reclutamento delle milizie e disperde forze. Ma i comandanti rispondono a una catena politica in cui chi dovrebbe reprimere quella violenza ne è, ideologicamente, il garante. È lo stesso cortocircuito del 7 ottobre: l’allarme dei militari che si ferma sulla scrivania della politica.

Chi si aspetta che il voto del 27 ottobre cambi questa traiettoria rischia la delusione. L’opposizione israeliana contesta a Netanyahu la responsabilità del 7 ottobre, la gestione degli ostaggi, la riforma giudiziaria, la mancata leva degli ultraortodossi. Non contesta, nella sostanza, la guerra. Né mette al centro della campagna una soluzione politica per i palestinesi.

Il quadro dei sondaggi è quello di uno stallo: i partiti sionisti d’opposizione sarebbero a 56 seggi, il blocco di Netanyahu a 50, con i partiti arabi decisivi per qualsiasi maggioranza. È la stessa paralisi che Israele ha vissuto tra il 2019 e il 2022, con cinque elezioni in tre anni e governi appesi a un voto.

In questo vuoto i coloni restano l’ago della bilancia. Un eventuale governo Eisenkot avrebbe bisogno di numeri che oggi non ha, e la tentazione di cercarli a destra sarà forte. Il rischio concreto è che cambi il premier ma non l’agenda in Cisgiordania.

L’ottavo fronte

Netanyahu ama ripetere che Israele combatte su sette fronti: Gaza, Libano, Siria, Cisgiordania, Iraq, Yemen, Iran. A Gerusalemme da tempo se ne conta un ottavo, quello della percezione. È il fronte su cui Israele, dopo il 7 ottobre, ha perso più terreno e su cui sta investendo come mai prima.

Il nome ebraico è hasbara, letteralmente “spiegazione”. La realtà è una macchina di guerra cognitiva finanziata dallo Stato. Il bilancio 2026, firmato da Smotrich e dal ministro degli Esteri Sa’ar, destina alla diplomazia pubblica 2,35 miliardi di shekel, circa 730 milioni di dollari, contro i circa 150 milioni dell’anno precedente: più che quadruplicato. Il governo dichiara che i fondi servono a campagne social, partnership con organizzazioni civili e viaggi in Israele per politici e influencer. Contestualmente è nata una struttura dedicata dentro il ministero degli Esteri, per accentrare un lavoro finora disperso tra ministeri rivali.

Gli strumenti sono quelli che chi studia le operazioni d’influenza conosce bene:

  • un contratto da 1,5 milioni di dollari al mese con la società di Brad Parscale, già stratega delle campagne di Trump, per l’uso di strumenti di intelligenza artificiale;
  • una campagna da 4,1 milioni rivolta alle chiese evangeliche;
  • il “Progetto Esther”, una rete di influencer pagati fino a 900.000 dollari attraverso una società di relazioni pubbliche;
  • circa 40 milioni per ospitare 400 delegazioni straniere: parlamentari, pastori, influencer, rettori universitari.

La stampa israeliana ha riferito anche di una campagna da 145 milioni di dollari per orientare le risposte dei chatbot come ChatGPT. Il Quincy Institute stima che Israele sia avviato a diventare quest’anno il primo spender in assoluto tra i governi registrati negli Stati Uniti sotto la legge sugli agenti stranieri (FARA).

Non è un fenomeno nuovo. Già nel 2024 era emerso che il ministero degli Affari della Diaspora aveva finanziato una rete di profili falsi per influenzare parlamentari americani. Ma la scala del 2026 segna un salto di qualità, e soprattutto un cambio di bersaglio: non più l’opinione pubblica in generale, ma i segmenti che Israele sta perdendo, cioè i giovani conservatori americani e il mondo evangelico.

Il secondo pilastro della strategia è la delegittimazione di chi documenta. Ai giornalisti stranieri è stato impedito per tutta la guerra l’accesso indipendente a Gaza. L’UNRWA è stata messa fuori legge dalla Knesset. E ogni organismo internazionale che produce conclusioni sgradite viene attaccato come parte in causa. La Commissione d’inchiesta del Consiglio per i diritti umani, presieduta da Navi Pillay, ha concluso che Israele ha commesso genocidio a Gaza e che Netanyahu, Herzog e Gallant vi hanno incitato. L’ambasciatore israeliano a Ginevra l’ha liquidata come opera di “delegati di Hamas”, il ministero degli Esteri ha parlato di “calunnia del sangue”. Il tutto mentre restano pendenti il ricorso del Sudafrica alla Corte internazionale di giustizia e i mandati d’arresto della Corte penale internazionale per Netanyahu e Gallant. E mentre la stessa Corte internazionale di giustizia, nel suo parere consultivo del 2024, ha dichiarato illegale l’occupazione dei Territori.

Va detto con onestà intellettuale: la guerra cognitiva non è un monopolio israeliano. Hamas ha costruito la propria strategia sulla gestione delle immagini, sul controllo dei dati sanitari della Striscia, sull’uso dei civili come scudo mediatico oltre che fisico. Il 7 ottobre stesso fu concepito anche come operazione di comunicazione, con i miliziani che filmavano le stragi. Ma uno Stato democratico che si misura con un’organizzazione terroristica sul terreno della manipolazione ha già perso qualcosa di sé.

E c’è un paradosso che dovrebbe preoccupare Gerusalemme più di qualsiasi rapporto ONU. Gli stessi analisti americani ricordano che il bilancio della diplomazia pubblica degli Stati Uniti toccò il suo massimo proprio durante il Vietnam. Quando un paese moltiplica per quattro la spesa per spiegare le proprie guerre, di solito è perché le guerre non si spiegano più da sole. La propaganda può comprare visibilità, non credibilità.

Il voto del 27 ottobre

Ed è qui che l’anniversario di oggi assume un peso politico preciso. Il 27 ottobre Israele andrà alle urne per la prima volta dal 7 ottobre e dalle guerre che ne sono seguite. Secondo un sondaggio di Channel 12, il 62% degli israeliani non crede che arriverà la “vittoria totale” promessa a Gaza. Le rilevazioni danno la coalizione d’opposizione guidata dall’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot davanti a quella di Netanyahu, pur senza una maggioranza chiara.

Ma attenzione a leggere il voto come un referendum sulla guerra. Nessun candidato si oppone alle operazioni militari; Eisenkot rimprovera anzi al governo di aver accettato le tregue in Libano e Iran. Il voto sarà un referendum sulla responsabilità, non sulla pace.

Tre anni fa scrivevo, citando l’amico Carlo Biffani, che organizzare un attacco di quelle dimensioni senza fare rumore, in una regione dove anche i sassi hanno occhi e orecchie, era cosa assai bizzarra. Oggi sappiamo che il rumore c’era. Non mancavano le informazioni, mancava la volontà di ascoltarle.

Il filo che lega il 7 ottobre all’Israele di oggi è sempre lo stesso: una politica che piega la realtà alle proprie esigenze. Prima ha ignorato gli allarmi perché disturbavano la “concezione” su Hamas e l’agenda in Cisgiordania. Poi ha evitato una commissione indipendente perché avrebbe indicato responsabilità precise. Infine ha investito centinaia di milioni per raccontare al mondo una versione dei fatti che il diritto internazionale, l’ONU e una parte crescente della stessa società israeliana non riconoscono.

È una lezione che vale anche per noi europei, che della sicurezza parliamo spesso solo a disastro avvenuto. Un apparato d’intelligence può essere il migliore al mondo e fallire lo stesso, se il potere politico ha bisogno di una certa lettura della realtà. E una democrazia che non indaga sui propri fallimenti, che delega la propria sicurezza a chi coltiva un progetto ideologico e che sostituisce l’autocritica con la propaganda, è condannata a ripetere i suoi errori.

Israele ha vinto battaglie su ogni fronte, tranne due: quello della verità sul 7 ottobre e quello della propria immagine nel mondo. La domanda dell’11 ottobre 2023 resta senza risposta: chi sapeva, e perché nessuno ha agito. Finché a rispondere non sarà una commissione indipendente, il 7 ottobre non sarà davvero finito.

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