12. Il processo alla leggenda: Skorzeny e il mito del Gran Sasso. Storiografia, propaganda e cognitive warfare
Il presente capitolo si propone di completare questa ricerca spostando il piano dell’analisi dal «che cosa accadde» al «come l’accaduto fu raccontato, da chi e con quali fini»: ricostruendo, sulla base della storiografia più recente, il reale peso del contributo di Skorzeny nell’ambito di un’operazione pianificata e diretta da altri; ed esaminando il ruolo di Joseph Goebbels e della macchina propagandistica del Terzo Reich, la cui azione anticipò – con sorprendente precisione strutturale – alcuni tratti caratteristici delle moderne dottrine della cognitive warfare e della narrative warfare, oggetto di analisi nel paragrafo conclusivo del capitolo.
12.1 La decostruzione del «mito di Skorzeny»
Ricostruita nei capitoli precedenti la cronaca operativa del raid al Gran Sasso – dalla pianificazione di Student e Mors alla materializzazione del blitz negli alianti DFS 230 –, la revisione storiografica degli ultimi decenni ha progressivamente ridimensionato il mito costruito ad arte dalla propaganda.
Tali studi, pur con sfumature e approcci differenti, concordano nell’evidenziare come l’intera architettura tattica dell’Operazione Eiche sia stata in realtà progettata dal generale Kurt Student e dal maggiore Harald Mors, e materialmente eseguita dai Fallschirmjäger della Luftwaffe.
Tuttavia, la demistificazione del personaggio Skorzeny non deve condurre all’errore opposto: il ruolo ricoperto dal capitano delle SS e dai suoi uomini si rivelò comunque fondamentale in molte e diverse fasi, nel corso dell’implementazione dell’Operazione Eiche.
Un corretto punto di equilibrio storico richiede, pertanto, un’analisi depurata dalla propaganda, che si basi esclusivamente sulla valutazione oggettiva delle azioni compiute sul campo dai singoli protagonisti.
12.2 L’analisi storiografica di Benoît Rondeau
Sulla reale incidenza del ruolo di Skorzeny nell’operazione, si è soffermato con equilibrio lo storico francese Benoît Rondeau in una recente biografia dedicata al comandante del Friedenthal[93].

Rondeau chiarisce innanzitutto che, sebbene il piano di salvataggio sia stato interamente elaborato da Mors su richiesta di Student nel pomeriggio dell’11 settembre, il maggiore dei Fallschirmjäger non può per questo essere considerato l’unico vero responsabile dell’azione.
Fu infatti Hitler in persona ad assegnare a Skorzeny la responsabilità della missione[94].
Lo storico francese riconosce che la documentazione disponibile conferma il primato dei paracadutisti nella pianificazione, senza tuttavia sminuire il ruolo determinante svolto da Skorzeny nella fase esecutiva: fu in quel frangente, sfruttando con efficacia gli imprevisti della situazione, che l’ufficiale seppe «dare prova di iniziativa, come ci si aspetta da ogni subordinato dell’esercito tedesco»[95].
In definitiva, conclude Rondeau, «sebbene Skorzeny non avesse organizzato l’operazione, l’attività preliminare di intelligence, unita alla reattività dimostrata nella conduzione del raid, aveva costituito un fattore determinante ai fini del successo»[96].
12.3 La prospettiva di Wouter van den Brandhof
Nel suo studio fondamentale – una biografia critica del generale Kurt Student [97] – il ricercatore olandese Wouter van den Brandhof affronta la liberazione di Mussolini non tanto per smontare un mito con toni polemici, quanto per documentare uno scarto preciso tra merito operativo e credito propagandistico.

Come l’autore stesso sintetizza nel bilancio conclusivo del capitolo dedicato al teatro italiano: sebbene Student fosse la mente («il genio») dietro il piano, fu l’uomo delle SS Otto Skorzeny a raccogliere gli allori[98].
Questa tensione tra pianificazione militare e sfruttamento mediatico, che secondo Van den Brandhof caratterizza l’intera vicenda, ritorna più volte anche in altri capitoli del suo studio [99], ponendo al centro della propria indagine la figura di Student e dei suoi paracadutisti, e analizzando il modo in cui l’apparato politico del Terzo Reich manipolò l’esito militare della missione.
Una parte rilevante della ricostruzione di Van den Brandhof si basa su conversazioni tra Student e il generale Wolfgang Martini, suo compagno di prigionia, intercettate segretamente dagli inglesi[100].
L’autore, tuttavia, non ne accetta acriticamente il contenuto: incrociandolo con altre fonti (tra cui i verbali delle conferenze di guerra di Hitler e la biografia di Student scritta da Götzel), rileva che Student raccontò al generale Wolfgang Martini di essersi procurato personalmente l’incarico di organizzare la ricerca di Mussolini – un’affermazione che Van den Brandhof definisce esplicitamente «una lettura scorretta», poiché fu Hitler stesso, già il 26 luglio 1943, a decidere e avviare l’operazione.
Lo stesso approccio critico emerge quando l’autore osserva che Student, nel raccontare a Martini l’episodio della cattura di Mussolini, rendeva i fatti più avvincenti di quanto fossero accaduti realmente[101].
Lo stesso rigore critico emerge anche nel vaglio delle versioni contrastanti sull’incidente aereo occorso a Skorzeny al largo della Sardegna durante le ricerche[102].
Van den Brandhof documenta la paternità strategica di Student nella pianificazione dell’incursione sul Gran Sasso. Fu il generale dell’XI. Fliegerkorps a insistere per l’utilizzo degli alianti, nonostante lo scetticismo del suo capo di stato maggiore, l’Oberst Heinrich Trettner, che esaminando le fotografie aeree del terreno scosceso, giudicò l’operazione un’azione suicida, stimando perdite fino al cento per cento in caso di atterraggio con alianti.
Student non si lasciò smuovere dalle sue posizioni[103]. Sulla ideazione stessa delle modalità di liberazione, Van den Brandhof mantiene una posizione di equidistanza tra le rivendicazioni contrapposte di Mors e Skorzeny: non respinge esplicitamente la tesi di chi, come alcuni storici, attribuisce un ruolo chiave al Major Harald Mors nella fase preparatoria, ma riporta che Skorzeny accusò a sua volta Mors di aver distorto la ricostruzione dei fatti a proprio vantaggio[105].
Van den Brandhof documenta inoltre che, dopo il decollo di Mussolini a bordo dell’Heinkel He 111, fu Student stesso a contattare direttamente Göring – che tuttavia mantenne un atteggiamento attendista, volendo prima la conferma dell’atterraggio a Vienna.
Frattanto Skorzeny aveva già informato Ernst Kaltenbrunner del successo dell’operazione.
Un vantaggio temporale che permise a Himmler di sfruttare la notizia a beneficio delle SS, prima che Göring potesse reagire, assicurando così all’organizzazione il monopolio propagandistico dell’impresa [106].
Lo storico documenta infine un’insolita iniziativa post-operazione: il 23 ottobre 1943 Skorzeny offrì a Student di destinare parte delle ingenti donazioni ricevute dopo la liberazione del Duce al sostegno economico dei paracadutisti feriti sul Gran Sasso.
Proposta accolta da Student, che il 23 novembre 1943 inviò l’elenco dei nomi dei destinatari [107].
Van den Brandhof si interroga, tuttavia, sulla natura del gesto, chiedendosi se si sia trattato di autentica generosità o di una mossa calcolata per rabbonire Student e i suoi uomini dopo la «sconfitta propagandistica» subita [108].
12.4 I tre meriti riconosciuti da Óscar González López
Nel suo studio Freeing Mussolini: Dismantling the Skorzeny Myth in the Gran Sasso Raid [109], lo storico Óscar González López conduce un’operazione di rigorosa ricostruzione storiografica, basata sull’incrocio dei diari d’archivio della Luftwaffe con le testimonianze dirette di nove veterani del I./FJR 7 (tra cui Bernd Bosshammer, Hans Joachim Kurth e Nicolás Hoelscher)[110].

Fin dal sottotitolo dell’opera, González López esplicita il proprio obiettivo: demolire il «mito di Skorzeny» fabbricato dalla propaganda delle SS per restituire la paternità della pianificazione e dell’esecuzione tattica ai paracadutisti del Generaloberst Kurt Student, del Major Harald Mors e dell’Oberleutnant Georg von Berlepsch, evidenziando come Skorzeny fosse stato aggregato da Student con la sola qualifica di «osservatore» e/o «consigliere politico»[111].
Ciononostante, González López non riduce la figura di Skorzeny a una mera comparsa o a un impostore, ma gli riconosce tre meriti circoscritti e ben precisi nell’economia complessiva del raid [112].
Il contributo decisivo nella fase investigativa (Intelligence): González López evidenzia il valore del lavoro di ricerca svolto da Skorzeny e dal suo reparto per localizzare la prigione del Duce, sottolineando come la partecipazione al blitz aereo gli fu concessa da Student proprio come riconoscimento per questo lavoro d’indagine[113].
L’autore riporta la fondamentale dichiarazione del Major Harald Mors («Negare i suoi risultati nella fase preliminare della missione e nelle indagini sarebbe ingiusto»[114]) e la testimonianza del paracadutista Nicolás Hoelscher («È vero che Skorzeny completò pienamente la sua missione di scovare dove si trovasse il Duce, un elemento fondamentale dell’operazione»[115].
L’intuizione dello stratagemma del generale del corpo metropolitano di PS Soleti. L’autore attribuisce a Skorzeny (e al suo aiutante Karl Radl) l’iniziativa di prelevare e portare a bordo dell’aliante n. 4 il generale Fernando Soleti[116].
Sebbene l’azione fosse forzata, l’idea di utilizzare un generale italiano in uniforme come “scudo psicologico”, per intimare alla guarnigione di non sparare, si rivelò un’intuizione efficace per paralizzare la reazione dei carabinieri e dei poliziotti posti a difesa dell’hotel [117].
L’audacia e la prontezza d’azione sul campo: González López riconosce a Skorzeny spregiudicata vitalità e coraggio fisico.
Dopo l’atterraggio dell’aliante pilotato dal Leutnant Elimar Meyer-Wehner – che aveva deciso in piena autonomia la virata in picchiata – Skorzeny fu lesto nello sfruttare l’effetto sorpresa, precipitandosi per primo nell’albergo ed irrompendo nella stanza 201 per prendere in consegna Mussolini.
Al contempo, González López smentisce categoricamente le narrazioni propagandistiche di Skorzeny relative a presunti violenti scontri a fuoco con mitragliatrici o alianti distrutti nell’impatto col terreno, dimostrando che l’assalto si svolse nell’arco di soli 15 minuti, in totale assenza di resistenza armata e che l’unico colpo fu esploso accidentalmente dall’Oberjäger Willi Irrgang all’uscita dall’aliante[118].
La presa in consegna formale del Duce e dell’edificio avvenne unicamente con l’ascesa da Assergi del Major Harald Mors, via funivia[119].
12.5 L’analisi tattico-militare di Robert Forczyk
Nel suo saggio Rescuing Mussolini: Gran Sasso 1943[120], lo storico ed ex ufficiale dei mezzi corazzati americano Robert Forczyk conduce un’analisi rigorosa della dottrina tattico-militare dell’operazione, ricollocando Skorzeny nel suo effettivo profilo di ufficiale SS, privo fino ad allora di reale esperienza di combattimento e comandante di un reparto – lo SS-Jäger-Bataillon 502 – addestrato per il sabotaggio clandestino, non per l’assalto in armi[120].

Basandosi su queste premesse, Forczyk bolla Skorzeny come “un consumato e sfacciato bugiardo”[121], a causa delle sistematiche invenzioni propagandistiche contenute nelle sue memorie.
Sottopone poi a una critica radicale la condotta di Student, mettendo in rilievo alcune valutazioni errate del Generaloberst della Luftwaffe. Tali valutazioni ebbero ripercussioni profonde sia sul piano operativo sia sulla successiva gestione politica dell’Operazione Eiche.
In primo luogo, l’errore politico commesso da Student e il conseguente danno all’efficienza bellica, affidando a Skorzeny la missione sussidiaria di liberare la famiglia di Mussolini a Rocca delle Caminate.
Missione che Skorzeny affidò all’Untersturmführer Hans Mändel, al comando di un distaccamento di 18 uomini, con ordine di muovere alle 14.00, in coincidenza con l’assalto principale. Il che fornì al capitano delle SS il pretesto per imporsi anche nell’assalto aereo.
La presa di decisione del comandante dell’XI.Fliegerkorps si rivelò un errore, poiché in questo modo gli uomini di Skorzeny finirono per essere coinvolti nella fase d’attacco dell’operazione e non solo in quella di ricerca[122].
Forczyk critica anche il cedimento di Student verso Himmler, che costrinse il Major Mors a rimpiazzare 17 paracadutisti veterani già addestrati e assegnati alla missione con 17 uomini delle SS del tutto privi di preparazione negli aviosbarchi, impoverendo l’efficienza bellica del contingente per sole ragioni di opportunità politica[123].
Per quanto riguarda la pianificazione e le responsabilità di comando, Forczyk rileva che la pianificazione aerea e terrestre fu opera esclusiva di Mors, Langguth e von Roon, su mandato di Student [124].
Skorzeny partecipò al raid solo con la qualifica informale di «osservatore» – lo stesso Student ne definì la posizione priva di qualsiasi autorità gerarchica o operativa sulle truppe [124].
Viene poi smentita la narrazione di Skorzeny su presunti scontri a fuoco con mitragliatrici.
L’assalto si svolse in meno di 15 minuti senza alcun contrattacco organizzato dalle guardie italiane, colte di sorpresa, eccetto un colpo partito per errore da un paracadutista tedesco all’uscita dal proprio aliante[125].
Inoltre, Forczyk evidenzia la decisività strategica della colonna motorizzata di Mors, che raggiunse Assergi con un percorso deliberatamente più lungo per evitare Tivoli e predispose un blocco stradale, sventando l’eventuale contrattacco della 24ª Divisione di Fanteria italiana Pinerolo, di stanza a L’Aquila[126].
Infine, l’imbarco forzato di Skorzeny sul Fieseler Fi 156 Storch guidato dall’Hauptmann Gerlach viene giudicato un azzardo ingiustificato dettato dalla vanità ed egocentrismo del comandante delle SS.
Il decollo con tre uomini a bordo di un velivolo biposto, lungo un’improvvisata breve pista ricavata da una striscia di terreno accidentato, danneggiò il carrello, mettendo a grave rischio la vita dello stesso Mussolini e del pilota [127].
In conclusione, Forczyk documenta come i meriti dell’operazione, opera soprattutto dei paracadutisti della Luftwaffe, furono usurpati dalla propaganda nazista e dalle SS di Himmler e Goebbels già nei giorni immediatamente successivi al raid [128].
12.6 L’analisi bilanciata di Stuart Smith
Nella sua monumentale biografia critica Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple [129], lo storico britannico Stuart Smith conduce una sistematica e rigorosa demolizione della narrativa gonfiata e auto-celebrativa costruita da Skorzeny attorno alla liberazione di Mussolini.

Smith dimostra in modo inconfutabile che Skorzeny non fu affatto il «cervello» o l’ideatore della pianificazione tattica – concepita interamente dal generale Kurt Student e dal Major Harald Mors – né il comandante militare dell’assalto aereo, la cui guida apparteneva strettamente all’Oberleutnant Georg von Berlepsch, né il pilota del rischioso decollo dallo Storch, eseguito con assoluta maestria da Heinrich Gerlach [130].
Tuttavia, allorché Smith giunge a tracciare una valutazione complessiva e storiograficamente bilanciata dell’intero iter del raid, riconosce apertamente che la presenza, la determinazione incrollabile e l’iniziativa personale di Skorzeny furono indiscutibilmente determinanti, in alcuni aspetti cruciali, per l’esito vittorioso dell’operazione[131].
In primo luogo, Smith evidenzia il contributo fondamentale fornito da Skorzeny e dalla sua struttura di intelligence nell’accumulo, coordinamento e verifica delle informazioni sulla localizzazione di Mussolini[132].
Già nell’agosto 1943, quando Student, assorbito dal deteriorarsi della situazione a Roma, decise di affidargli la prosecuzione delle ricerche, Skorzeny vi si gettò – secondo le parole dello stesso Student – «con fanatismo e una sorprendente energia», ottenendo in breve tempo i primi risultati concreti.
Fu questa tenacia a portare, nei giorni immediatamente precedenti l’armistizio dell’8 settembre, all’intercettazione decisiva del messaggio del generale Gueli e al conseguente riscontro sull’Albergo di Campo Imperatore [133].
In secondo luogo, Smith individua nell’azione istintiva e nell’azzardo tattico di Skorzeny sul Campo Imperatore il vero e proprio punto di svolta sul piano esecutivo [134].
Trovatosi casualmente in testa alla formazione aerea a causa dell’incomprensione dei piloti sopra Tivoli, Skorzeny si trovò nella posizione di dover gestire la fase più delicata dell’atterraggio.
Su questo punto, tuttavia, Smith mette a confronto due testimonianze inconciliabili: Skorzeny sostenne di aver personalmente guidato il pilota, Leutnant Elimar Meyer, verso la zona di atterraggio, tagliando un’apertura nella fusoliera dell’aliante, per orientarlo visivamente[135]; Meyer, dal canto suo, bollò questa versione come «assurda», sostenendo che fu lui, di propria iniziativa e senza alcun intervento di Skorzeny, ad accorgersi che l’area prevista era in realtà un ripido pendio anziché un prato pianeggiante, e a virare bruscamente impiegando il paracadute frenante per fermare il velivolo a soli quaranta metri dall’hotel [136].
Subito dopo l’impatto, la decisione di Skorzeny di ordinare ai suoi uomini di non sparare se non sotto provocazione diretta – unitamente all’impiego del generale Soleti come scudo psicologico – si trasformò in un «bluff eroico» (heroic bluff) di straordinaria efficacia [137].
Smith sottolinea opportunamente che, se l’assalto fosse stato condotto unicamente dai paracadutisti della Luftwaffe guidati da Berlepsch, secondo la pura dottrina militare dei Fallschirmjäger, questi ultimi avrebbero aperto il fuoco immediatamente all’uscita dagli alianti per saturare l’area.
In tal caso, la guarnigione italiana, dotata di armi automatiche, avrebbe reagito violentemente, scatenando uno scontro sanguinoso che avrebbe potuto causare numerose vittime o spingere le guardie a eliminare Mussolini prima di essere sopraffatte.
L’ordine di Skorzeny di non sparare e l’immediata irruzione paralizzarono psicologicamente i difensori senza che fosse versata una sola goccia di sangue[138].
Assicurato il prigioniero, Skorzeny monopolizzò la scena: distribuì vino ai propri uomini e ai carabinieri italiani e posò per le telecamere della Propaganda Kompanie al fianco di Mussolini, mentre von Berlepsch – furibondo per essere stato scavalcato nella gestione dell’operazione – non si recò nella stanza del Duce per congratularsi se non dopo quaranta minuti[139].
Smith riconosce che Skorzeny fu il pioniere di una nuova dimensione delle operazioni speciali: l’integrazione dell’obiettivo militare d’assalto con una consapevole strategia di guerra psicologica, politica e di pubbliche relazioni[140].
Comprendendo istintivamente che la liberazione incruenta di un bersaglio politico ad alto valore (high-value target) valeva quanto una vittoria sul campo di un’intera armata, Skorzeny sfruttò la presenza delle telecamere e dei cineoperatori della Propaganda Kompanie per trasformare l’azione tattica in un trionfo mediatico d’impatto globale[141].
Tale trionfo mediatico si consumò quella sera stessa a Vienna, dove Skorzeny ricevette le congratulazioni telefoniche di Himmler, Göring e Keitel e, a mezzanotte, la telefonata dello stesso Hitler, che gli comunicò la concessione della Ritterkreuz des Eisernen Kreuzes e la promozione a SS-Sturmbannführer.
Il mito di Skorzeny, conclude Smith, «iniziò presto a vivere di vita propria», sostenuto dalla potente propaganda di Himmler, Kaltenbrunner, Schellenberg e Goebbels, con il cinegiornale Die Deutsche Wochenschau che gli riservò più tempo sullo schermo di chiunque altro, eccetto lo stesso Mussolini [142].
Smith sintetizza questa valutazione richiamando anche la celebre conclusione dell’ammiraglio William H. McRaven: sebbene dal punto di vista burocratico e dottrinale Skorzeny fosse un «aggregato» insubordinato privo di comando formale, la sua presenza fisica, la sua spregiudicata prontezza e la sua audacia sul Gran Sasso furono gli elementi materiali che garantirono il successo incruento della missione.
Senza l’iniziativa di Skorzeny, conclude Smith, il raid del Gran Sasso non si sarebbe svolto con la medesima efficacia o avrebbe richiesto un prezzo di sangue infinitamente più alto per entrambe le parti[143].
12.7 L’analisi dottrinale di William H. McRaven
Come anticipato supra, la valutazione di Smith trova un contrappunto significativo nell’analisi di William H. McRaven – allora Commander della Marina statunitense, e solo decenni più tardi comandante del Joint Special Operations Command (JSOC) – che vale approfondire nel dettaglio.

McRaven espone la propria teoria delle operazioni speciali nella tesi di MA The Theory of Special Operations [144], dedicando il Capitolo V, “Operation Oak: The Rescue of Benito Mussolini”, al raid del Gran Sasso [145], ed esaminando la figura di Otto Skorzeny non attraverso la lente della polemica storiografica, bensì attraverso l’applicazione rigorosa del proprio modello teorico.
Alla base della dottrina di McRaven vi è il concetto di relative superiority: la condizione che si determina quando una forza d’attacco, generalmente inferiore per numero, ottiene un vantaggio decisivo su un difensore più numeroso e meglio armato [146].
La superiorità relativa si raggiunge riducendo al minimo la durata dell’Area of Vulnerability – la finestra temporale, rischiosissima, che intercorre tra l’inizio dell’avvicinamento e il consolidamento dell’obiettivo[147] – attraverso sei principi cardine, che McRaven deriva dal confronto tra otto casi storici[148].
Tali principi si articolano nella semplicità (simplicity), intesa come riduzione degli obiettivi al minimo vitale, intelligence accurata e innovazione tattica[149]; nella sicurezza (security), volta all’occultamento dei tempi e delle modalità d’attacco fino al momento dell’impatto [150]; nella ripetizione (repetition), fondata su prove ed esercitazioni per ridurre gli attriti della guerra [151]; nella sorpresa (surprise), orientata allo sfruttamento del fattore tempo, dell’inganno e dei punti deboli del difensore [152]; nella velocità (speed), concepita come movimento fulmineo attraverso l’area di vulnerabilità [153]; e infine nello scopo (purpose), che richiede una chiarezza assoluta dell’obiettivo primario, senza distrazioni secondarie [154].
A questi sei principi McRaven affianca, distinguendoli esplicitamente, quattro fattori morali – coraggio (courage), intelletto (intellect), audacia (boldness) e perseveranza (perseverance), che McRaven riconduce esplicitamente a Clausewitz – che intervengono non per determinare il raggiungimento della superiorità relativa, ma per sostenerla una volta ottenuta [155].
Applicando questi principi al 12 settembre 1943 a Campo Imperatore, McRaven scompone l’operazione nelle sue componenti dottrinali.
L’annullamento della vulnerabilità avvenne tramite l’uso degli alianti DFS 230, in luogo del lancio con paracadute – scartato per l’altitudine e l’esiguità della zona di sbarco – che permise di comprimere drasticamente i tempi di avvicinamento, riducendo l’esposizione della forza d’assalto rispetto a un’ipotetica risalita via terra [156].
Skorzeny e il generale Soleti viaggiavano a bordo del terzo aliante, mentre il quarto trasportava Radl e il resto della squadra [157]; il velivolo si arrestò a circa trenta iarde – poco più di venticinque metri – dall’hotel, dopo che il terreno si era rivelato non il prato atteso ma un pendio scosceso e ingombro di massi [158].
La sorpresa operò come una formidabile arma psicologica: la guarnigione italiana, stimata da McRaven tra i duecento e i duecentocinquanta uomini tra soldati e carabinieri [159], fu paralizzata da due accorgimenti deliberati, ovvero l’ordine impartito da Skorzeny ai propri uomini di non aprire il fuoco se non attaccati per primi e la presenza a bordo del generale Fernando Soleti, la cui vista bastò a indurre i carabinieri e i poliziotti ad abbassare le armi già spianate contro gli assalitori [160].
Si deve proprio a questa combinazione, e non alla potenza di fuoco tedesca, tutt’altro che schiacciante, tanto che in uno scontro aperto i tedeschi avrebbero potuto avere la peggio, se gli italiani non riuscirono a organizzare una difesa coordinata.
12.7.1 Il giudizio di McRaven sul ruolo di Skorzeny
È in una nota a piè di pagina, inserita nel sottoparagrafo dedicato al principio di semplicità, che McRaven formula la propria valutazione, tanto sintetica quanto netta, sul merito reale della partecipazione di Skorzeny all’operazione.
McRaven dà atto che, a missione conclusa, tanto Mors quanto lo stesso generale Student lamentarono che il ruolo di Skorzeny fosse stato sopravvalutato a scapito del battaglione paracadutisti; riconosce che Mors ebbe un ruolo significativo sia nella pianificazione sia nell’esecuzione dell’operazione, ma osserva che fu comunque Skorzeny a condurre personalmente la ricognizione aerea, ad atterrare per primo al Gran Sasso, a gestire il generale Soleti e a raggiungere per primo Mussolini [161].
Ne trae una conclusione tanto provocatoria quanto netta:
«Stabilire se Skorzeny fosse uno “straphanger” o la “mente” dell’operazione è irrilevante. In definitiva, il successo derivò dalle azioni di Skorzeny al Gran Sasso, e non da quelle di Mors» [162].
La struttura logistica dell’operazione – alianti, aerei da traino, colonna di terra su Assergi – fu indubbiamente concepita da Student e affidata, per la componente di terra, a Mors [163]; ma nella dottrina delle operazioni speciali la pianificazione da sola non decide l’esito di una missione, che si gioca piuttosto nel momento in cui la forza d’assalto, ridotta all’iniziativa dei singoli uomini sul terreno, deve convertire l’incertezza in vantaggio decisivo.
In quest’ottica, l’aver condotto la ricognizione, l’essere atterrato per primo e l’aver raggiunto per primo il prigioniero sono, per McRaven, fatti che pesano più della paternità dell’idea originaria.
12.8 La condotta di Skorzeny nella logica dell’Auftragstaktik
Sul piano dell’analisi militare, l’azione di Skorzeny durante l’Operazione Eiche può essere letta come un’applicazione della dottrina dell’Auftragstaktik (la tattica degli ordini orientati alla missione), confermando sul campo la celebre massima di Helmuth von Moltke il «Vecchio», secondo cui l’incertezza e l’attrito dominano inevitabilmente il campo:
«Nessun piano di operazioni sopravvive con reale certezza oltre il primo scontro con la forza principale del nemico» [164].
Di fronte all’imprevedibilità dello scontro, Skorzeny esercitò una spiccata iniziativa personale attraverso tre scelte che si rivelarono decisive.
Sbarcato dall’aliante, penetrò d’iniziativa sul retro dell’albergo per disarmare il radiotelegrafista e distruggerne l’apparecchio, interrompendo sul nascere i collegamenti radio del presidio.
Eludendo la prassi che avrebbe imposto di attendere il consolidamento del perimetro da parte dei paracadutisti, puntò dritto alla stanza 201 – lo Schwerpunkt tattico – sottraendo Mussolini alla custodia delle guardie prima che potessero riorganizzarsi.
L’insistenza infine a imbarcarsi sullo Storch, nonostante il gravissimo sovraccarico, rispose alla logica dell’assunzione di responsabilità estrema, legando la propria sorte fisica a quella di Mussolini fino all’atterraggio a Pratica di Mare.
Questo approccio basato sulla leadership dal basso è stato ampiamente esaminato dalla storiografia militare moderna, che ne evidenzia il legame con la superiorità del rendimento tattico tedesco, fondato sulla delega dell’autorità e sulla flessibilità decisionale [165].
12.9 La propaganda di Goebbels e il moltiplicatore di forze
L’eccezionale successo dell’Operazione Eiche fu immediatamente monopolizzato dalla macchina propagandistica del Terzo Reich.
Il ministro della Propaganda Joseph Goebbels orchestrò una massiccia campagna di stampa e radio incentrata esclusivamente su Skorzeny e sul coraggio delle SS, mettendo in ombra il ruolo determinante di Student, dei piloti della Luftwaffe e, soprattutto, di Mors e dei suoi paracadutisti, che avevano pianificato, ordinato ed eseguito l’intera operazione, aerea e terrestre [166].
Ciò non significa, tuttavia, che l’operazione propagandistica di Goebbels vada considerata un mero esercizio di mistificazione fine a se stesso: essa costituisce a tutti gli effetti un dominio operativo e un force multiplier («moltiplicatore di forze»), capace di condizionare l’andamento del conflitto in una fase di estrema criticità [167].
Dopo il disastro di Stalingrado, il fallimento dell’offensiva di Kursk e la perdita della Sicilia, il Reich necessitava di un successo spettacolare per scuotere l’opinione pubblica interna ed estera.
La liberazione di Mussolini rispose, in quest’ottica, a tre obiettivi strategici: il ripristino della credibilità militare tedesca agli occhi di nazioni neutrali o nemiche, presentando il raid come un’impresa d’avanguardia capace di dimostrare che l’efficienza della macchina militare tedesca restava intatta nonostante i ripiegamenti sul campo; un segnale di deterrenza e fedeltà rivolto agli alleati vacillanti dell’Asse – in primis l’Ungheria di Horthy e la Romania di Antonescu –, quale monito esplicito contro ogni tentativo di emulare il «tradimento» dei Savoia; e infine la polarizzazione etico-politica tra la lealtà del Reich e la slealtà del governo Badoglio.
In questo modo, l’uso magistrale della narrazione mediatica permise a Berlino di colmare il divario tra la complessa realtà di una guerra di logoramento e la percezione globale di un Terzo Reich ancora capace di colpire ovunque.
12.10 Il raid e le teorie moderne: strategic narratives e cognitive warfare
Il caso appena esposto – un evento tattico trasformato in arma cognitiva attraverso il controllo della narrazione, e la contro-narrazione che vi si oppose – permette oggi una lettura più profonda alla luce delle più recenti teorie sulla strategic narratives e sulla cognitive warfare, pur nella consapevolezza che si tratta di griglie interpretative elaborate in contesti storici e dottrinali successivi, applicate qui in chiave retrospettiva.
Negli scenari di guerra ibrida contemporanei, la capacità di fondere strumenti convenzionali, irregolari e informativi in un’unica azione simultanea resta uno strumento fondamentale per compensare l’inferiorità materiale sul campo [168].
Applicando retrospettivamente questo schema interpretativo, si può osservare come la propaganda goebbelsiana prefiguri – pur restando ovviamente estranea al lessico teorico contemporaneo – l’articolazione su più livelli descritta, decenni più tardi, da Alister Miskimmon, Ben O’Loughlin e Laura Roselle.
Secondo questi autori, le strategic narratives agiscono come vettori strutturanti attraverso cui gli attori politici modellano le relazioni internazionali, articolandosi su tre livelli tra loro interagenti: la system narrative (la tenuta dell’alleanza dell’Asse sul fronte meridionale e la capacità del Reich di proiettare forza e proteggere gli alleati); la identity narrative (la lealtà e l’onore del soldato tedesco contrapposti alla viltà e al tradimento del Re e del governo Badoglio); e la issue/policy narrative (la legittimità di Mussolini contro l’usurpazione sabauda) – ed è propriamente a questo livello, più che alla logica della guerra ibrida, che va ricondotta la dimensione morale e valoriale della narrazione bellica [169].
Il modello teorico sviluppato da François du Cluzel per la NATO permette inoltre di leggere l’azione di Goebbels come un’anticipazione, ante litteram, della manipolazione mirata della cognizione del bersaglio da lui teorizzata [170].
Goebbels trasformò l’evento reale del Gran Sasso in un’arma psicologica destinata ad alterare i processi percettivi del nemico, compensando l’inferiorità sul campo mediante la proiezione di una realtà costruita ad hoc, in un meccanismo che la letteratura più recente sulla disinformazione descriverebbe come assenza deliberata di impegno verso la realtà oggettiva [171].
Infine, applicando i paradigmi sviluppati da John Arquilla e David Ronfeldt sulla centralità delle narrazioni nei conflitti dell’età dell’informazione – teorici che annoverano essi stessi, tra i precedenti storici di un uso “oscuro” del potere immateriale – emerge come il controllo della percezione costituisca una componente strategica imprescindibile dei conflitti, sintetizzata nella loro stessa formula secondo cui il fattore decisivo delle guerre contemporanee è, in ultima istanza, «whose story wins» [172].
Nel 1943 dominare la percezione della realtà si rivelò uno strumento di combattimento non meno letale di una divisione corazzata schierata sul campo.
CONCLUSIONE
Fatto operativo e trasfigurazione propagandistica
L’Operazione Eiche nasce in risposta alla profonda crisi strategica del Terzo Reich.
Le direttive del luglio 1943 riflettono l’urgenza di compensare il collasso a Est (Stalingrado, Kursk) e lo sbarco alleato in Sicilia con un’azione dal forte impatto simbolico. Più che un’iniziativa isolata, il piano fu il prodotto di simultanee pressioni militari, istituzionali e politiche.
Sul fronte dell’intelligence, i tedeschi sfruttarono le vulnerabilità comunicative italiane per tracciare i trasferimenti di Mussolini, eludendo i depistaggi del SIM. Tale vantaggio informativo preparò il terreno, ma fu sul campo – durante la kinetic action capitalizzata da Otto Skorzeny – che si concretizzò la relative superiority.
Questa fulminea esecuzione tattica fornì l’archetipo storico per la teoria delle Operazioni Speciali formalizzata decenni dopo da McRaven.
Restituire l’Operazione Eiche alla realtà storica non significa, in definitiva, capovolgere semplicemente il mito in un suo negativo.
È indubbio che Skorzeny abbia amplificato, manipolato e in alcuni casi inventato episodi per costruire la propria immagine pubblica di liberatore del Duce; ma l’analisi incrociata delle fonti mostra anche un ufficiale sul campo che agì con reale, verificabile e lucida iniziativa tattica.
Fu lui il primo a raggiungere Mussolini, lui a impedire l’innesco di uno scontro a fuoco letale e lui ad accettare consapevolmente il rischio di un decollo quasi impossibile pur di non separarsi dal target da proteggere – compito affidatogli personalmente da Hitler.
La sua partecipazione alla riuscita del raid fu dunque tanto reale quanto la sua leggenda fu costruita.
I due piani – il fatto operativo concreto e la sua trasfigurazione propagandistica, funzionale alle esigenze politiche del Reich nel 1943 – vanno tenuti analiticamente distinti, senza che l’uno debba essere sacrificato all’altro in nome di un facile revisionismo di segno opposto a quello goebbelsiano.
Il vero moltiplicatore di forza dell’operazione fu tuttavia un altro: la sua trasformazione in una schiacciante «superiorità propagandistica» ne costituì l’elemento decisivo, anticipando le attuali forme di conflitto nel dominio cognitivo, oggi definite cognitive warfare e narrative warfare.
Goebbels strumentalizzò l’assalto per dominare lo spazio informativo: restaurò il mito dell’invincibilità tedesca, celebrò Skorzeny come eroe mediatico e strutturò in modo mirato una narrazione per dissuadere altri alleati dall’emulare la defezione di Badoglio.
Il bilancio storiografico moderno ci consegna dunque una verità complessa.
Skorzeny non fu l’architetto né il comandante esclusivo dell’impresa. Si rivelò tuttavia l’ingranaggio indispensabile.
Fu tale ingranaggio a trasformare un’operazione militare ad altissimo rischio in uno dei successi strategici e mediatici più clamorosi della Seconda guerra mondiale.
L’Unternehmen Eiche fu sia una pietra miliare nella storia delle forze speciali, sia una pionieristica campagna manipolatoria, in cui il controllo della narrazione assunse valenza strategica assoluta.
Leggi anche: “12 settembre 1943: Unternehmen Eiche “Operazione Quercia” (prima parte)“, “19 luglio 1943: il Summit di Feltre tra Mussolini e Hitler” e “25 luglio 1943: la caduta di Mussolini e le reazioni di Hitler“
NOTE
[93] Benoît Rondeau, Otto Skorzeny. Des commandos SS au Mossad, Perrin, 2025.
[94] Ivi, p. 102.
[95] Ivi, p. 114.
[96] Ivi, p. 120.
[97] W. van den Brandhof, Hitlers parachutistengeneraal. Kurt Student (1890-1978): een militaire biografie (Hilversum: Verloren, 2019).
[98] Ivi, p. 203.
[99] Cfr. Van den Brandhof, Hitlers parachutistengeneraal, cit., pp. 9-36.
[100] C.S.D.I.C. (U.K.) G.G. Report. S.R.G.G. 1290 (C). Information received: 9 Jun 45, TNA WO 208/4170, cit. in W. van den Brandhof, Hitlers parachutistengeneraal, cit., p. 191.
[101] Ibidem, TNA WO 208/4170, cit. in Van den Brandhof, Hitlers parachutistengeneraal, cit., p. 191; cfr. anche R. Götzel, Generaloberst Kurt Student und seine Fallschirmjäger, pp. 410-413.
[102] Van den Brandhof, Hitlers parachutistengeneraal, cit., p. 192. Le versioni di Student (fuga a nuoto in solitaria) e di Skorzeny (abbattimento nemico, salvataggio via nave, sabotaggio) sono smentite da un radiomessaggio tedesco coevo, intercettato dagli inglesi, secondo cui l’intero equipaggio fu tratto in salvo e Skorzeny riportò solo lievi ferite.
[103] Ivi, p. 194.
[104] Ivi, p. 196. La confutazione del ruolo di Mors è attribuita dall’autore a G. Annussek, Hitler’s Raid to Save Mussolini. The Most Infamous Commando Operation of World War II (Cambridge, 2005, p. 205).
[105] Ivi, p. 196.
[106] Van den Brandhof, Hitlers parachutistengeneraal, cit., p. 197.
[107] Ivi, p. 198.
[108] Ibidem, p. 198.
[109] Ó. González López, Freeing Mussolini! Dismantling the Skorzeny Myth in the Gran Sasso Raid (Barnsley: Pen & Sword Military, 2018).
[110] Ivi, p. 7.
[111] Ivi, p. 27.
[112] Ivi.
[113] Ivi, p. 28.
[114] Ivi, p. 79.
[115] Ivi, p. 80.
[116] Ivi, p. 34. Secondo altre fonti, il generale Fernando Soleti apparteneva alla PAI (Polizia dell’Africa Italiana o ai Carabinieri (NdA).
[117] Ivi, p. 35.
[118] Ivi, p. 48.
[119] Ivi, p. 54.
[120] Robert Forczyk, Rescuing Mussolini: Gran Sasso 1943, Osprey Publishing, Oxford, 2010, pp. 7-8. La denominazione SS-Jäger-Bataillon 502 è qui usata da Forczyk in modo retrospettivo: al momento del raid l’unità si chiamava ancora Sonderverband z.b.V. “Friedenthal” (NdA).
[121] Ivi, p. 13.
[122] Ivi, p. 23.
[123] Ivi, p. 25. Il volume riporta 17 uomini delle SS di Skorzeny inseriti nell’assalto; in realtà le SS erano in totale 18 comprendendo anche lo stesso Skorzeny e il suo aiutante Radl (NdA).
[124] Ivi, pp. 19-20 (pianificazione di Mors, Langguth e von Roon) e p. 25 (Skorzeny «osservatore»).
[125] Ivi, pp. 39-40, 48.
[126] Ivi, pp. 28-29.
[127] Ivi, p. 53.
[128] Ivi, pp. 54-55.
[129] Stuart Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, Bloomsbury, Londra, 2018, pp. 6-7: l’autore ribalta esplicitamente l’idea di Skorzeny come «mastermind» dell’operazione («Was he not the mastermind and leader of the operation? In fact, he was neither»).
[130] Ivi, pp. 68-69 (pianificazione di Student e Mors, comando di Berlepsch) e pp. 76-77 (decollo dello Storch pilotato da Gerlach).
[131] Ivi, pp. 80-82.
[132] Ivi, pp. 63-65.
[133] Ivi, p. 63: Student ricorda che Skorzeny «threw himself into this new assignment with fanaticism and astounding energy» (episodio dell’agosto 1943, ricerca di Mussolini a La Maddalena); pp. 64-65 per l’intercettazione del messaggio di Gueli (5-7 settembre) e il riscontro su Campo Imperatore, nei giorni immediatamente precedenti l’armistizio dell’8 settembre.
[134] Ivi, pp. 71-72 (formazione in testa per errore di rotta presso Tivoli).
[135] Ivi, p. 72: Skorzeny sostiene di aver guidato Meyer «through a hole he slashed in the glider’s fabric».
[136] Ivi, p. 72: Meyer definisce la versione di Skorzeny «assurda» e rivendica la manovra come propria iniziativa.
[137] Ivi, pp. 72-73.
[138] Ivi, pp. 73, 81-82.
[139] Ivi, p. 75.
[140] Ivi, p. 82.
[141] Ivi, pp. 80-81.
[142] Ivi, pp. 77-79 (arrivo a Vienna, telefonata di Hitler, promozione a Sturmbannführer, citazione sul mito e sulla Wochenschau).
[143] Ivi, pp. 330-331 (citazione di McRaven: «Whether Skorzeny was a straphanger or the mastermind of the operation is inconsequential. Ultimately success resulted from Skorzeny’s action at Gran Sasso and not from Mors’s»).
[144] William H. McRaven, The Theory of Special Operations, tesi di master, Naval Postgraduate School, Monterey (CA), 1993. Cfr. anche William H. McRaven, Spec Ops: Case Studies in Special Operations Warfare: Theory and Practice, Novato (CA), Presidio Press, 1995 (rist. 1996), cap. 5. Ammiraglio della US Navy, McRaven è stato comandante dell’US Special Operations Command dal 2011 al 2014. Nel 2011, in qualità di Viceammiraglio, pianificò l’Operation Neptune Spear (Operazione Lancia di Nettuno), ovvero l’uccisione di Osama bin Laden in Pakistan, operazione che presenta analogie impressionanti con il raid di Skorzeny al Gran Sasso.
[145] Ivi, p. 251.
[146] Ivi, pp. 6-7.
[147] Ivi, pp. 10-11.
[148] Ivi, p. 11.
[149] Ivi, pp. 16-19.
[150] Ivi, pp. 20-21.
[151] Ivi, pp. 22-23.
[152] Ivi, pp. 26-27.
[153] Ivi, pp. 28-32.
[154] Ivi, pp. 33-36.
[155] Ivi, pp. 7-8.
[156] Ivi, pp. 278-279.
[157 Ivi, p. 304 (aliante n. 3, con Soleti) e p. 288 (Radl, aliante n. 4). La numerazione riportata da McRaven si riferisce alla posizione all’interno delle singole Ketten (squadriglie formate da tre velivoli ciascuna): Skorzeny e Radl facevano parte della seconda Kette, dove Skorzeny — alla guida della squadriglia — occupava l’aliante n. 4, mentre Radl e il generale Soleti erano sull’aliante n. 5, e sull’aliante n. 6 viaggiavano altri uomini del reparto. In fase di atterraggio, l’aliante di Skorzeny mantenne la sua assegnazione originaria di n. 4, risultando cronologicamente il primo a toccare terra, a causa dell’errore di rotta su Tivoli, che aveva portato la sua Kette in testa alla formazione (NdA).
[158] Ivi, pp. 284-285.
[159] Ivi, pp. 279-280, 303 (stima della guarnigione italiana).
[160] Ivi, p. 285 (ordine di non sparare) e p. 286 (Soleti riconosciuto dai carabinieri).
[161] Ivi, pp. 299-300 (nota al principio di Simplicity).
[162] Ivi, pp. 299-300.
[163] Ivi, pp. 278-280.
[164] Helmuth von Moltke, Militärische Werke, Band 2, Berlin, Mittler & Sohn, 1900, p. 291. Per l’Auftragstaktik come pilastro della dottrina tattica prussiana e tedesca, cfr. R.M. Citino, The German Way of War: From the Thirty Years’ War to the Third Reich, Lawrence (KS), University Press of Kansas, 2005, pp. 232-270; M. van Creveld, Command in War, Cambridge (MA), Harvard University Press, 1985, pp. 148-185.
[165] Cfr. M. van Creveld, Command in War, cit.; R.M. Citino, The German Way of War, cit.; R.E. Simpkin, Race to the Swift: Thoughts on Twenty-First Century Warfare, London, Brassey’s Defence Publishers, 1985. Sul legame tra Auftragstaktik e la superiorità tattica tedesca nel quadro delle operazioni convenzionali, cfr. anche T. Dupuy, A Genius for War: The German Army and General Staff, 1807-1945, Englewood Cliffs (NJ), Prentice-Hall, 1977.
[166] Karl Radl, Befreier fallen vom Himmel: Otto Skorzeny, Unternehmen “Eiche”, Neuschwabenland Archiv, 1951, pp. 230-231. Significativamente, questa monopolizzazione non restò incontestata all’interno dello stesso apparato militare tedesco: una settimana dopo il raid (“eine Woche nachher”), i corrispondenti di guerra della Luftwaffe Bruno von Kayser e Toni Schneiders organizzarono e filmarono sul Gran Sasso una ricostruzione dell’assalto che, montata con le immagini reali del 12 settembre, censurava del tutto la presenza di Skorzeny e delle SS, restituendo l’azione come un successo esclusivo dei Fallschirmjäger. E qualche tempo dopo, riporta ancora Radl, sull’Illustrierter Beobachter apparve una foto con la didascalia “Der Duce im Gespräch mit seinem Befreier” (“Il Duce in colloquio con il suo liberatore”), che attribuiva il merito della liberazione al maggiore Mors. A questa seguì la trasmissione radiofonica di Goebbels, il quale corresse la narrazione a favore di Skorzeny.
[167] P.M. Taylor, Munitions of the Mind: A History of Propaganda from the Ancient World to the Present Era, Manchester, Manchester University Press, 2003, 3ª ed. (in partic. cap. 25, “The Gulf War of 1991”, pp. 285-297, e cap. 26, pp. 298-314); dello stesso autore, “Television: Force Multiplier or Town Crier in the Global Village?”. Cfr. inoltre N.J. O’Shaughnessy, Selling Hitler: Propaganda and the Nazi Brand, London, Hurst & Company, 2016. Sul concetto dottrinale in senso stretto, cfr. JP 1-02: Department of Defense Dictionary of Military and Associated Terms, Washington (DC), Joint Chiefs of Staff, 2010 e succ. ed.
[168] Cfr. F.G. Hoffman, Conflict in the 21st Century: The Rise of Hybrid Wars, Arlington (VA), Potomac Institute for Policy Studies, 2007; Id., «Hybrid Warfare and Challenges», Joint Force Quarterly, n. 52, 2009, pp. 34-39. In ambito NATO, cfr. anche NATO Allied Command Transformation, Understanding Hybrid Warfare, Newport (RI), Maritime Security Centre, 2015.
[169] A. Miskimmon, B. O’Loughlin, L. Roselle, Strategic Narratives: Communication Power and the New World Order, New York-London, Routledge, 2013. I trois livelli narrativi discussi nel testo — e qui applicati all’Operazione Eiche — costituiscono il nucleo del quadro teorico sviluppato nel cap. 1 del volume.
[170] B. Claverie, F. du Cluzel, The Cognitive Warfare Concept, NATO Allied Command Transformation Innovation Hub, Norfolk (VA), 2020-2021.
[171] Claverie, du Cluzel, op. cit. Cfr. anche C. Paul, M. Matthews, The Russian “Firehose of Falsehood” Propaganda Model: Why It Might Work and Options to Counter It, RAND Corporation, Santa Monica (CA), 2016 (RAND Perspectives, PE-198-OSD), sulla «lack of commitment to objective reality» come meccanismo strutturale.
[172] J. Arquilla, D. Ronfeldt, The Emergence of Noopolitik: Toward an American Information Strategy, RAND Corporation, Santa Monica (CA), 1999 (MR-1033-OSD), p. 53 (dove viene coniata l’espressione «whose story wins»); D. Ronfeldt, J. Arquilla, Whose Story Wins: Rise of the Noosphere, Noopolitik, and Information-Age Statecraft, RAND Corporation, Santa Monica (CA), 2020 (RAND Perspectives, PE-A237-1), p. 39 (su «cognitive wars»).

