La spesa per la difesa è da sempre una cartina di tornasole delle tensioni geopolitiche. Negli Stati Uniti, come tra gli alleati NATO, la percentuale del PIL destinata al comparto militare ha oscillato nel tempo in risposta a guerre mondiali, sfide sistemiche e crisi regionali.
Un dato ricorre in modo trasversale: la soglia del 4% del PIL. Quando la spesa la supera, raramente si tratta di tempi di pace, significa una sola cosa: guerra.
La storia lo dimostra con chiarezza. Eppure oggi, dopo il vertice dell’Alleanza appena concluso, si propone ufficialmente di puntare al 5% del PIL, senza dire contro chi. Perché non si ha il coraggio di chiarirlo?
Di fronte a una soglia così netta, non è solo questione di numeri: è questione di onestà politica e strategica.
C’erano una volta gli Stati Uniti…
All’alba del Novecento, gli USA dedicavano alla difesa meno dell’1% del PIL. Solo con la Prima Guerra Mondiale si toccano valori attorno al 13-14%, ma è nel secondo conflitto mondiale che si raggiunge il record assoluto: nel 1944-45 oltre il 37% dell’intero PIL americano era destinato alla macchina bellica. Dopo la guerra, la spesa cala, ma non più sotto il 3-4%: la Guerra Fredda impone una postura militare costante, con valori attorno all’8-10% negli anni ’50-’60 e un rimbalzo a circa il 6% negli anni ’80 con la presidenza Reagan.
Con il crollo dell’URSS si apre la stagione del “dividendo della pace”: tra il 1991 e il 2001 la spesa cala fino al 3% del PIL. Ma l’11 settembre cambia tutto. Lungo la “guerra al terrorismo”, tra Iraq e Afghanistan, si torna sopra il 4%, fino al 4,8% nel 2010. Eppure, è bene ricordarlo, in quei conflitti si combatteva contro avversari irregolari, ribelli tecnologicamente poco impegnativi, senza capacità aeree, navali né cyber. Per contrastarli, è bastato un livello di spesa appena sopra soglia.

L’Alleanza Atlantica e il nuovo standard
Dalla sua fondazione nel 1949, la NATO ha vissuto una traiettoria simile a quella dell’azionista di maggioranza ma più frammentata. Durante la Guerra Fredda, la media dei paesi membri era attorno al 3,2% del PIL, con picchi sopra il 4% negli anni ’50 e ’60. Negli anni ’90, con il venir meno della minaccia sovietica, le spese crollano: si passa dal 3,4% del 1991 a circa il 2,4% nel 1999. Con l’Afghanistan e l’Iraq si risale al 2,7% nel 2003 e oltre il 3% nel 2010. Ma è solo con la crisi ucraina del 2014 che l’Alleanza inizia a risvegliarsi sul piano delle spese.
Il dato più eloquente arriva nel 2024: secondo i dati ufficiali, la media NATO torna sopra il 2%, con 23 paesi che raggiungono o superano la soglia simbolica. Un traguardo impensabile solo dieci anni fa, e segno che la guerra in Europa orientale è percepita come minaccia esistenziale.
Nel Summit appena concluso, tuttavia, si è andati oltre: si è formalmente discusso l’obiettivo politico di lungo termine del 5% del PIL, con una ripartizione del 3,5% per capacità militari hard e dell’1,5% per resilienza civile e tecnologie dual-use.
Il 5% non è un valore da tempo di pace. Rappresenta uno sforzo finanziario colossale, sostenibile solo in presenza di uno scontro militare di alto profilo o nella sua immediata preparazione.

Storicamente, quella del 4% ha rappresentato la soglia tra normalità strategica e mobilitazione. Negli USA è stata superata solo in presenza di guerre aperte (WWI, WWII, Corea, Vietnam, Afghanistan/Iraq) o riarmi sistemici (anni ’80). Nella NATO, tranne nei picchi degli anni ’50, la quota è rimasta una soglia d’allarme raramente superata collettivamente.
Ma il mondo è cambiato. Le guerre oggi si combattono anche nel cyberspazio, con droni, missili ipersonici e logiche multi-dominio. Ecco perché il dato in percentuale sul PIL è solo un pezzo del quadro. Conta anche dove si spende, come si investe, cosa si prepara. E, soprattutto, quanto si è disposti a sacrificare per non dover combattere l’ennesima guerra troppo tardi.
Non serve dunque essere profeti per capire dove si va, basta leggere 125 anni di bilanci militari statunitensi: ogni volta che si è superato il 4%, c’è stata guerra. Ed ora si punta al 5%…
Immagini: NATO / Difesa Online / presidenza del consiglio dei ministri
