Rossella Cancila
Ed. Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ) 2023
pagg.151
“La rivolta, la peste, l’alluvione, la battaglia, il terremoto – oggetto di questo saggio – sono tutti eventi che accompagnavano e segnavano la vita delle comunità d’antico regime con effetti fortemente negativi sulla collettività”. Palermo, dove la professoressa Cancila insegna Storia moderna presso la locale Università e dove è ambientato questo suo lavoro, è quella dell’epoca in cui la città era “l’antica capitale di un regno a lungo protagonista della storia mediterranea”. Gli eventi analizzati “improntarono pesantemente le giornate, le ore, in cui si verificarono o si manifestarono, ma non solo quelle, perché lasciarono segni profondi a livello collettivo e a livello individuale, incisero sul piano istituzionale, sociale, economico, finanziario, persino culturale”. Mentre il vicerè risultava essere “assente, lontano, impegnato altrove, distratto”, ad affrontare le situazioni complesse era il pretore a capo dell’amministrazione civica e tutore della cittadinanza. La popolazione, dal proprio canto, era “generalmente disposta ad accettare restrizioni a tutela del benessere e della tranquillità collettiva, anche se temporaneamente, in attesa del ripristino della normalità”.
“La rivolta del 1560 fu senz’altro una rivolta contro il carovita. Ma non solo”. Veniva, infatti, rivendicato, da parte della popolazione, “il diritto di partecipazione alla politica cittadina e alla difesa delle proprie posizioni, impedendo così che i maggiorenti della città facessero il consiglio tra loro e decidessero a proprio vantaggio secondo i propri interessi”. Il 23 settembre il consiglio cittadino stava prendendo in considerazione la possibilità di imporre nuove gabelle e di aumentare il prezzo di alcuni beni di prima necessità, come il pane. Una folla, quindi, si era concentrata presso il Palazzo del pretore per impedire la convocazione del consiglio. La rivolta, però, non scoppiò per caso, ma fu “organizzata e preparata, quasi che si aspettasse una buona occasione per provocare il popolo e sollevarlo. Ce lo dimostrano le armi in possesso dei rivoltosi sin dalle prime fasi; il coinvolgimento delle maestranze anche ai livelli più alti; la folla che sembra non mossa a caso, o mobilitata da un’esplosione di collera, ma pilotata da personaggi ben identificati, con idee chiare, credibili al popolo e capaci di porsi come interlocutori autorevoli delle autorità costituite”. Non si hanno molte informazioni su come venne sedata la rivolta. Qualcuno sostiene che ci fu l’intervento dell’Inquisizione. Ma subito dopo scoccò l’ora della resa dei conti, con l’esecuzione di diverse condanne a morte.
La peste arrivò a Palermo il 9 giugno 1575, quando ancora non era chiaro alla scienza di cosa si trattasse esattamente. Se fino ad allora la concezione dominante “ne attribuiva all’aria la causa e ai miasmi, cioè l’impurità dell’aria inspirata, la sua trasmissione”, si stava comunque facendo sempre più strada l’idea che la trasmissione potesse avvenire anche per contatto diretto con la persona infetta. “Solo quando, ai primi di luglio, il furore del contagio cominciò a mietere vittime fu chiara la natura del morbo e si capì che esso era giunto dalla Barberia su una galeotta infetta. La prima a morire a Palermo era stata infatti una meretrice maltese, che aveva ‘praticato’ con il capitano della galeotta sospetta”.
Chi diede una svolta alla gestione dell’emergenza della peste fu il protomedico siciliano Giovanni Filippo Ingrassia, con il suo trattato “Informatione del pestifero et contagioso morbo”, dove veniva riportata la pratica del barreggiamento, vale a dire il ricorso al fuoco per bruciare tutto quello che era infetto e “l’applicazione spietata della forca per i contravventori”. Sul fronte esterno egli suggerì di far portare, a chi fosse giunto da località sospette, un segno di riconoscimento come una tovaglia bianca cinta di traverso. Sul fronte interno Ingrassia raccomandò la pulizia delle strade, auspicando inoltre la creazione di “una rete fognaria coperta collegata con le singole abitazioni per convogliare le acque reflue al mare”. Con la crescita improvvisa del numero dei morti si procedette all’isolamento, evitando assembramenti.
Fu in quel periodo che, a Palermo, sorsero i primi lazzaretti, “ospedali speciali destinati ad accogliere in luoghi separati uomini e donne, infetti, sospetti e convalescenti”, con una novità, però, introdotta da Ingrassia, che consistette nella separazione, in edifici diversi, dei malati dai convalescenti in via di guarigione. Fuori dai lazzaretti Carlo d’Aragona, per la gestione dell’emergenza nella città, diede “ampia potestà d’intervento agli ufficiali della città e ai deputati di ogni quartiere, in cui era divisa Palermo, undici in tutto”.
La situazione fu ritenuta sotto controllo a maggio del 1576, quando non fu più registrato alcun nuovo contagio. Tra il giugno del 1575 e il 15 aprile 1576 i morti furono 3.100, su una popolazione di 75.000/80.000 abitanti, vale a dire, all’incirca il 4% che, confrontato con il 25% di Venezia e il 18% di Milano, fa comprendere che le misure adottate da Ingrassia furono efficaci.
Il 26 novembre 1666 la pioggia, che, in Sicilia, era stata devastante per tutto il mese di novembre, provocò un’alluvione nella città. L’intervento miracoloso di Santa Rosalia in alcune zone evitò il peggio. “Fu vista a galla sopra l’acque della piena una immagine di santa Rosalia, fatta a guisa di statuetta, che andava direttamente corseggiando e, posta in piedi, senza mai sommergersi: segno evidente che la santa accorse al pericolo della patria”.
Nel luglio del 1674 Messina, che era sede viceregia come Palermo, era insorta contro il governo spagnolo. “Il 28 aprile 1675 il Senato messinese prestava omaggio di fedeltà a Luigi XIV e ai suoi successori nelle mani del duca di Vivonne, comandante supremo dell’armata francese in Sicilia, che nell’occasione veniva nominato vicerè e luogotenente generale dell’isola”. Palermo, per i francesi, rappresentava una preda molto ambita. Il 2 giugno 1676 si combattè, nella zona antistante il suo porto, una battaglia navale molto cruenta, iniziata alle 15.00, tra le armate alleate spagnole e olandesi contro quella francese. L’artiglieria posta a difesa della città allontanò il pericolo di uno sbarco da parte dei francesi che, intorno alle 19.30, pur consideratisi vittoriosi, decisero di lasciare Palermo, ponendo fine alla battaglia. Gli alleati persero sedici navi. “Palermo era salva, si era difesa, ma è pur vero che il comando francese non era voluto andare oltre, ritenendosi soddisfatto del risultato ottenuto”. Poichè, però, la presenza in Sicilia non aveva apportato reali vantaggi alla Francia, il 14 marzo 1678 Luigi XIV annunciò ufficialmente l’abbandono dell’isola, gettando nel panico Messina che, con la pace di Nimega del 1678, veniva riconsegnata formalmente agli spagnoli, “segnando l’inizio di una repressione che sarebbe costata molto cara alla città, accusata del grave delitto di lesa maestà”.
Domenica 1° settembre 1726 Palermo fu scossa da un fortissimo terremoto che, però, non colpì tutti i quartieri allo stesso modo. “La composizione sociale dei defunti si articolò in larghissima misura attorno ai ceti meno privilegiati, rimasti imprigionati da strutture abitative di scarso valore”. E, se l’immediata urgenza fu quella di salvare vite e soccorrere i feriti, fu necessario provvedere anche a seppellire in fretta cadaveri e carcasse. Si pensò poi a garantire la sicurezza della città, mettendo “in sicurezza le carceri con nuove guardie militari non solo all’interno ma anche all’esterno, nel timore di disordini”. Si pensò, poi, a tenere aperte le porte della città, al fine di consentire la fuga “in caso le scosse si ripetessero, vigilando però che non si verificassero casi di contrabbando o altri abusi”.
Molte furono le funzioni religiose e i riti di penitenza organizzati, in quanto il terremoto fu interpretato come un segno della punizione divina. Bisognava quindi espiare. Il 4 settembre l’arcivescovo Giuseppe Gasch organizzò una processione in onore di Santa Rosalia, patrona della città. Ma non fu l’unica. Numerose furono le funzioni religiose organizzate nei giorni seguenti. “Grande assente il silenzio. Erano atti pubblici, che rispondevano all’ordine e alle gerarchie di un rigoroso cerimoniale, in cui itinerari, gesti, abiti, parole erano segni solenni che coinvolgevano direttamente o indirettamente tutta la cittadinanza e l’intero tessuto urbano in una prospettiva che era insieme rituale e di rappresentazione del potere”.

