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Claude AnShin Thomas: Una volta ero un soldato – Dall’orrore del Vietnam all’incontro con il buddhismo

Redazione Difesa Online Redazione Difesa Online · · 5 min di lettura
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Claude AnShin Thomas (nato a Meadville, in Pennsylvania, nel novembre del 1947) è oggi un monaco buddhista ma è stato un valoroso soldato in Vietnam e questo libro narra la sua vita e la sua evoluzione, con una grande quantità di aneddoti e di considerazioni critiche sulle sue diverse vite.

Si può dire che il testo si divida in tre parti, anche se le prime due si intrecciano fortemente.

All’inizio è descritta la situazione esistenziale globale che l’autore ha vissuto nei suoi primi anni di vita fino all’adolescenza, intorno ai 17-18 anni. Nato in una famiglia in cui l’educazione era basata sulle punizioni corporali e su una comunicazione praticamente nulla, ha ben presto appreso la classica vita di strada, abituandosi a difendersi da solo e mettendo in atto abitudini a dir poco inusuali: tra queste, AnShin Thomas si divertiva ad entrare nelle concessionarie di auto usate, rubarne una e girare a suo piacimento per l’intera nottata, riportandola poi a destinazione al mattino presto.

Questo genere di comportamento, nella piccola cittadina di Waterford ove viveva, non causò particolari problemi, nonostante il suo carattere che lui stesso definisce “selvaggio”. E proprio per questo carattere selvaggio, al momento di decidere cosa fare dopo la fine delle scuole superiori, il padre gli disse di andare ad arruolarsi (mentre lui propendeva per una carriera negli sport in cui riusciva molto bene). Ma “alla fin fine sono andato militare perché non sapevo cos’altro fare” (p. 21).

Nella prima parte del libro è dunque descritta la vita in famiglia con un padre alcolista e manesco, e una madre che aveva impulsi e reazioni violente inaspettate e imprevedibili.

L’impatto con l’addestramento militare apre la seconda fase del racconto.

Com’era prevedibile, l’esperienza non fu affatto semplice e fin dall’inizio AnShin Thomas si trovò di fronte a un mondo assai duro e caratterizzato da regole poco comprensibili: regole che, però, lo avrebbero probabilmente salvato nel corso degli anni successivi.

A causa dell’ambiente e delle punizioni dovute all’indisciplina iniziò a bere e si stava lasciando andare del tutto quando ebbe l’idea di proporsi come volontario per il Vietnam: “ho finito con il diventare un ottimo soldato e ho ricevuto anche molti premi e decorazioni… Quel ragazzo vulnerabile, quel diciottenne spaventato a morte? Via, sparito!” (p. 29). Addestrato ad uccidere, portò avanti le sue missioni una dopo l’altra fino a quando, rientrato in patria come una sorta di sopravvissuto dal Vietnam (dopo essere stato ferito) si trovò a non essere più ciò che era prima e… non essere ancora altro.

Alcolista, tossicodipendente, del tutto spaesato ma sempre armato vagabondando per le strade, tra il 1968 e il 1969 iniziò ad accostarsi ai movimenti pacifisti e, qualche tempo dopo, cominciò a sperimentare i programmi di riabilitazione e una terapia psicologica di sostegno; ma trascorsero molti anni, e ancora nel 1990 sentiva che “il Vietnam non era solo nella mia testa: era in tutto me stesso” (p. 48), nonostante che a quell’epoca fosse ormai uscito dalle tossicodipendenze.

Poi l’incontro con la comunità del monaco buddhista vietnamita Thich Nhat Hanh che lavorava con quelli che erano denominati i veterani instabili del Vietnam, e la lenta, sofferta, progressiva conversione spirituale, di vita e di prospettiva esistenziale.

L’incontro con il buddhismo ha significato per Claude AnShin Thomas trovare una risposta all’isolamento in cui precipitano così spesso i reduci: “quando parlo con altri reduci della guerra nel Vietnam o nel Golfo… con i soldati di tutte le guerre, sento sempre la stessa storia. Dicono di non essere capiti, che i civili evitano di entrare in contatto con loro, che oppongono resistenza ad ogni relazione che non sia la più superficiale” (p. 61).

La terza parte del libro descrive proprio il cammino di rinascita che, nel caso di Claude AnShin Thomas, significa l’aver ritrovato sé stesso in una dimensione normalmente umana, pur continuando a temere e soffrire in determinati momenti di vita (l’autore racconta come, a distanza di decenni, la notte fosse, molto spesso, popolata di terrori e di fantasmi).

Negli Anni Novanta Claude AnShin Thomas ha compiuto diversi pellegrinaggi il più importante dei quali è stato quello che lo ha portato da Auschwitz fino in Vietnam: oltre ottomila chilometri passando per ventun nazioni, in otto mesi.

Si tratta, dunque, di un libro che può essere letto come una linea che ha il suo centro nell’esperienza di guerra e che poi si snoda nel ritorno al mondo attraverso l’incontro con una figura di eccezione; infatti, non va dimenticato che Thich Nhat Hanh (Huế, 11 ottobre 1926 – Huế, 21 gennaio 2022) è stato una presenza di grande carisma e ha svolto numerose attività nel mondo, anche in Italia.

Un libro che esamina in profondità alcune facce della pulsione aggressiva dell’essere umano, di come questa – se non regolata – possa esplodere nelle modalità più selvagge e rimanere all’interno della persona che l’ha agita come una sostanza tossica per l’intera vita: “nella giungla, ciò che restava nascosto era sempre molto più pericoloso di ciò che si riusciva a vedere; lo stesso vale per le nostre emozioni” (p. 112).

Una testimonianza degli effetti devastanti dei traumi di guerra e una indicazione di una delle strade che una persona psicologicamente ferita ed esistenzialmente demolita può percorrere per ritrovare il senso della vita, e di sé stessa nella vita.

Andrea Castiello d’Antonio

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