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Siria, l’esercito turco avanza a caro prezzo: 25 morti dall’inizio di “Scudo dell’Eufrate”

Giampiero Venturi Giampiero Venturi · · 3 min di lettura

Le notizie che arrivano dal fronte ci aggiornano sulle evoluzioni militari, ma raccontano molto di quanto stia avvenendo in questi giorni in Siria anche sotto il profilo politico.

L’esercito turco e i ribelli appoggiati da Ankara avanzano verso la roccaforte ISIS di Al-Bab, dopo pesanti scontri con le milizie del Califfato. Al-Bab è considerata l’ultima roccaforte dello Stato Islamico nel nord della Siria e ha un’importanza strategica: distante meno di 50 km da Aleppo e circa 180 da Raqqa, si trova nel cuore della regione contesa fra curdi, ribelli islamisti e miliziani dell’ISIS.

L’avvicinamento ad Al-Bab testimonia la profondità raggiunta dalle forze turche, entrate ormai per ben 25 km in territorio siriano. L’avanzata coincide però con l’aumento sensibile di perdite: l’esercito turco avrebbe ammesso la morte di 25 soldati dall’inizio dell’Operazione Scudo dell’Eufrate, arrivata al suo quarto mese. Ingenti anche le perdite di materiale, soprattutto in termini di carri e veicoli blindati.

L’eventuale ritiro da Al Bab, sarebbe l’inizio della fine dello Stato Islamico, incalzato dalle milizie curde sullo stesso settore lungo la direttrice a nord di Raqqa, distante circa 60 km dalla linea del fronte.

Nonostante il dinamismo a sud testimoniato dalla riconquista di Palmira e i tentativi di espandersi ad ovest verso Homs, il Califfato appare sempre più alle corde. L’unica fonte di sopravvivenza che alimenta le sue capacità militari rimane il flusso di rinforzi che arriva dal Governatorato iracheno di Al Anbar non controllato dalle milizie sciite come invece avviene nel settore più a nord, sul fronte di Mosul. Armi, materiali e miliziani (fra cui molti ex ufficiali iracheni di grande esperienza) per il momento continuano ad arrivare con l’aiuto logistico dell’Arabia Saudita, spaventata da una possibile supremazia sciita in Iraq.

Scudo dell’Eufrate dunque continua e ufficialmente rimane un’operazione militare a tempo limitato concepita per mettere in sicurezza il confine turco da incursioni terroristiche dello Stato Islamico. I pesanti scontri di questi giorni sembrano confermarlo, ma il dato rilevante è sotto gli occhi di tutti. La penetrazione profonda dei turchi in Siria serve a bilanciare e neutralizzare la crescita politica (e militare) dei curdi legata ad un possibile collasso dell’ISIS sul fronte nordorientale.

Ankara, dopo aver favorito l’evacuazione dei miliziani ribelli di Aleppo con gli accordi raggiunti con la Russia, gode per il momento di carta bianca per continuare le sue operazioni. Damasco, che ha incassato la vittoria ad Aleppo, tacitamente acconsente, anche perché la forte pressione su Al-Bab permette di allentare quella dell’ISIS sul fronte di Palmira, presto o tardi destinata a tornare sotto il controllo governativo.

In questa partita a scacchi l’unico pensiero di Ankara sembra essere quello di consolidare la sua presenza militare in Siria, così da cautelarsi da eventuali vuoti di potere lasciati dal governo siriano una volta finita la guerra. Messo sotto pressione, non da ultimo per il recente attentato all’ambasciatore russo, il governo turco per ora si accredita presso la comunità internazionale dando prova plateale del proprio impegno contro l’ISIS, piattaforma globale del terrorismo fondamentalista.  

(foto: Türk Kara Kuvvetleri)

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