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Mondo militare

Starshield e il limite dei 160 km/h: quanto vale la nostra sovranità tecnologica?

Una restrizione della connettività satellitare in Ucraina solleva interrogativi sulla dipendenza tecnologica europea e sull’affidabilità degli alleati.

Roberto Baldisserri · · 5 min di lettura

Possedere un sistema d’arma significa davvero controllarlo? Oggi un drone, un aereo da combattimento o un sistema di difesa dipendono anche da software, collegamenti satellitari e servizi digitali gestiti da soggetti esterni. Finché tutto funziona, questa dipendenza passa inosservata. Ma cosa succede quando qualcuno modifica le condizioni di accesso a un servizio essenziale?

Una risposta arriva dall’Ucraina. E ruota attorno a una soglia sorprendentemente precisa: 160 chilometri orari.

Ottobre 2026: il limite dei 160 chilometri orari

Tra il 13 e il 14 ottobre 2026, operatori militari ucraini hanno segnalato interruzioni della connessione satellitare di alcuni droni quando superavano circa 160 km/h. In certi casi, secondo le testimonianze raccolte da Reuters, i problemi comparivano anche a velocità inferiori.

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Al centro della vicenda c’è Starshield, il programma di SpaceX per applicazioni governative e militari, distinto da Starlink, il servizio di connettività satellitare della stessa azienda ampiamente utilizzato in Ucraina. La soglia non indica la velocità di Internet: riguarda la velocità fisica del terminale installato sul velivolo.

Non sembra un limite generale della tecnologia. Starlink fornisce infatti connettività anche agli aerei, che viaggiano molto più velocemente. Secondo il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, test effettuati con terminali montati su automobili avrebbero mostrato collegamenti attivi oltre i 180 km/h fuori dall’Ucraina e interruzioni attorno ai 160 km/h una volta entrati nel Paese. Sono verifiche riferite dalle autorità ucraine, non validate pubblicamente in modo indipendente.

Se confermate, indicherebbero una restrizione del servizio legata anche alla posizione geografica, non un’impossibilità fisica di comunicare con il satellite. Il meccanismo tecnico preciso, tuttavia, non è stato reso pubblico.

La vicenda non risulta chiusa: secondo Associated Press, alcune interruzioni iniziali sono state risolte, ma il limite di velocità rimane in vigore. Kyiv sta discutendo con SpaceX e con le autorità statunitensi per ottenerne la rimozione.

Quali missioni rischiano di essere compromesse?

Il caso più immediato è quello dei droni intercettori impiegati contro i velivoli russi della famiglia Shahed (fotogramma successivo). Se un intercettore deve accelerare per raggiungere il bersaglio, perdere le immagini o i comandi durante l’avvicinamento può compromettere la missione. Il drone non necessariamente precipita: molto dipende dalla sua autonomia.

I collegamenti satellitari sono utilizzati anche da alcune piattaforme per la ricognizione e per attacchi a media profondità, dove permettono di mantenere il contatto con l’operatore oltre la portata di una normale radio. Diverso il caso di molti attacchi in profondità nel territorio russo, spesso condotti da droni capaci di seguire rotte programmate senza collegamento continuo. Non tutti questi sistemi usano Starshield e non tutti risentono della limitazione.

Il punto è un altro: si può ridurre l’efficacia di una capacità militare senza colpire il velivolo, semplicemente intervenendo sul servizio da cui dipende.

Una decisione esterna alla catena di comando

Chi ha deciso la restrizione? Inizialmente Elon Musk aveva sostenuto che le limitazioni di Starshield fossero stabilite dalle autorità militari statunitensi e, in ultima istanza, dal presidente. Reuters aveva successivamente riferito, citando fonti governative anonime, che l’ordine proveniva dalla Casa Bianca. Il 20 ottobre, tuttavia, il Wall Street Journal e CBS News hanno attribuito la decisione allo stesso Musk, dopo contatti con esponenti dell’amministrazione Trump. Il giorno successivo, il segretario di Stato Marco Rubio ha negato che il governo statunitense avesse richiesto restrizioni, sostenendo che le condizioni di utilizzo di Starlink dipendono da SpaceX e dai relativi accordi contrattuali. Rubio ha inoltre sottolineato la distinzione tra Starlink e Starshield, quest’ultimo destinato ad applicazioni militari. Donald Trump ha negato il proprio coinvolgimento. Le ricostruzioni restano dunque contrastanti e la catena decisionale non è stata chiarita in maniera definitiva.

Resta però una questione concreta: un servizio gestito fuori dall’Ucraina può incidere su sistemi d’arma impiegati dalle sue forze armate. E la dipendenza tecnologica diventa una dipendenza operativa.

Il nodo europeo: sovranità e affidabilità

La sovranità tecnologica non consiste nel fabbricare tutto in casa. Significa poter contare sulle capacità essenziali anche quando cambiano le circostanze politiche e operative.

Il problema non riguarda soltanto i droni. Attorno all’F-35 si discute da anni del presunto “kill switch”, un comando per disabilitare l’aereo da remoto: il costruttore ne nega l’esistenza e non vi sono prove pubbliche che sia disponibile. Ma software, aggiornamenti, dati di missione, ricambi e assistenza restano componenti importanti per mantenere operativa una flotta nel tempo. Non serve necessariamente un interruttore per rendere evidente una dipendenza.

L’Europa dispone di competenze industriali e spaziali rilevanti, ma non ha ancora un’alternativa pienamente equivalente a Starlink per scala, diffusione dei terminali e rapidità di impiego. Il programma IRIS² – Infrastructure for Resilience, Interconnectivity and Security by Satellite, cioè infrastruttura per la resilienza, l’interconnettività e la sicurezza via satellite – punta a rafforzare le comunicazioni sicure europee. È una risposta strategica, non ancora una soluzione operativa paragonabile per disponibilità immediata.

Quando manca una capacità autonoma, l’affidabilità dell’alleato che la fornisce diventa importante quanto la qualità della tecnologia. Non basta sapere che un sistema funziona: occorre poter contare sul fatto che continuerà a funzionare quando serve davvero, anche se gli interessi non coincidono più perfettamente.

Le domande che restano

Quanto possiamo fare affidamento su un alleato se una decisione presa fuori dalla nostra catena di comando può ridurre improvvisamente la nostra capacità di combattere e difenderci? E quanto possiamo considerare sovrana una capacità militare se non controlliamo le condizioni necessarie per utilizzarla?

La risposta non è rinunciare alle alleanze. È ridurre le dipendenze critiche e pretendere garanzie credibili di continuità per i servizi essenziali. Perché la sovranità tecnologica non si misura soltanto da ciò che possediamo, ma da ciò che siamo realmente liberi di utilizzare.

La lezione dei 160 chilometri orari, in fondo, non riguarda la velocità dei droni. Riguarda chi ha davvero il controllo.

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