Nel campo di battaglia moderno la libertà di manovra dipende sempre più anche da ciò che accade nei primi chilometri di cielo sopra le forze terrestri. La presenza persistente di droni da ricognizione, FPV, loitering munitions e One-Way Attack UAS accorcia la distanza tra osservazione ed effetto e rende più difficile conservare ritmo, concentrazione e iniziativa.
La conseguenza è concreta. Le unità disperdono di più, l’artiglieria riduce la permanenza in posizione, i posti comando modificano postura e signature, la logistica è costretta a muoversi sotto una minaccia che non è più episodica.
Il low-altitude battlespace (spazio di battaglia a bassa quota, ndr) non è un margine della battaglia terrestre: ne è diventato parte integrante. È soprattutto qui, nei livelli più vicini alla manovra, che la difesa aerea sta cambiando più rapidamente. La Ground Based Air Defence (GBAD) comprende le capacità di difesa aerea basate a terra; la Very Short Range Air Defence (VSHORAD) e la Short Range Air Defence (SHORAD) ne costituiscono i segmenti a cortissimo e corto raggio. Non sono sinonimi di GBAD, ma i livelli che oggi assorbono in modo più diretto la pressione del nuovo threat set (insieme delle minacce, ndr). [1]
| Modern warfare is shifting VSHORAD and SHORAD from platform-centric air defence to threat-centric defence of the low-altitude battlespace. |
Non stiamo semplicemente aggiungendo il drone alla lista dei bersagli. Sta cambiando il criterio con cui leggiamo, difendiamo e sosteniamo quello spazio.
Il cielo (basso) non è più quello di prima
Per decenni VSHORAD e SHORAD hanno avuto un riferimento relativamente chiaro: aerei ed elicotteri che, per colpire le forze terrestri, dovevano entrare nella zona d’ingaggio di cannoni, Man-Portable Air Defence Systems (MANPADS) e missili superficie-aria a corto raggio.
Quelle minacce restano. Ma una difesa aerea credibile cambia il comportamento dell’avversario. In Ucraina la sopravvivenza della rete GBAD ha limitato la libertà d’azione dell’aviazione tattica russa e ha aumentato il peso di armi armi lanciate da distanza di sicurezza (stand-off), missili da crociera e sistemi unmanned nella generazione degli effetti. RUSI descrive, per il 2025-2026, ondate composte da molte centinaia di One-Way Attack (OWA) droni ed esche, seguite da numeri molto inferiori di missili da crociera e balistici. [2]
Il paradosso è evidente: l’aereo può comparire meno spesso nel low-altitude battlespace proprio perché la difesa aerea continua a funzionare. Ma quello spazio non resta vuoto. Viene occupato da Unmanned Aircraft Systems (UAS) da ricognizione, droni FPV (First Person View), loitering munitions, droni OWA come Geran/Shahed, elicotteri e missili da crociera.
La NATO Integrated Air and Missile Defence (IAMD) Policy del 2025 fotografa già questo ampliamento dell’insieme delle minacce, dai piccoli UAS lenti e a bassa quota fino ai cruise, ballistic e hypersonic missiles. È importante notarlo: la trasformazione non riguarda soltanto VSHORAD e SHORAD. Anche i livelli superiori stanno evolvendo di fronte a minacce più veloci e complesse. È però un’altra battaglia, e merita un’analisi dedicata. [3]
Qui il punto è il cielo basso. La domanda non può più essere soltanto quale piattaforma stiamo combattendo. Deve diventare: quale minaccia sta entrando nello spazio protetto, quale effetto può produrre e qual è la risposta più efficace e sostenibile? Da centrato sulla piattaforma a centrato sulla minaccia.
Proteggere la manovra
Vista dal terreno, la trasformazione è ancora più netta. La minaccia di un drone non inizia quando sgancia una munizione. Inizia quando osserva, classifica, segue e alimenta la catena di individuazione e ingaggio (kill chain).

Un UAS da ricognizione che individua una colonna, una batteria d’artiglieria o un posto comando può non essere armato. Se però riduce il tempo tra Intelligence, Surveillance and Reconnaissance (ISR) e azione di fuoco, ha già modificato la battaglia. Può imporre dispersione, interrompere continuità, ridurre il tempo utile delle unità in posizione e rendere più difficile concentrare forze ed effetti nel momento scelto.
È questo il legame tra difesa aerea e libertà di manovra. La NATO associa la IAMD alla tutela della libertà operativa. La dottrina terrestre britannica offre un esempio ancora più diretto nel Nagorno-Karabakh del 2020: la neutralizzazione della rete GBAD armena diede all’Azerbaijan l’iniziativa, lo slancio operativo e la libertà di manovra, creando le condizioni per la successiva azione terrestre. [3][4]
In uno spazio di battaglia sempre più dronizzato, VSHORAD e SHORAD non proteggono quindi soltanto mezzi e personale. Contribuiscono a preservare il tempo operativo della forza, la sua capacità di concentrare effetti e, in ultima analisi, l’iniziativa.
Contro la massa serve sostenibilità
La seconda trasformazione riguarda i numeri. Un’architettura nata per affrontare pochi target ad alte prestazioni deve oggi confrontarsi anche con minacce che possono arrivare a decine o centinaia.
A quel punto non basta chiedersi se un bersaglio possa essere abbattuto. Occorre chiedersi quante volte la stessa risposta possa essere ripetuta senza consumare la difesa.
In Ucraina, profonde fasce di SHORAD basate su artiglieria contraerea, MANPADS, mobile teams e migliaia di droni intercettori costituiscono oggi una prima linea contro gli OWA drones. RUSI attribuisce a queste difese distribuite la maggior parte dei Geran e Gerbera abbattuti, contribuendo a preservare i Surface-to-Air Missiles (SAM) più pregiati per missili da crociera e balistici. [2]
È una lezione difficile da ignorare. La difesa aerea stratificata deve essere accompagnata anche da una stratificazione dei costi: non il miglior effettore disponibile contro ogni bersaglio, ma l’effettore appropriato alla minaccia, tenendo insieme efficacia, disponibilità e sostenibilità.
Per VSHORAD e SHORAD questo significa assorbire volume, aumentare la densità della protezione e integrare anche effettori nuovi – inclusi i droni intercettori – senza trasformare ogni ingaggio in un consumo delle risorse del livello più costoso e pregiato.
Alla FEBA, anche il sensore deve sopravvivere
Prima dell’effettore viene il sensore. E vicino al margine avanzato dell’area di battaglia (Forward Edge of the Battle Area – FEBA) la questione si fa più dura: osservare il cielo senza diventare a propria volta un bersaglio.
Il radar resta fondamentale. Distanza di scoperta, accuratezza e qualità della traccia sono spesso difficili da ottenere con altri mezzi. Ma in un ambiente nel quale ISR, Electronic Warfare (EW) e fires sono strettamente collegati, anche l’emissione elettromagnetica entra nella signature della forza.
Nelle sperimentazioni Project FlyTrap 4.5, l’U.S. Army ha descritto in modo esplicito il compromesso: i sensori attivi forniscono dati preziosi alla difesa aerea ma producono una firma elettromagnetica che può facilitarne la localizzazione; i sensori passivi riducono questa esposizione, pur offrendo da soli dati meno completi per una soluzione di tiro. [5]
È qui che il concetto di radarless acquista valore. Non significa difesa aerea senza radar. Significa poter continuare a rilevare, classificare e tracciare le minacce anche quando mantenere un radar organico permanentemente in emissione non è possibile o non è prudente.
Sensori elettro-ottici e infrarossi, ricevitori passivi di segnali radio, sensori acustici e sistemi che integrano i dati provenienti da più fonti non sostituiscono il radar, ma lo completano. La stessa NATO prescrive una air-surveillance architecture costruita su una combinazione di sensori attivi e passivi, statici e dispiegabili, collegati in rete. [3]
Alla FEBA, quindi, la diversificazione dei sensori diventa anche sopravvivenza operativa. Un approccio passive first, active when required non è un dogma, ma una possibile logica di impiego: mantenere sorveglianza e allarme con sensori a bassa signature, usare il radar quando serve maggiore qualità della traccia e integrare tutto attraverso il comando e controllo (C2). Il vero salto è smettere di dipendere da un solo modo di vedere.
Difendere il low-altitude battlespace
VSHORAD e SHORAD non stanno diventando semplicemente C-UAS. La trasformazione è più ampia.
Il VSHORAD conserva la missione contro aerei ed elicotteri a bassissima quota, ma deve affrontare sempre più spesso piccoli UAS, FPV e loitering munitions al livello tattico avanzato (tactical edge). Lo SHORAD amplia il proprio insieme delle minacce (threat set) verso OWA-UAS come Shahed/Geran, velivoli a bassa quota e, per i sistemi che ne hanno le prestazioni, missili da crociera. Le stesse minacce possono attraversare più livelli e incontrare effettori differenti lungo la loro traiettoria: è precisamente questa la logica della difesa stratificata.
I livelli superiori della GBAD restano indispensabili contro minacce più veloci, lontane e complesse; quelle balistiche e ipersoniche stanno già imponendo un’ulteriore evoluzione del rilevamento, del comando e dell’intercettazione. Qui basta registrare il fenomeno: il tema merita un articolo a sé. [3]
Per il livello basso, invece, la direzione è già leggibile. Più densità, più sensori diversi tra loro, più opzioni di ingaggio e una maggiore disciplina nell’allocazione degli effettori. Non perché VSHORAD e SHORAD debbano fare tutto, ma perché devono impedire che ogni minaccia costringa a usare il livello più costoso o più scarso.
Quando questa architettura funziona, l’effetto non si misura soltanto nei target abbattuti. Si misura nella capacità della forza terrestre di continuare a manovrare, concentrare effetti, sostenersi e mantenere il proprio ritmo operativo nonostante la presenza persistente della minaccia aerea.
Per questo il futuro di VSHORAD e SHORAD non può essere valutato soltanto attraverso la portata di un missile o la probabilità di abbattimento di un singolo ingaggio. Contano la densità della difesa, la disponibilità di munizionamento, la sopravvivenza operativa, la diversificazione dei sensori e la sostenibilità. Soprattutto conta ciò che la difesa permette alla forza protetta di fare.
In un campo di battaglia sempre più dronizzato, difendere lo spazio di battaglia a bassa quota significa impedire all’avversario di usare il cielo per comprimere la libertà d’azione sul terreno. Significa preservare la libertà di movimento. Preservare la freedom of movement significa preservare l’iniziativa.
Riferimenti essenziali
1. NATO, Modular Ground Based Air Defence initiative, 23 October 2020. Source
2. Justin Bronk, Four Years On: An Update on the Air War Over Ukraine, RUSI, 28 July 2026. Source
3. NATO, NATO Integrated Air and Missile Defence Policy, 13 February 2025. Source
4. UK Ministry of Defence, JDP 0-20 – UK Land Power, 6th Edition, 2023. Source
5. U.S. Army, Air defenders in Europe test new counter-UAS technologies during Project FlyTrap 4.5, 2025. Source
6. U.S. Department of the Army, ATP 3-01.81 – Counter-Unmanned Aircraft System Techniques, 11 August 2023. Source

