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Analisi

Iran, segnali di frattura: economia, repressione e consenso sotto pressione

Gino Lanzara · · 3 min di lettura

La storia non si arresta, tende a ripetersi; la ciclicità non è astrusa, si fonda o sulla ripetizione di errori o sulla carenza delle basi, sulla validità delle motivazioni. Quanto sta accadendo in Iran né è la riprova, specie se si valutano gli avvenimenti per macro e li si posizionano sulla plancia della situazione politica attuale come tessere di un mosaico che, via via che passano le ore, cambia e si evolve.

Teheran, comunque vadano le cose, sta pagando lo scotto di scelte che non possono non avere conseguenze; il sostegno all’asse sciita della resistenza ha sì creato una proiezione regionale di potenza, come l’ha creata la persistenza nella ricerca della dimensione nucleare, ma i loro costi realizzativi si stanno rivelando insostenibili per un Paese che sta letteralmente soccombendo per la siccità e dove l’inflazione sta assumendo dimensioni che fanno impallidire i canestri carichi di banconote della Repubblica di Weimar.

La valuta iraniana è di valore prossimo alla carta straccia ed i bazari hanno inteso dare segnali sempre più incisivi, ma inascoltati; mentre l’Iran brucia, la Repubblica Islamica, malgrado i 12 giorni di fuoco della guerra con Israele, ha dato la sua priorità al lancio dalla Russia di satelliti utili all’imaging ed alla gestione dati, quanto cioè necessario ad una possibile e futura ripresa di un conflitto combattuto con mezzi più evoluti.

Anche le università sono state toccate dagli eventi, mentre il presidente Pezeshkian cerca un dialogo difficilissimo tentando di mantenere una dirittura che, all’ombra delle celebrazioni per la dipartita di Qassem Soleimani, vorrebbe infondere sicurezza. Per un presidente di fatto privo di effettivi poteri esecutivi, le proteste hanno una base di legittimità, ma ciò non ha impedito ai Basiji di aprire il fuoco. Ricordiamolo: le ultime proteste tra 2022 e 2022 sono state represse con la violenza.

Si cominciano a contare le prime vittime da ambo le parti, mentre le proteste si estendono, specie nelle aree di ovest e sud ovest. Dopo Mahsa Amini, è la volta dei commercianti, degli studenti, dell’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità, di una moneta scambiata a 1.450.000 rial per un dollaro. Le proteste si sono allargate da Teheran fino a Isfahan, Shiraz, Mashad, Hamadam, Fasa; anche gli allineati al regime hanno dovuto riconoscere le difficoltà economiche, mentre il governatore della banca centrale si è dimesso, in difficoltà per sanzioni e caro benzina.

Sembra comunque di poter dire che le proteste siano le più grandi da tre anni a questa parte, mentre il regime ricorre a esecuzioni e controllo sociale permettendo alle fazioni radicali di acquisire potere.

Secondo il regista Panahi, “le proteste faranno la storia”, e “il dolore condiviso si è trasformato in un grido nelle strade”, dopo che il popolo ha chiesto un cambiamento al grido di «azadi, azadi» libertà, con un nuovo slogan mai sentito prima: «Non abbiate paura, non abbiate paura».

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