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NATO: accanimento terapeutico o rinascita?

Antonio Li Gobbi · · 10 min di lettura

Gli eventi più recenti dovrebbero far ragionare anche i più scettici in merito al futuro dell’Alleanza Atlantica, o almeno di “questa” Alleanza Atlantica. Lo dico da “atlantista” convinto, ma anche da persona che ritiene sia necessario guardare in faccia la realtà.

Intendiamoci, non è la questione ucraina a rappresentare la patologia che potrebbe risultare fatale per l’Alleanza. L’Ucraina è una situazione critica, certo, ma rappresenta soltanto un sintomo di un problema molto più profondo, che ci si è rifiutati di vedere per troppo tempo.

Non si tratta qui di discutere del proseguo del conflitto in Ucraina. Senza il supporto degli USA, i paesi europei da soli, nonostante le dichiarazioni di Starmer e Macron, non sarebbero credibili nel fornire supporto all’Ucraina per continuare il conflitto. Certo, potrebbero continuare a fornire soldi. Il supporto in termini di armamenti sarebbe limitato, perché gli eserciti europei già si sono dissanguati a favore dell’Ucraina e, siamo onesti, l’industria europea da sola non sarebbe in grado di sopperire ai rifornimenti di munizionamento senza una consistente riconversione (che richiederebbe tempo e sappiamo bene che Kiev, soprattutto se senza il sostegno USA, non ha molto tempo).

Soprattutto, però, mancherebbe il supporto tecnologicamente più avanzato che, oggi, solo gli USA possono fornire all’Ucraina. Ancor più importante, senza gli USA verrebbe a mancare il potere di deterrenza per contrastare una possibile escalation russa (anche non necessariamente nucleare). Potere di deterrenza che gli USA hanno e che non hanno i paesi europei (nonostante le ben più contenute capacità nucleari puramente nazionali britanniche e francesi).

Qualcuno (con superficialità) ipotizza che gli europei, come singoli paesi o come UE, potrebbero inviare propri militari a supportare gli ucraini. Sarebbe un segno di coerenza, certo. Ma non sarebbe molto realistico. Ciò significherebbe, in alternativa, porre i propri soldati sotto comando e controllo di Kiev (insomma fare come fa la Corea del Nord a favore dei russi) oppure imporre tanti di quei caveats (ovvero limiti) al loro impiego operativo che li renderebbe più un peso che un aiuto per le forze armate ucraine.

Rammentiamo che, in questo caso, i paesi che inviano truppe in Ucraina sarebbero esposti a giustificati attacchi russi sui loro territori (e questa volta non si tratterebbe solo di attacchi informatici).

Inoltre, dobbiamo prendere atto del fatto che, nonostante il sostegno USA e UE combinato, le cose sul campo per l’Ucraina non stanno andando bene. Certo, la potenza militare russa non si è rivelata efficiente come noi in occidente la consideravamo. Sulla carta ci si sarebbe potuti aspettare che abbastanza velocemente i russi avrebbero potuto acquisire il controllo di città strategiche come Kharkiv e Odessa. Gli ucraini glielo hanno impedito, è vero. Peraltro, comunque, sul terreno i russi sono costantemente avanzati, sia pure con grande lentezza e a costo di ingenti perdite (perdite di uomini e di armamenti che il Cremlino può, però, assorbire e ripristinare molto più facilmente di Kiev).

È spiacevole, ma sarebbe forse il caso di prendere atto che, se gli USA si voltano dall’altra parte, gli europei oggi potrebbero purtroppo fare in pratica molto poco per gli ucraini se questi continuassero a combattere.

Questo – come appena scritto – “oggi”! Per il “domani” dipenderà dalle scelte che verranno fatte.

Appare, innanzitutto, urgente prendere atto, una volta per tutte, di un trend che non pare possa cambiare: l’allargamento dell’Atlantico e il venir meno della coincidenza di interessi strategici tra USA e alleati europei. L’Occidente in materia di sicurezza non esiste più e se esistesse sarebbe rappresentabile soltanto dalla divinità latina di Giano bifronte: gli USA guardano all’Indo-Pacifico, gli Europei a Russia e Mediterraneo

In sostanza, occorre evitare di fare come coloro che, di fronte ad un matrimonio ormai in frantumi, si ostinano pervicacemente a non prenderne atto, accettando oltraggi continui dal coniuge pur di evitare di giungere al divorzio.

Il graduale affievolirsi del vincolo tra europei e statunitensi non è una novità. È un problema che è andato incrementando negli anni da decenni e di cui si è spesso voluto evitare d prendere atto qui in Europa.

Fin dalla fine del confronto USA-URSS, gli interessi strategici degli USA e dei membri europei della NATO hanno incominciato divergere.

Precedentemente tali rapporti si basavano su una simbiosi che garantiva vantaggi ad entrambi, non solo agli europei. Gli USA fornivano protezione agli europei e questi ne supportavano la politica estera e commerciale.

Crollato nel 1990 l’impero sovietico, gli interessi USA volsero ancora più di prima verso l’Indo-Pacifico.

Per salvare il “matrimonio atlantico” gli europei seguirono per un ventennio gli Usa in Afghanistan e in altre “avventure” che non sempre rispondevano anche ai loro interessi di sicurezza. D’altronde, molti in Europa Occidentale (quella che George W. Bush definiva sprezzantemente la “Vecchia Europa”) sentivano un obbligo di riconoscenza per la protezione USA durante gli anni della “guerra fredda”, anche se non percepivano più l’Orso Russo come una reale minaccia. Per contro, i paesi della “Nuova Europa” (ovvero i nuovi soci del “Club Atlantico” che erano da poco sfuggiti al giogo sovietico) guardavano con fiducia e una certa devozione agli USA, che ritenevano fosse l’unico che potesse proteggerli da minacce russe, minacce che, a differenza nostra, loro ritenevano ancora attuali.

Oggi la situazione è chiara. Gli USA intendono concentrarsi nel confronto con la Cina. Non vogliono che la Russia possa avvicinarsi ulteriormente al Dragone e vogliono sottrarla all’abbraccio di Pechino, anche a costo di riconoscerle una “vittoria” in un teatro, quello europeo, per loro oggi secondario. Se ciò dovesse comportare il collasso dell’Ucraina, pazienza.

L’Amministrazione Trump (per voce del “poliziotto cattivo” J.D. Vance) ha chiaramente dichiarato che:

  • gli interessi USA sono rivolti prioritariamente all’Indo-Pacifico e alla Cina,
  • la Russia non è più considerata un nemico, da contrastare militarmente, bensì un competitor con cui gli USA possono arrivare a patti e che potrà essere utile agli USA per contenere la potenza cinese,
  • la sicurezza dell’Europa non è più un interesse di Washington,
  • la sicurezza e l’integrità territoriale dell’Ucraina è un problema dell’Ucraina e, eventualmente, degli europei,
  • qualsiasi sostegno politico, militare, economico USA fornito a paesi alleati ha un costo: costo che deve essere pagato (comprando gas o armi USA o cedendo il controllo sulle proprie materie prime di valore, ad esempio le terre rare).

Certo, poi alcuni leader europei possono sperare di ottenere benevolenza trattando isolatamente (e magari alle spalle degli altri) con il “poliziotto buono” Trump, nella speranza di ottenere concessioni personalizzate. Temo che sia una politica che non pagherà e che i due poliziotti poi se la rideranno alla grande alle spalle dei singoli leader europei che saranno andati in pellegrinaggio, con il cappello in mano, alla Casa Bianca.

Le recenti decisioni USA in merito all’Ucraina hanno anche dimostrato che Washington ha abbandonato l’approccio imperiale nella gestione degli affari internazionali. Approccio imperiale che presuppone che, qualunque sia in partito al potere, gli interessi nazionali e le alleanze internazionali restino immutate. L’approccio USA appare ora molto più utilitaristico: “finché mi servi, ti supporto, poi ti abbandono”. Ma soprattutto: “se la tua causa era difesa dal mio avversario politico (Biden) ora che alla Casa Bianca ci sono io, non mi sento più obbligato a supportarti e se ti eri fidato delle promesse del mio predecessore, povero te”.

È evidente che d’ora in poi, se gli europei chiederanno supporto a Washington per le loro esigenze di sicurezza, dovranno essere disposti a pagare, pagare subito e pagare cash: non basterà più ripagare con fedeltà politica. Potrebbe risultare per noi molto più caro, ma forse più chiaro.

Per contro, anche gli USA non potranno più ottenere il sostegno politico degli europei “a credito” (come in Afghanistan), perché quel credito se lo sono giocati a Monaco prima e alla Casa Bianca un paio di giorni fa.

Occorre, pertanto, prendere atto del fatto che la NATO, incentrata sul legame transatlantico e la certezza di una risposta militare unitaria a una aggressione esterna non c’è più.

Gli USA, nonostante quanto dichiarato da Elon Musk, non lasceranno la NATO. Non avrebbero interesse a farlo. Peraltro, la NATO potrà sopravvivere, per inerzia, ma rischia seriamente di diventare (anzi probabilmente lo è già divenuta) quello che la WEU (Western European Union) era in passato: una scusa per partecipare a riunioni e discussioni (inutili) a Bruxelles.

I paesi europei, se vogliono affrontare insieme e non ciascuno per conto proprio, i problemi della loro sicurezza devono rapidamente dotarsi degli strumenti militari per garantire, in autonomia dagli USA, sia la difesa a Est (dal Mar Glaciale Artico al Mar Nero) da una minaccia russa/bielorussa (con una Russia che sarà ringalluzzita dal ritiro USA dal continente) che la sicurezza Sud verso il Mediterraneo, il Medio Oriente e il Nord Africa (contrastando nella regione gli interessi a noi ostili della Cina, della Russia e della Turchia, oltre all’espansione del fondamentalismo islamista e, magari, a iniziative pericolose statunitensi).

Preso atto che, ormai, per l’Ucraina probabilmente l’Europa potrà fare poco, è necessario incominciare già a guardare a soluzioni a lungo termine, con una struttura decisionale sia politica che militare che possono essere realizzabili solo in ambito UE e certamente non su “Armate Brancaleone” fondate sull’associazioni a geometria variabile di paesi ad hoc (come quella ipotizzata a Londra oggi a guida franco-britannica).

Peraltro, le iniziative unilaterali franco-britanniche nella Storia recente (dalla crisi di Suez nel 1956 alla Libia nel 2011) non sembrano aver avuto grande successo.

Occorrerebbe, pertanto, guardare alla UE che, a differenza di accordi ad hoc, può avvalersi di una struttura decisionale politico-strategica condivisa e di una rodata struttura politica.

Bisogna però dotare l’UE di una struttura di comando militare permanente analoga a quella della NATO, che possa essere impiegata in autonomia per operazioni UE e che, in caso di interventi dell’Alleanza (ove la NATO riuscisse a sopravvivere in maniera credibile) sia integrabile nella stessa.

Chiaramente ciò non richiede un fantomatico e poco realistico “esercito europeo”, bensì solo una chiara visione UE delle sue esigenze di difesa e sicurezza e l’adozione di procedure finanziarie che garantiscano un’equa ripartizione degli oneri finanziari tra i paesi membri e, possibilmente, l’acquisizione di una comune pur minima capacità di deterrenza nucleare. Deterrenza di cui l’UE, in quanto tale, non dispone.

Sarebbe costoso, richiederebbe leadership politiche con una visione che vada al di là dell’orizzonte delle prossime elezioni (cosa rara in effetti) e imporrebbe di accettare il fatto che, come aveva già predetto la Merkel a maggio 2017 durante il primo mandato di Trump: “non possiamo più più fidarci totalmente di alcuni alleati” e “gli europei devono riprendere nelle loro mani il loro destino”. I fatti recenti, le dichiarazioni di J.D. Vance a Monaco e l’incontro di Trump con Zelensky di venerdì scorso ci dicono che dobbiamo prendere seriamente quelle parole.

Un’evoluzione dolorosa, ma come nel caso di un matrimonio fallito, prima se ne prende atto meglio è, sia per il futuro di una NATO malmessa (nei cui confronti si rischia l’accanimento terapeutico) sia per affrontare seriamente le ormai non più procrastinabili esigenze della difesa europea. Difesa europea che meriterebbe uno studio che andasse al di là degli slogan vuoti che si sentono in questi giorni (quali l’esercito unico europeo).

Foto: NATO

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