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Diritto

Netanyahu a New York: il sindaco può davvero farlo arrestare?

Avv. Marco Valerio Verni · · 4 min di lettura

Le dichiarazioni del sindaco di New York, Zohran Mamdani, secondo cui la sua amministrazione starebbe valutando la possibilità di arrestare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu qualora partecipasse all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, hanno riacceso il dibattito sui rapporti tra giustizia penale internazionale, immunità dei leader stranieri e diritto interno degli Stati Uniti.

La domanda è semplice: un simile arresto sarebbe realmente possibile?

Il mandato della Corte penale internazionale

Benjamin Netanyahu è destinatario di un mandato di arresto emesso nel novembre 2024 dalla Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aia, che gli contesta presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi nel contesto del conflitto di Gaza.

È importante chiarire un equivoco ricorrente: non si tratta della Corte Internazionale di Giustizia (CIG), che decide controversie tra Stati, bensì della Corte Penale Internazionale, competente a giudicare la responsabilità penale delle persone fisiche.

Gli Stati Uniti non sono vincolati dallo Statuto di Roma

Il primo ostacolo giuridico è rappresentato dal fatto che gli Stati Uniti non hanno ratificato lo Statuto di Roma, il trattato istitutivo della Corte penale internazionale.

Di conseguenza, Washington non è soggetta all’obbligo di cooperazione previsto dagli articoli 86 e 89 dello Statuto, che impone agli Stati aderenti di dare esecuzione ai mandati di arresto della Corte.

Ciò non significa che gli Stati Uniti non potrebbero mai cooperare con la CPI, ma soltanto che non sono giuridicamente obbligati a farlo in forza dello Statuto di Roma.

Il sindaco non può decidere un arresto

Anche volendo prescindere da questo primo profilo, emerge un secondo problema. Un sindaco americano, compreso quello di New York, non dispone del potere di eseguire autonomamente un mandato della Corte Penale Internazionale.

Le relazioni internazionali, il riconoscimento delle immunità diplomatiche e i rapporti con gli organismi internazionali appartengono infatti alla competenza del Governo federale.

Il mandato della CPI, inoltre, non produce automaticamente effetti nell’ordinamento statunitense: non equivale a un mandato emesso da un giudice federale e, da solo, non costituisce un titolo che autorizzi la polizia municipale ad arrestare una persona.

Il problema delle immunità

La questione si complica ulteriormente con riferimento alle immunità riconosciute dal diritto internazionale.

Secondo il diritto internazionale consuetudinario, un capo di governo in carica gode normalmente dell’immunità personale dalla giurisdizione penale degli Stati esteri.

La Corte Penale Internazionale sostiene che tale immunità non possa essere opposta davanti alla stessa CPI: tuttavia, questa interpretazione riguarda soprattutto gli Stati che hanno aderito allo Statuto di Roma e, gli Stati Uniti, come detto, non nientrano in tal novero.

La visita all’ONU

Vi è poi un ulteriore elemento spesso trascurato. Netanyahu dovrebbe recarsi a New York per partecipare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. In qualità di Stato ospitante della sede dell’ONU, gli Stati Uniti sono vincolati dall’Accordo di sede del 1947, che impone di consentire ai rappresentanti degli Stati membri di raggiungere e partecipare ai lavori delle Nazioni Unite.

Sebbene tale accordo non attribuisca un’immunità penale assoluta, esso rende ancora più complessa qualsiasi iniziativa che possa impedire la partecipazione di un rappresentante statale alle attività dell’Organizzazione.

Una dichiarazione soprattutto politica

Alla luce dell’attuale quadro normativo, l’ipotesi di un arresto di Benjamin Netanyahu a New York appare giuridicamente assai difficile da realizzare.

Non perché il mandato della Corte Penale Internazionale sia privo di valore, ma perché esso, da solo, non è direttamente eseguibile negli Stati Uniti, i quali non sono parte dello Statuto di Roma.

A ciò si aggiungono la competenza esclusiva delle autorità federali in materia di politica estera, le delicate questioni relative alle immunità dei capi di governo e gli obblighi internazionali derivanti dall’Accordo di sede delle Nazioni Unite.

In questo contesto, le dichiarazioni del sindaco Mamdani assumono soprattutto il significato di una presa di posizione politica. Sul piano strettamente giuridico, invece, la possibilità che il primo ministro israeliano venga effettivamente arrestato durante una visita all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite appare, allo stato, estremamente remota.

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