In un momento di crescente instabilità regionale e di rapido mutamento degli equilibri strategici in Medio Oriente, comprendere le dinamiche militari, tecnologiche e geopolitiche tra Israele, Iran e gli attori proxy diventa essenziale per interpretare gli scenari futuri.
In questo contesto, abbiamo intervistato il Dr. Uri Ben Yaakov, senior researcher presso l’International Institute for Counter-Terrorism (ICT) dell’Università Reichman di Herzliya, uno dei principali centri di analisi sulla sicurezza e sul terrorismo a livello globale.
Con una lunga esperienza nello studio delle minacce asimmetriche, delle capacità missilistiche regionali e delle strategie di deterrenza israeliane, Ben Yaakov offre una lettura approfondita e tecnicamente informata dell’operazione congiunta USA–Israele contro infrastrutture critiche iraniane, delle risposte di Teheran e dei possibili scenari di escalation.
La sua analisi, rigorosa e priva di semplificazioni, aiuta a comprendere come si stiano evolvendo le capacità ISR, la guerra di precisione, la postura deterrente israeliana e le vulnerabilità economiche e infrastrutturali della regione, delineando al tempo stesso i rischi e le opportunità che caratterizzeranno le prossime settimane.
Quali elementi tecnici dell’operazione congiunta USA–Israele rivelano un’evoluzione nelle capacità ISR (Intelligence, Surveillance, Reconnaissance) e nella guerra di precisione contro infrastrutture critiche iraniane?
L’operazione ha evidenziato una fusione coordinata e multidominio delle capacità ISR. Piattaforme di allerta precoce e sorveglianza aerea hanno operato in sinergia con assetti satellitari e con intelligence dei segnali da terra, costruendo un quadro operativo in tempo reale delle difese aeree iraniane, dei lanciatori missilistici e dei nodi di comando prima degli attacchi.
È stata inoltre osservata un’integrazione cyber‑cinetica. Operazioni cyber parallele avrebbero temporaneamente compromesso le comunicazioni e l’infrastruttura internet iraniana in sincronizzazione con gli attacchi cinetici, generando una sorta di “nebbia digitale” che ha degradato l’efficacia del comando e controllo e complicato la risposta delle difese aeree.
Sono stati impiegati droni “loitering” a basso costo, inclusi modelli statunitensi LUCAS (foto) ispirati ai droni Shahed iraniani, contro centri di comando, difese aeree e siti di lancio. Ciò dimostra una crescente integrazione tra targeting ISR e strumenti di attacco autonomi.

Gli attacchi di precisione contro infrastrutture fortificate – tra cui difese aeree, lanciatori missilistici e strutture di leadership – hanno combinato velivoli a lungo raggio, missili Tomahawk lanciati da unità navali, munizionamento guidato di precisione e, secondo alcune fonti, l’impiego di bombardieri B‑2. La soppressione coordinata delle difese stratificate riflette un approccio di penetrazione anti‑A2/AD ormai pienamente maturato.
Come valuta la qualità, il coordinamento e la scala della risposta iraniana – missili, droni, attacchi regionali – in termini di maturità tecnologica e capacità di saturazione?
La risposta iraniana ha mostrato rapidità e capacità di proiezione regionale, ma un’efficacia complessiva disomogenea. Teheran ha lanciato ondate multiple di missili balistici e droni contro Israele e basi statunitensi, segnalando una capacità di ritorsione coordinata e un potenziale di escalation.
Sul piano tecnologico, i missili balistici a combustibile solido e di medio raggio, insieme a grandi quantità di droni tipo Shahed, rappresentano una minaccia credibile di saturazione. Tuttavia, gli elevati tassi di intercettazione da parte delle difese israeliane, statunitensi e alleate evidenziano persistenti limiti in termini di accuratezza, capacità di penetrazione e sopravvivenza contro sistemi difensivi stratificati.
Le offensive di massa mirano a sovraccaricare gli intercettori e generare “leakage”. Sebbene questa strategia possa imporre costi operativi e psicologici, finora ha prodotto danni strategici limitati rispetto al volume di munizioni impiegate.
La sostenibilità rappresenta un vincolo critico. L’infrastruttura di lancio danneggiata, le scorte finite di missili avanzati e la dipendenza da lanciatori mobili limitano la capacità iraniana di mantenere operazioni ad alta intensità nel tempo. Le forze proxy – Houthi, milizie irachene, Hezbollah – ampliano la portata iraniana, ma la maturità tecnologica e il coordinamento sono disomogenei, riducendo la probabilità di un confronto multifronte realmente sincronizzato e prolungato. Inoltre, Hezbollah affronta vincoli significativi derivanti dal suo ultimo confronto con Israele, tra cui materiali ridotti, infrastrutture degradate e una grave crisi politica ed economica interna in Libano, che limita la sua libertà d’azione e la capacità di espandere o intensificare le operazioni.
In che modo questa operazione ridefinisce la postura di deterrenza israeliana verso l’Iran e i suoi proxy (Hezbollah, milizie irachene, Houthi)?
L’obiettivo primario dell’operazione non era la deterrenza, ma è diventata un effetto collaterale significativo.
Il grande attacco preventivo sottolinea un rinnovato accento sull’azione preventiva contro minacce percepite come esistenziali, più che su una mera risposta reattiva. Non si tratta di una dottrina completamente nuova, ma di un’applicazione intensificata della logica preventiva già esistente.
L’operazione rafforza la credibilità congiunta USA–Israele. La capacità di colpire in profondità infrastrutture strategiche iraniane rafforza la percezione di determinazione e capacità operativa, potenzialmente scoraggiando future escalation aumentando i costi percepiti da Teheran.

La deterrenza verso i proxy è anch’essa influenzata. L’azione israeliana modifica il calcolo dei costi di ritorsione per Hezbollah, le milizie irachene e gli Houthi, inducendoli a riconsiderare un coinvolgimento aperto contro Israele o asset statunitensi.
Allo stesso tempo, un messaggio più forte verso l’Iran potrebbe spingere Hezbollah o gruppi affiliati a testare la risposta israeliana per ristabilire la propria postura deterrente. Tuttavia, la dimostrata capacità di colpire leadership e difese aeree iraniane ha generato un effetto psicologico più ampio nella regione, innalzando le soglie per un confronto aperto ma aumentando il rischio di un conflitto prolungato a bassa intensità piuttosto che una guerra immediata su larga scala.
Quali vulnerabilità economiche iraniane sono state colpite o esposte dall’operazione, e quali effetti secondari prevede su energia, rotte marittime, mercati assicurativi e stabilità economica regionale?
Si è registrato un forte calo del traffico marittimo dopo che l’IRGC (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, ndr) ha segnalato la possibile chiusura dello Stretto di Hormuz. Petroliere e cargo stanno invertendo la rotta o sostano fuori dallo stretto, con un calo evidente dei flussi di greggio e prodotti raffinati in uscita. Anche senza una chiusura formale, l’effetto pratico è una perturbazione de facto. Come già osservato durante gli attacchi Houthi nel Mar Rosso, le minacce alla sicurezza in snodi marittimi critici si traducono rapidamente in esitazione commerciale e riduzione del traffico.
Ciò è particolarmente rilevante perché lo Stretto di Hormuz convoglia circa il 20% delle esportazioni petrolifere mondiali via mare, oltre a importanti volumi di LNG e carburanti dei produttori del Golfo. Anche una perturbazione parziale minaccia i flussi energetici e aumenta l’incertezza dei mercati.
I premi assicurativi e di rischio stanno aumentando rapidamente. Le coperture “war‑risk” per le navi operanti nel Golfo vengono sospese o ricalcolate, riflettendo il livello elevato di pericolo percepito legato alle tensioni nello stretto e alla più ampia dinamica di escalation.
Gli effetti secondari sui mercati sono già visibili. Il timore di un aumento dei prezzi del petrolio indica una percezione di rischio crescente, e la variabile critica ora è la durata: una perturbazione prolungata potrebbe spingere ulteriormente i benchmark, aumentare i costi di trasporto e assicurazione e mettere sotto pressione la resilienza delle supply chain regionali attraverso deviazioni e ritardi.
Come si inserisce questa operazione nella dinamica attuale tra Stati Uniti e Israele dopo mesi di tensioni diplomatiche e negoziati indiretti con Teheran?
L’operazione va interpretata sullo sfondo di mesi di negoziati USA–Iran in stallo. Sebbene l’obiettivo primario fosse operativo, il tempismo si intreccia inevitabilmente con la dimensione diplomatica. Influenzare i colloqui sul nucleare è sempre un fattore, e con nuovi equilibri di leadership a Teheran, Washington potrebbe ritenere di poter adottare una postura più assertiva qualora i negoziati riprendessero.
L’operazione rafforza inoltre la determinazione congiunta USA–Israele. Dimostra che entrambi gli attori mantengono volontà e capacità di colpire militarmente infrastrutture nucleari e missilistiche iraniane qualora la diplomazia fallisse. Ciò contribuisce a ristabilire o rafforzare la credibilità regionale dopo mesi di manovre diplomatiche.

Tuttavia, questa dimostrazione di forza comporta costi geopolitici. Russia e Cina hanno invocato moderazione e rispetto della sovranità, presentando l’azione come destabilizzante e accentuando le frizioni tra grandi potenze. Gli alleati europei, al momento, hanno preso le distanze dalla dimensione militare, enfatizzando la de‑escalation e il ritorno ai negoziati. Questa divergenza evidenzia tensioni latenti all’interno dell’allineamento occidentale, pur in presenza di preoccupazioni condivise sul programma iraniano.
Quali scenari di escalation ritiene più probabili nei prossimi giorni e settimane, e quali indicatori precoci sta monitorando?
Lo scenario di escalation più probabile nel breve periodo è quello di un’intensificazione delle attività dei proxy. Hezbollah, gli Houthi o milizie filo‑iraniane in Libano, Yemen o Iraq potrebbero aprire o ampliare nuovi fronti, autonomamente o in coordinamento, per esercitare pressione su Israele e forze statunitensi.
Un’altra dimensione critica riguarda le tensioni tra alleati. Divergenze tra partner degli Stati Uniti sull’uso delle basi nel Golfo, sul supporto operativo o sul sostegno politico potrebbero complicare la gestione dell’escalation. Ciò vale sia per gli alleati regionali sia per quelli europei. Qualsiasi tentativo iraniano di colpire o minacciare territori legati all’Europa – ad esempio con attacchi diretti o indiretti verso Cipro – potrebbe indicare un tentativo di ampliare politicamente il conflitto e testare la coesione occidentale.
Gli Stati del Golfo, pur condannando la ritorsione iraniana e affermando il diritto alla difesa, restano cauti nell’oltrepassare la soglia di un coinvolgimento militare offensivo diretto. I Paesi colpiti dagli attacchi iraniani stanno valutando pubblicamente le opzioni di risposta. La soglia più probabile per un’escalation significativa sarebbe rappresentata da attacchi sostenuti che causino vittime o danni rilevanti a infrastrutture critiche, in particolare asset energetici o portuali. Il superamento di tale soglia potrebbe trasformare la dinamica da una coordinazione difensiva a un coinvolgimento regionale più ampio nelle prossime settimane.
Foto: IDF / CENTCOM / U.S. Navy
