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Editoriale

Non avvertiti sull’attacco all’Iran? Quando è la polemica ad essere preoccupante…

Andrea Cucco · · 3 min di lettura

L’Italia non sarebbe stata preallertata prima dell’attacco congiunto USA-Israele contro l’Iran. Da qui la polemica: perché non siamo stati informati prima? È un segnale di marginalità? Un problema nei rapporti tra alleati?

La discussione parte già mal posta. Nelle operazioni ad alta intensità strategica la priorità è una sola: raggiungere l’obiettivo. Quando la riuscita dipende dalla sorpresa, l’informazione viene ridotta al minimo indispensabile. Non è una questione di “galateo diplomatico”, ma di sicurezza operativa.

Sun Tzu lo scriveva oltre duemila anni fa: «Tutta la guerra si basa sull’inganno». Il senso non è morale, è strutturale. Chi controlla l’informazione controlla il tempo dell’azione. E chi controlla il tempo controlla l’esito.

Ogni soggetto informato in più aumenta il rischio di intercettazioni, pressioni politiche, fughe di notizie. La compartimentazione non è sfiducia personale verso un alleato, è riduzione del rischio. Per questo l’eventuale comunicazione “a operazione iniziata” è coerente con una logica professionale. Si informa quando non si può più compromettere l’azione ma si possono ancora adottare misure di protezione.

Un po’ di storia…

Nel giugno 1941 Adolf Hitler non avvisò Benito Mussolini prima di lanciare l’Operazione Barbarossa contro l’Unione Sovietica, pur essendo alleati nel Patto d’Acciaio. La decisione fu comunicata a fatto compiuto. Non per offesa diplomatica, ma perché l’operazione era considerata decisiva.

Nel 1986, al contrario, durante l’Operazione El Dorado Canyon ordinata dal presidente Ronald Reagan contro la Libia, il governo italiano, guidato da Bettino Craxi, avrebbe avvertito Muʿammar Gheddafi dell’imminente attacco. Risultato? Il leader libico non fu colpito. È un episodio che ancora oggi viene citato come esempio controverso di gestione dell’informazione in ambito alleato.

Nel 2011, per l’intervento in Libia anglo-francese, l’Italia ebbe un preavviso di 24 ore su quanto sarebbe accaduto. Il fatto di sapere non cambiò la dinamica strategica, né fermò l’azione. Forse avvenne di peggio: si rimase a guardare per poi fingere sorpresa…

Analfabetismo militare?

Il “preavviso” non è misura di rispetto né indice automatico di rilevanza, soprattutto per chi non ne ha alcuna. È una variabile subordinata alla natura dell’operazione.

La vera questione non è se Roma sia stata informata prima o dopo. La questione è come l’Italia protegge i propri interessi in uno scenario che potrebbe non essere breve. Qual è la postura? Quali asset sono esposti? Quali linee rosse esistono? Quali i tempi e i modi di salvaguerdia per l’emergenza?

La polemica interna, se non palesemente legata al solito folklore della politica de noantri, è dunque molto più preoccupante del mancato avviso. Perché sposta il dibattito dal piano strategico a quello simbolico e suggerisce che il problema sia l’orgoglio ferito, non la gestione dell’evento.

Confondere la segretezza operativa con uno sgarbo significa non comprendere la natura stessa delle operazioni militari. Operazioni che – nel mondo reale – non si preannunciano: si eseguono.

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