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Editoriale

2031 secondo la NATO: buona l’idea, ma serve più coraggio

Andrea Cucco · · 4 min di lettura

Il NATO Defense College ha pubblicato un numero speciale de The North Star, giornale ambientato nel 2031. L’operazione è dichiaratamente un esercizio di foresight, costruito su “weak signals” – sviluppi odierni che, se maturati, potrebbero cambiare il futuro. L’intenzione è ambiziosa. Il risultato è rassicurante, forse troppo.

Immaginare il 2031 non è un esercizio banale. Basta fare un piccolo sforzo di memoria: proviamo a ricordare cosa stavamo facendo cinque anni fa. Nel 2020 il mondo era paralizzato dalla pandemia, l’idea di una guerra convenzionale su larga scala in Europa sembrava un retaggio del passato, l’Indo-Pacifico era ancora considerato una competizione “gestibile”, e la parola “riarmo” non era tornata stabilmente nel lessico politico europeo.

Cinque anni sono stati sufficienti per stravolgere supply chain globali, equilibri energetici, posture militari e bilanci pubblici. Se nel 2020 qualcuno avesse descritto con precisione il 2025, sarebbe stato accusato di “fantasia eccessiva”.

L’iniziativa del NATO Defense College merita rispetto. Provare a immaginare il 2031 oggi è un atto intellettualmente onesto. È necessario. È utile, in un contesto istituzionale che tende naturalmente alla “prudenza”.

Il problema non è aver tentato l’esercizio. Il problema è averlo fatto con il freno a mano tirato.

Il numero si apre con una Russia che nel 2031 esercita pressione navale simultanea in Artico e nel Pacifico. Un cacciatorpediniere britannico immobilizzato nel Kara Sea per un’avaria, mentre esercitazioni russe “live fire” nel Barents Sea condizionano l’arrivo dei soccorsi. Nelle acque contese delle Curili, una nave giapponese viene colpita; un Su-57 entra nello scambio di fuoco e, nel caos di pochi secondi, un pilota russo perde la vita.

È una narrazione coerente? È davvero la più probabile?

Il 2031 descritto in The North Star è un mondo più teso, più tecnologico, più stratificato. Ma non è un mondo trasformato. Russia e Cina restano attori strutturalmente assertivi. La competizione è permanente. L’ambiguità è costante. Le crisi si moltiplicano, ma non si risolvono mai in un esito sistemico.

È un futuro plausibile, certo. Ma è anche il futuro meno dirompente che si potesse immaginare.

E qui nasce la perplessità. Se davvero crediamo che il decennio in corso sia uno spartiacque storico, allora dobbiamo accettare che entro il 2031 qualcosa potrebbe essersi deciso. Stati Uniti e Cina stanno investendo in modo massiccio nella base industriale militare, riconfigurando catene produttive e capacità di mobilitazione strategica. L’India consolida una postura sempre più autonoma. L’Europa, spinta dalla necessità più che dall’idealismo, sta riscoprendo integrazione e produzione comune nel settore della difesa.

La Russia, nel frattempo, ha progressivamente ristretto il proprio margine strategico legandosi a doppio filo alla Cina. Le sue esportazioni energetiche si sono spostate verso Est, la sua dipendenza tecnologica è aumentata, la sua leva finanziaria è diminuita. Mosca continua a rivendicare autonomia, ma nei fatti ha accettato una posizione di subordinazione funzionale rispetto a Pechino.

Se queste traiettorie convergono, lo scenario di un confronto strutturale con l’asse sino-russo non è un’ipotesi marginale. E in caso di scontro prolungato, non è irragionevole immaginare un esito. Non un equilibrio eterno, ma un ridimensionamento. Non una competizione infinita, ma una ridefinizione.

Anche lo scenario dedicato allo Stretto di Hormuz merita una riflessione. L’Iran del 2031 viene descritto come un attore lucido, capace di affinare tattiche ibride, influenzare i premi assicurativi globali e modulare la pressione sul traffico energetico senza oltrepassare la soglia della guerra aperta. È un’ipotesi plausibile. Ma è anche un’ipotesi che presuppone una continuità statale e strategica che oggi non può essere data per scontata. Non sappiamo se l’Iran fra due settimane sarà politicamente identico a sé stesso, immaginarlo con sicurezza nel 2031 come attore stabile e coerente è un atto di fiducia notevole.

La storia insegna che i grandi cicli di competizione non producono solo muri sbeccati e crepe progressive. A volte producono demolizioni e ricostruzioni. A volte, dopo le macerie, non restano pareti incrinate ma spazi riprogettati.

Fra cinque anni potremmo trovarci davanti a – come si dice talvolta in gergo – “parcheggi”: superfici livellate dopo la rimozione di strutture sconfitte.

L’iniziativa del NATO Defense College va quindi apprezzata. È giusto interrogarsi sui segnali deboli. È giusto stimolare il dibattito. È giusto esercitare la mente strategica.

Solo, la prossima volta, un po’ più di coraggio! Perché se immaginare oggi il 2031 è difficile, immaginarlo senza discontinuità è addirittura rischioso.

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