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Storia

15 febbraio 1989: ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan

redazione · · 3 min di lettura
MBDA Stratus

Il 15 febbraio 1989 l’Unione Sovietica annunciò ufficialmente che tutte le proprie truppe avevano lasciato l’Afghanistan, chiudendo un capitolo iniziato nel dicembre 1979 con l’intervento militare a sostegno del governo comunista di Kabul.

L’ultima colonna corazzata attraversò il Ponte dell’Amicizia sull’Amu Darya, guidata dal generale Boris Gromov, in un’immagine destinata a diventare simbolo della fine di una guerra che aveva segnato profondamente la società sovietica.

Il conflitto, durato quasi dieci anni, non fu soltanto un confronto militare nel quadro della guerra fredda, ma si trasformò progressivamente in un logorante scontro contro la guerriglia dei mujaheddin sostenuti dall’esterno. I numeri ufficiali parlano di circa quindicimila militari sovietici uccisi e oltre trentacinquemila feriti, a cui si aggiungono dispersi e un numero molto più ampio di reduci segnati da traumi psicologici. Per una società abituata alla retorica della vittoria e del sacrificio glorioso, la guerra afghana rappresentò una frattura dolorosa e difficile da elaborare.

Quando Michail Gorbačëv salì al potere nel 1985, definì il conflitto una “ferita sanguinante”. La decisione di ritirare le truppe, formalizzata negli accordi di Ginevra del 1988, rispondeva non solo a valutazioni strategiche ma anche alla crescente pressione interna. L’economia sovietica era appesantita dai costi militari, mentre l’opinione pubblica iniziava a interrogarsi sul senso di una guerra lontana, lunga e sempre più impopolare.

I cosiddetti “afgancy”, i veterani rientrati in patria, trovarono un clima ambiguo, privo di celebrazioni trionfali e segnato da difficoltà di reinserimento. La narrazione ufficiale, per anni controllata, aveva attenuato la percezione delle perdite e delle difficoltà operative; solo con la glasnost emersero testimonianze più crude, contribuendo a trasformare il conflitto in un trauma collettivo. L’Afghanistan divenne così, nell’immaginario sovietico, una guerra senza vittoria, un’esperienza che incrinò il mito dell’invincibilità dell’Armata Rossa e accelerò la crisi di fiducia verso la leadership politica.

Per l’Afghanistan il bilancio fu ancora più drammatico, con centinaia di migliaia di morti civili, milioni di rifugiati e un Paese devastato. Il ritiro sovietico non portò la pace: il governo filo-moscovita resistette fino al 1992, prima di crollare in una nuova guerra civile.

A distanza di decenni, la guerra sovietico-afghana resta una delle ferite più profonde nella memoria storica russa contemporanea. Il 15 febbraio 1989 non segnò soltanto la fine di un intervento militare, ma l’ammissione implicita dei limiti di una superpotenza di fronte a un conflitto asimmetrico prolungato. I caduti, i feriti e i reduci segnati dal trauma trasformarono quella guerra in una cicatrice nazionale, anticipando le tensioni che avrebbero portato, due anni dopo, al crollo dell’Unione Sovietica.

Immagine: RIA Novosti

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