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Mondo militare

1° Maggio: quando il lavoro si chiamava “servizio”

Gianluca Celentano · · 4 min di lettura

Eravamo giovanissimi, motivati, pieni di energia, e – come è giusto che sia -, ancora ingenui davanti alla vita. Ma proprio lì stava la bellezza autentica della giovinezza: nella forza della salute, nell’incoscienza creativa, nella speranza che sa di futuro.

Chi tra il 1988 e i primi anni ’90 ha scelto di concorrere per entrare nell’Esercito come VFP (Volontario in Ferma Prolungata) lo ha fatto spesso per una combinazione di motivazioni personali e suggerimenti familiari. Due erano gli obiettivi principali – peraltro raggiungibili -: assolvere l’obbligo di leva e, allo stesso tempo, garantirsi un piccolo stipendio e magari una carriera nelle Forze Armate, seppur il legame non fosse di 12 mesi ma almeno di 24.

A riuscirci furono in pochi, e ce lo dissero fin da subito, durante le prime settimane di formazione presso l’allora 80° Fanteria “Roma”, centro di addestramento per i VFP. In quegli anni la cultura del volontariato militare non era ancora radicata in Italia, e i mass media ne parlavano poco.

Il VFP era visto come un’opportunità nuova, successiva alle esperienze degli ACS e dei VTO. E proprio per questo, l’arrivo dei volontari nei reparti generava reazioni diverse: in alcuni casi diffidenza, in altri curiosità.

Si percepiva una certa ambiguità anche tra i superiori, molti dei quali non conoscevano bene questa “novità”.

“Ma voi chi siete, cosa vi hanno detto che dovete fare?” Capitava anche di sentirsi dire questo.

Così accadeva spesso che, pur con linee guida abbastanza chiare, il VFP si ritrovasse a vivere e lavorare fianco a fianco con i militari di leva. Non era raro avere 17 anni e condividere la camerata con ragazzi di 26, chiamati alla leva obbligatoria. Una situazione particolare, a volte imbarazzante, ma che insegnava a crescere in fretta.

Poi c’era chi aveva fortuna: magari un maresciallo lungimirante che capiva il valore di questi giovani e decideva di farne collaboratori fidati nei magazzini, nelle officine, nei centri di manutenzione o nelle attività logistiche della caserma. In quei casi, il percorso prendeva una piega diversa, più umana, più concreta e di motivazione. Una cosa però era certa per tutti: a fine mese, la “decade” – lo stipendio – arrivava puntuale e rappresentava, per noi, un riconoscimento tangibile del lavoro svolto.

Le alternative erano i corsi AUC o, successivamente concorrere per la scuola allievi sottufficiali di Viterbo, ma senza santi… non era semplicissimo approdare.

Non tutti ressero. Alcuni furono prosciolti, altri persero la motivazione, anche per le critiche di chi non capiva o non accettava quella scelta. Eppure, per molti, quell’esperienza si trasformò in una vera e propria scuola di mestiere: alcuni diventarono caldaisti, saldatori, elettricisti, conduttori.

Proprio come per certi militari di leva, anche i VFP trovarono nell’Esercito il primo gradino della propria carriera civile. La vita in caserma, tra camerate e riti quotidiani, richiedeva uno spirito doppio: pensare come un militare di leva, ma agire come un professionista. Non era semplice, ma era autentico.

Gli alloggi erano di norma riservati ai sottufficiali, ma alcuni di noi trovarono spazi adattabili all’interno delle grandi strutture, mentre altri preferirono restare nelle camerate, nel cuore vivo della truppa.

Ciò che oggi – col senno di poi – resta davvero nel cuore, è il valore umano di quella convivenza. I ragazzi di leva, nella loro diversità, erano una miniera di storie: artisti, musicisti, camionisti, contadini, ballerini. Ciascuno con la propria visione del mondo, con una spontaneità e un’apertura che oggi si fatica a ritrovare.

Eravamo giovani, sì, ma pieni di vita. E questo, in fondo, è ciò che rende il lavoro – in qualsiasi forma lo si incontri – un’esperienza degna: la possibilità di crescere, di scoprire, di costruire insieme.

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