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Una cena – paparazzata – a Georgetown rivela la gravità della crisi fra Russia e USA

David Rossi David Rossi · · 5 min di lettura

Metti una sera a Georgetown, nei pressi della Capitale americana, al prestigioso ristorante italiano Milano. Metti a un tavolo Zalmay Khalilzad, un diplomatico di simpatie repubblicane ed ex rappresentante americano per la Riconciliazione in Afghanistan seduto accanto a Anatoly Antonov, un hard-liner attualmente ambasciatore russo a Washington ma con un curriculum da ex viceministro della Difesa e degli Esteri, entrambi ospitati da Dimitri Simes, un russo naturalizzato americano e presidente/AD del The Center for the National Interest, già think tank dell’ex presidente Nixon e ora editore della rivista di real politik “The National Interest”. Metti un bicchiere d’acqua, un calice di vino bianco e una Peroni per tre persone evidentemente diverse fra di loro. Metti soprattutto un giornalista del noto periodico Politico seduto a un tavolo proprio lì accanto, non certamente per caso ma soprattutto con le orecchie tese e il taccuino pronto.

La conversazione si è fatta subito interessante: il diplomatico russo, che molti considerano oggi il residente più odiato di Washington DC, si è dimostrato d’accordo con Khalilzad nel ritenere necessario un accordo per porre fine alla guerra tra Ucraina e Russia, salvo chiedere all’ex collega che cosa gli Stati Uniti, secondo lui, vorrebbero che la Russia rinunciasse. Non c’è stata risposta, ma è già qualcosa sapere che i Russi si aspettano che Washington abbia delle aspettative e che queste debbano essere ascoltate. Al ché, il successore di John Negroponte in Iraq ha risposto – stavamo per scrivere: diplomaticamente… – che Antonov stesso dovrebbe cenare con l’ambasciatore ucraino per chiederglielo, evidentemente immaginando che non ci fossero giornalisti con le orecchie lunghe attorno. Ma soprattutto non cedendo alla tentazione di far passare i desiderata degli USA sopra la testa degli Ucraini. Al ché, il rappresentante del Cremlino ha prontamente replicato, piccato – subito dopo un riferimento ai “neonazisti” che Mosca vede al potere a Kiev e al fatto che gli Ebrei americani non sembrano scandalizzarsene – di non capire la visione del presidente Zelensky sul futuro dell’Ucraina.

Quindi, si è passati a parlare delle relazioni fra Mosca e Washington, con Antonov contrariato per “il fatto che non otteniamo alcun rispetto” perché la Russia “ha bisogno di rispetto” e “vorrebbe che [gli Stati Uniti] la rispettassero”.

Ha ripetuto per tre volte lo stesso concetto: Mosca vuol essere trattata da pari, non da potenza minore.

Ma come arrivare alla normalizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti? Antonov non ha potuto rispondere alla domanda: solo dietro insistenza, ha aggiunto che la Russia chiede “garanzie di sicurezza”, senza specificare oltre.

Durante la conversazione, Antonov si è ripetutamente lamentato del fatto che gli Stati Uniti abbiano annullato i contatti diplomatici con la Russia. L’ambasciatore russo ha ricordato l’esempio della crisi caraibica del 1962, durante la quale Stati Uniti e Unione Sovietica mantennero contatti e non interruppero i negoziati, nonostante le tensioni geopolitiche.

Delle idee per migliorare la situazione critica sono venute da parte dello stesso Antonov, che ha chiesto al collega americano di attivare i suoi contatti presso l’amministrazione Biden, e da Simes che ha invitato i suoi interlocutori a fondare un nuovo canale televisivo a Mosca, attraverso il quale provare a mettere in atto questa proposta per stabilire contatti tra i due Paesi.

Dei tre, il poco loquace Simes è l’uomo su cui accendere una luce, anche perché di questa “cena col reporter” è stato l’organizzatore. Il 25 gennaio, poco meno di un mese prima dell’attacco russo all’Ucraina, era stato lui a prevedere una vittoria rapida e devastante delle forze del Cremlino, ma soprattutto da lui era venuto l’invito a “smetterla con le minacce dopo che la Russia ha iniziato a invadere l’Ucraina”: al contrario, secondo Simes, l’amministrazione Biden avrebbe dovuto concentrarsi su una via diplomatica per porre termine al conflitto. In particolare, gli Stati Uniti avrebbero dovuto “offrire una garanzia scritta alla Russia che la NATO non si espanderà mai alle ex repubbliche sovietiche e che gli Stati Uniti interromperanno tutta l’assistenza militare statunitense all’Ucraina in cambio dell’arresto dell’avanzata delle forze di invasione russe”. Inoltre, sempre secondo Simes, l’amministrazione Biden avrebbe dovuto “accettare l’accordo di sicurezza proposto dalla Russia in cambio di alcune concessioni, soprattutto la firma di un Trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza USA-Russia”, al termine di una guerra di aggressione condotta da quest’ultima, che riconoscesse “gli interessi di sicurezza della Russia salvaguardando gli interessi degli Stati Uniti che consentono percorsi per risolvere tutti i conflitti rimanenti e futuri tra i due paesi e inaugurare una nuova era di relazioni USA-Russia definita dalla cooperazione pacifica piuttosto che dal confronto militare”.

Insomma, a quel tavolo sedevano due uomini che in un modo o nell’altro fanno il gioco di Mosca. Non sappiamo se abbiano digerito la cena, dopo aver letto la loro conversazione riportata su Politico. Una cosa è certa, il fatto che l’incontro sia stato – ci si passi il termine – paparazzato indica solo una cosa: Washington sa che i suoi rapporti con Mosca sono al minimo da generazioni e non desidera migliorarli; viceversa, a Mosca non dispiacerebbe bisbigliare qualcosa nell’orecchio della potenza atlantica.

Foto: politico.com

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