Una notizia arrivata dall’Iran ha ricordato brutalmente quanto possa costare, in alcuni Paesi, una frase. Najmeh Amini, 23 anni, studentessa di economia, è stata condannata a morte da un tribunale di Mashhad per un post sui social giudicato blasfemo. La sentenza, secondo le informazioni raccolte da media e organizzazioni per i diritti umani, non sarebbe ancora definitiva.
La giovane era stata arrestata nei mesi della repressione delle proteste e, in un procedimento separato, avrebbe ricevuto anche una condanna a 12 anni e mezzo per reati tra cui propaganda contro il regime e azioni contro la sicurezza nazionale.
Il punto non è stabilire se ciò che ha scritto fosse intelligente, offensivo, stupido o intollerabile. In una società libera la risposta a una parola può essere un’altra parola, eventualmente una sanzione prevista dalla legge e compatibile con i diritti fondamentali. Non il patibolo.
È qui che cade uno dei più longevi equivoci politici… quello del regime autoritario come “forte”. Un potere che teme il post di una ragazza di 23 anni non è tale, è debole.
Un leader vero può sopportare un giornale ostile, una piazza che lo contesta, un magistrato che gli dà torto e un avversario che prova a mandarlo a casa. Soprattutto, può perdere.
È questa forse la prova più semplice della democrazia: hai governato, arrivano le elezioni, perdi, consegni le chiavi e torni cittadino. Per farlo serve molta più forza che per arrestare chi ti insulta.
Il dittatore fa il contrario. Elimina il rischio. Se teme l’opposizione la vieta; se teme i giornalisti li censura; se teme le elezioni le svuota; se teme una frase la trasforma in reato.
Dispone magari di eserciti, servizi, polizie e prigioni, ma può essere terrorizzato da una matita, da una telecamera o da uno smartphone. Chiamarlo “forte” significa fare un regalo alla sua propaganda.
Democrazia piena? Il 6,6% dell’umanità
I numeri ridimensionano anche la nostra presunzione. Secondo il Democracy Index 2025 dell’Economist Intelligence Unit, soltanto il 6,6% della popolazione mondiale vive in una “democrazia piena”. Il 38,4% vive in una “democrazia imperfetta”, il 15,7% in un regime ibrido e il 39,2% in un regime autoritario. Le democrazie piene sono appena 26 tra i 167 Paesi e territori analizzati.
Quindi poco meno del 45% dell’umanità vive in una “qualche forma di” democrazia e appena una persona su quindici circa in quella che l’Economist Intelligence Unit considera una democrazia piena.
A questo punto viene spontanea una domanda: se la democrazia è così poco praticata nella sua forma più completa, perché quasi tutti vogliono definirsi democratici? Perché persino chi la svuota ne pretende il marchio?
La Corea del Nord inserisce la parola “democratica” persino nel nome ufficiale dello Stato. La Cina rivendica apertamente una propria “democrazia popolare a processo intero” e sostiene che il suo sistema garantisca al popolo l’esercizio effettivo del potere; è la definizione che Pechino dà ufficialmente del proprio modello. La Russia mantiene istituzioni elettorali e una forma costituzionale che si proclama democratica. L’Iran elegge presidente e Parlamento, ma può contemporaneamente arrivare a condannare a morte una ragazza per ciò che avrebbe scritto online.
Non importa quale aggettivo si aggiunga alla parola: democrazia popolare, socialista, sovrana, islamica, organica o nazionale.
- Il cittadino può dire che il leader è un incapace senza temere il carcere?
- Può fondare un partito realmente alternativo?
- Può informarsi attraverso media indipendenti?
- Può concorrere davvero per il potere?
- Può vincere contro chi governa?
- E soprattutto, se vince, il potere gli viene consegnato?
Se la risposta è no, la parola “democrazia” è soltanto “scenografia”.
Sarebbe però troppo comodo fermarsi a Teheran, Pechino, Mosca o Pyongyang. Il Democracy Index non concede patenti eterne neppure a noi. L’Italia non figura tra le democrazie piene, ma tra quelle imperfette. Lo stesso vale per gli Stati Uniti.
Le distanze con un regime che può condannare a morte una ragazza per un post restano enormi e confonderle sarebbe intellettualmente disonesto. Proprio per questo non abbiamo bisogno di raccontarci favole: la democrazia non è un’autocertificazione. È un sistema che va continuamente difeso, verificato e soprattutto praticato.
La democrazia è per i forti
C’è infine una verità più scomoda, che riguarda non soltanto chi governa ma chi è governato. Essere cittadini è faticoso!
- Significa informarsi, dubitare, assumersi responsabilità e soprattutto accettare che il voto dell’uomo che consideriamo un idiota valga esattamente quanto il nostro.
- Significa sopportare che vinca qualcuno che detestiamo.
- Significa difendere il diritto di parlare persino di chi esprime idee che ci disgustano.
- Significa resistere alla tentazione di desiderare un capo che decida tutto, purché decida come piace a noi.
La dittatura offre invece una consolazione potente: libera il suddito dal peso della responsabilità. Qualcuno indica il nemico. Qualcuno spiega la verità. Qualcuno decide cosa è giusto leggere, dire o pensare. E quando qualcosa va male, la colpa è sempre di un traditore, di uno straniero, di un oppositore, di un giornalista o di una minoranza.
Attenzione, però! Non sono “deboli” gli uomini e le donne costretti al silenzio sotto la minaccia del carcere o della morte. Debole è chi, potendo scegliere, preferisce consegnare la propria libertà a un padrone pur di non affrontare il rischio, il dubbio e la responsabilità. Ed è debole il leader che sfrutta quella paura.
Dovremmo smettere definitivamente di chiamare “forti” i regimi.
Forte è chi accetta un limite, un’opposizione, una sentenza sfavorevole, un potere temporaneo e la sua inevitabile perdita.
La democrazia piena è rara perché pretende molto sia da chi comanda sia da chi obbedire non vuole. Richiede leader abbastanza tosti da non aver bisogno di sudditi e cittadini abbastanza forti da non desiderare padroni.
Persino i regimi autoritari amano dunque definirsi democratici. La parola conferisce una legittimità che nessuno vuole perdere. Ed è questa, paradossalmente, la più grande vittoria della democrazia: costringere i suoi nemici a scimmiottarla.
A chi oggi può decidere della vita di Najmeh Amini conviene ricordare una cosa: i regimi passano, i dossier si riaprono e le firme restano… Soprattutto quelle messe in fondo a una condanna a morte.

