Per mesi il governo italiano ha tracciato una linea apparentemente semplice: l’Italia non è in guerra con l’Iran e l’utilizzo da parte statunitense delle basi presenti sul territorio nazionale non comporta automaticamente un coinvolgimento italiano nel conflitto.
Il 7 aprile il ministro della Difesa Guido Crosetto lo aveva affermato alla Camera con parole nette: «Rispettare gli accordi sulle basi Usa in Italia non significa essere coinvolti in una guerra». E ancora: «L’Italia non è in guerra». Il 24 giugno, di fronte alle polemiche sui voli statunitensi, la Difesa ribadì che Roma aveva autorizzato esclusivamente «attività tecniche, logistiche e di supporto» previste dagli accordi vigenti e nessuna missione di natura cinetica.
Formalmente, una distinzione chiara. Operativamente, molto meno…
La prima crepa era arrivata proprio a giugno, quando il segretario generale della NATO Mark Rutte, intervistato da Fox News mentre cercava di dimostrare quanto gli alleati europei avessero sostenuto Washington durante l’operazione Epic Fury contro l’Iran, citò direttamente l’Italia: circa 500 aerei statunitensi erano decollati dalle basi americane nel nostro Paese «to support Epic Fury». «That’s a huge number», aggiunse.
Roma reagì immediatamente, contestando l’interpretazione secondo cui quei voli fossero missioni di attacco e ribadendo che non erano state autorizzate “attività cinetiche”. Precisazione corretta ma elusiva: Rutte non aveva detto che 500 bombardieri fossero partiti dall’Italia contro l’Iran.
Il giorno successivo, in un intervento ufficiale alla NATO, Rutte chiarì il senso politico e militare di quei numeri. Tra 4.000 e 5.000 voli statunitensi erano partiti dalle basi europee «in support of Epic Fury» e quel contributo, disse, era stato «crucial and important for the US to be able to conduct that whole operation».
È qui che la distinzione italiana cominciò a mostrare i suoi limiti: non occorre sganciare una bomba per fornire un contributo a chi la guerra la sta combattendo.
Tre mesi dopo, la questione ritorna direttamente a Sigonella…
Il 5 ottobre il chief of naval operations della U.S. Navy, ammiraglio Daryl Caudle, accompagnato dal master chief petty officer of the Navy John Perryman, visita la Naval Air Station Sigonella. Oltre 500 marinai Oltre 500 marinai partecipano a un incontro con i vertici della Marina statunitense. Il resoconto, pubblicato dalla testata statunitense specializzata DefSec Wire, precisa che il confronto ha riguardato carriera, permanenza in servizio ed esigenze operative, comprese deployment lengths and the war with Iran (durata dei dispiegamenti e guerra con l’Iran).
Non “crisi iraniana”. Non “tensioni nel Golfo”. The war with Iran.
È importante essere precisi: quella formula compare nel resoconto della visita e non è riportata come citazione diretta di Caudle. Ma il contesto è inequivocabile. Nella stessa giornata il capo della U.S. Navy visita elicotteri, un P-8 assegnato al commander task force 67 e il personale dello unmanned patrol squadron 19, cioè uomini e piattaforme rischierati in avanti a sostegno delle operazioni della flotta nella regione.
Ed è lo stesso comandante di NAS Sigonella, capitano Daniel Martins, a parlare di «warfighters operating forward to support combat operations across the area of responsibility» (personale che opera per sostenere operazioni avanzate di combattimento nell’area di responsabilità).
Anche la missione ufficiale del commander task force 67, basato a Sigonella, merita di essere letta senza eufemismi. Il reparto deve fornire velivoli da pattugliamento marittimo e forze «combat ready», produrre «actionable intelligence» e «targeting information» e contribuire, nelle parole della U.S. Navy, a «fight and win our Nation’s wars».
Quindi il problema non è stabilire se da Sigonella decolli l’aereo che materialmente sgancia una bomba sull’Iran. La guerra contemporanea è intelligence, sorveglianza, ricognizione, comando e controllo, pattugliamento, rifornimento, logistica, aggiornamento della situazione operativa e acquisizione degli obiettivi. Se uno di questi anelli viene fornito da una base sul territorio italiano a una forza impegnata in guerra, è sufficiente che da quella pista non parta il bombardiere per sostenere che la base sia estranea al conflitto?
È questa la domanda che le parole di Rutte prima e il quadro descritto durante la visita di Caudle poi rendono sempre più difficile evitare. E non è l’unico teatro in cui la distinzione italiana tra “supporto” e partecipazione diventa scivolosa. Dalla primavera l’Aeronautica Militare mantiene in Arabia Saudita la task force Air – Arabia, impegnata nella difesa aerea e nella sorveglianza dello spazio aereo dei Paesi partner del Golfo. Il 1° settembre, durante il cambio di comando alla King Fahd Air Base di Ta’if, la Difesa ha parlato esplicitamente di «continuità della missione».
Poche settimane dopo quella distanza dal conflitto yemenita è diventata molto meno teorica. Nella notte tra il 17 e il 18 settembre la base di Ta’if è stata oggetto di diversi attacchi e un F-2000 italiano parcheggiato in un’area decentrata è stato colpito. Nessun militare italiano è rimasto coinvolto. Tre giorni dopo Crosetto, riferendosi anche alle dichiarazioni provenienti da parte Houthi circa l’assenza di volontà di colpire deliberatamente un assetto italiano, ha annunciato ulteriori misure di sicurezza ma ha assicurato la «continuità delle attività operative».
Anche qui nessun elemento disponibile permette di affermare che velivoli italiani partecipino ad attacchi contro lo Yemen. Sarebbe una forzatura. Ma il punto politico resta identico: dove termina il supporto a un dispositivo militare impegnato in un conflitto e dove comincia la partecipazione sostanziale allo sforzo bellico?
Ad aprile Crosetto sosteneva che rispettare gli accordi sulle basi statunitensi non significasse essere coinvolti in una guerra. A giugno Rutte spiegava che migliaia di voli dalle basi europee erano stati cruciali per consentire agli Stati Uniti di condurre Epic Fury e citava esplicitamente i circa 500 decolli dall’Italia. A ottobre, a Sigonella, tra le esigenze operative discusse con il personale compare ormai senza perifrasi «the war with Iran», mentre il comandante della base parla apertamente di sostegno a «combat operations».
Il problema, in conclusione, non è più stabilire se l’Italia abbia autorizzato “missioni cinetiche”. Il problema è capire se, nel 2026, abbia ancora senso usare quella sola distinzione per spiegare ai cittadini quando un Paese è dentro una guerra e quando ne è – davvero – fuori.

